Le “Dieci Giornate di Brescia” sono una delle pagine più furiose del Risorgimento. Dieci giorni in cui una città senza esercito sfidò l’Impero austriaco a muso duro. E per questo Brescia si guadagnò il titolo che porta ancora oggi: Leonessa d’Italia.
1. Il contesto: marzo 1849
Siamo nel pieno della Prima guerra d’indipendenza. Carlo Alberto ha appena perso a Novara il 23 marzo e firma l’armistizio. L’Austria torna a dominare la Lombardia. Ma Brescia non ci sta. Il 23 marzo la notizia dell’armistizio arriva in città e scoppia la rivolta. I bresciani cacciano i soldati austriaci dal Castello e proclamano il governo provvisorio.
Il problema: sono soli. Il Piemonte ha mollato, Milano è già caduta. Brescia resta un’isola patriottica circondata.
2. Le 10 giornate: 23 marzo - 1 aprile 1849
Per 10 giorni la città diventa una fortezza. Circa 2000 insorti, con fucili vecchi e barricate, resistono contro 10.000 austriaci comandati dal generale Julius von Haynau, “la iena di Brescia”.
I bresciani combattono casa per casa, tetto per tetto. Le donne portano munizioni e acqua. I preti suonano le campane a martello. Il Castello viene bombardato giorno e notte. La città brucia.
Il 30 marzo Haynau ordina il bombardamento totale e l’assalto finale. Il 1° aprile Brescia capitola. Le truppe austriache entrano e inizia la repressione.
3. La fine dei patrioti bresciani
Dopo la resa scattò la vendetta austriaca. Haynau non perdonò:
- Fucilazioni sommarie: decine di patrioti presi con le armi in mano furono fucilati senza processo nelle fosse del Castello e a Porta San Giovanni. I corpi restavano esposti per ore come avvertimento.
- Impiccagioni: i capi della rivolta furono impiccati in Piazza del Duomo. La più famosa è Tito Speri, studente e anima della rivolta. Catturato dopo, fu impiccato a Mantova nel 1853. Divenne martire nazionale.
- Prigione e confino: centinaia finirono nelle carceri austriache di Mantova, Spielberg, Kufstein. Molti morirono di stenti. Altri andarono in esilio in Svizzera e Piemonte.
- Multe e distruzioni: Brescia pagò 6 milioni di fiorini di indennità di guerra. Quartieri interi furono rasi al suolo dai bombardamenti.
Il bilancio: oltre 1000 morti tra civili e combattenti, città devastata, patrioti assassinati o esiliati.
4. Perché “Leonessa d’Italia”
Il titolo non lo diede nessuno nel 1849. Lo coniò Giosuè Carducci nel 1882: “Brescia, la Leonessa d’Italia, bevve il suo sangue”.
Leonessa perché combatté da sola contro un nemico 5 volte più forte. Leonessa perché non chiese pietà. Leonessa perché il suo sacrificio diventò simbolo: mostrò che anche senza eserciti, il popolo poteva alzare la testa.
Giuseppe Garibaldi, passato da Brescia anni dopo, disse: “Qui ho visto cosa vuol dire avere il cuore italiano”.
Epilogo
Le Dieci Giornate non cambiarono la guerra: l’Austria vinse comunque. Ma cambiarono la memoria. Brescia insegnò che la libertà a volte si paga col sangue. E che una città può perdere la battaglia, ma vincere nella storia.
Oggi al Castello e a Porta San Giovanni ci sono lapidi e monumenti ai caduti. E ogni 23 marzo Brescia ricorda le sue 10 giornate. Perché i leoni non dimenticano.
Fenix

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