venerdì 3 luglio 2026

Nel 2027 torni a Colle Oppio!

 


Una delle cose che dispiacciono di più è il suo – e il loro – star davvero sdoganando il poter dire e fare pressoché qualsiasi cosa. Il “padroni a casa nostra” lo stanno applicando bene. 


Penso infatti che i precedenti di un Presidente del Consiglio che parla della successione di un Presidente della Repubblica – a tre anni ancora dalla fine del mandato – come se l’attuale incaricato fosse provvisorio e come se la prima carica dello Stato fosse una mera casella da occupare, siano se non zero forse uno o due in tutta la storia della Repubblica. 


Ma poi anche il mettersi a disquisire di destra o sinistra al Quirinale con il Presidente in piena carica, a cui – implicitamente – Meloni ha non solo dato una patente politica, ma anche un’etichetta di sistema non proprio gradevolissima. Se infatti Meloni sostiene essere arrivata l’ora di un “presidente di destra”, lasciando intendere che il sistema da sempre favorirebbe quelli di sinistra, sta implicitamente dicendo che anche Sergio Mattarella è frutto di quel sistema. E se è un sistema ad averti portato al Quirinale, il merito, il valore, passano in secondo piano. Un po’ (tanto) sgarbato, umanamente. Ma istituzionalmente è grossomodo paragonabile a mettersi a ballare su un tavolo a una serata di gala in ambasciata, battendo le mani e incitando gli altri a fare lo stesso. 


Io però non credo che Meloni abbia fatto questo sgarbo (pesante) con dolo. Credo alla colposità del fatto. E la gravità è infatti questa: a lei, a loro, di queste cose frega ben poco, se non nulla. Neanche ci pensano. 


Hanno da sempre una modalità tanto brutale quanto semplice: se io vinco, acquisisco il pieno diritto a mettere mani, piedi e uomini in tutto ciò che ho conquistato, ossia lo Stato. Una casella vale come l’altra. Ci sono quelle più grosse e quelle più piccole, ma sono svuotate di qualsiasi valore impalpabile o – figuriamoci – sacralità. 


Per questo Meloni parla del Quirinale: è solo l’ultima roccaforte, quella più grossa, su cui ritiene di dover mettere le mani sopra. 


Nulla più.

Leonardo Cecchi 

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