"La cosa che mi ha dato pace, questa volta, è che i giudici hanno capito fino in fondo la mia storia"
Il primo marzo 2024, in un appartamento di Nizza Monferrato, in provincia di Asti, Makka Sulaev per proteggere sua madre, colpì a morte il padre Akhyad con due coltellate durante una violenta lite. Lei aveva solo 18 anni. Condannata in primo grado, è stata poi assolta in appello: legittima difesa. A più di due anni da quel giorno Makka guarda avanti, con la maturità da dare, una gattina accanto e il desiderio di essere dimenticata.
«La cosa che mi ha dato pace, questa volta, è che i giudici hanno capito fino in fondo la mia storia - dice alla Stampa - Conoscevano i dettagli, sapevano tutto, avevano compreso il mio dramma. Ero pronta anche a una condanna, perché so prendermi le mie responsabilità. Ma ho pensato: "Almeno adesso sono stata capita". In primo grado non avevo avuto la stessa percezione e da lì è partita la condanna, che non ritenevo giusta».
Prima della tragedia aveva scritto in un diario di essere pronta ad affrontare le conseguenze della legge. Una maturità rara per una ragazza così giovane. Il giorno dopo la sentenza, però, è arrivata anche una visita inaspettata dei carabinieri per le formalità di rito. E poi, la sua gattina.
«Si è messa sopra di me come faceva da piccola, quando sembrava troppo fragile per farcela. Aveva appena quindici giorni quando me l'hanno regalata, al mio compleanno, mentre ero ai domiciliari. Mia mamma me l'ha regalata per non farmi stare sola. Quando mi sono svegliata è come se mi avesse abbracciata».
La nuova vita di Makka
Oggi Makka vive a Nizza Monferrato e dice di sentirsi a casa.
In 300 tra amici, compagni e professori le hanno scritto dopo la sentenza. La città l'ha accolta prima ancora che la sua storia diventasse pubblica.
«Mi piace la gente, qui mi vogliono bene. Adesso tutti mi conoscono e mi salutano. Mi manca solo la cittadinanza».
C'è però un giudizio che teme ancora: quello di chi non crede alle donne.
«Temo che qualcuno dica che ho raccontato cose non vere, nonostante tutte le prove. Capita, quando si sente dire che le donne inventano certe cose per salvarsi. Lo trovo fastidioso».
La sua storia ricorda quella di Alex Cotoia, il ragazzo che uccise il patrigno violento e fu assolto dopo anni di battaglie giudiziarie. Makka lo ha seguito, e si riconosce nelle sue parole.
«Anch'io vorrei essere dimenticata, voltare pagina. Io non posso dimenticare, ma gli altri sì. Mi preoccupa dover incontrare persone e dover raccontare sempre la mia storia. Per rispetto dirò sempre chi sono, ma temo che qualcuno possa allontanarsi da me».
Makka è nata in Cecenia e ricorda poco del suo paese d'origine, soprattutto la nonna. Là, la sua storia ha scatenato reazioni dure — «messaggi quasi di morte», dice — non per ragioni religiose, ma culturali.
«Una donna che si ribella non si vede mai laggiù. La gente non sa distinguere tra cultura e religione. La cultura ti convince che un maschio è superiore alla donna, diventa una trappola sociale. La religione è fede, va oltre la vita».
E sul padre: «Non voglio fare paragoni, ma anche qui gli uomini italiani fanno male alle donne, e per loro non si dice che l'hanno fatto perché sono cristiani. Mio padre era semplicemente un violento».
Adesso Makka pensa alla maturità — deve recuperare matematica — e al futuro. Non si è ancora innamorata: «Adesso non ho tempo». Su tutto, il desiderio semplice e profondo di una ragazza che ha già vissuto troppo: che il mondo, pian piano, la lasci andare.
https://www.leggo.it/italia/cronache/07_giugno_2026_makka_sulaev_assolta_padre_ucciso_intervista-9578641.html

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