🩸 Roma, 11 settembre 1599. Sono le prime ore del mattino. Una ragazza di 22 anni sale sul patibolo davanti a Castel Sant'Angelo. La folla è così densa che alcune persone muoiono nella calca. Altre cadono nel Tevere e annegano. Tra gli spettatori, secondo la tradizione, c'è Caravaggio.
Il suo nome è Beatrice Cenci. E quello che sta per succedere non è giustizia.
Beatrice nasce nel 1577 in una delle famiglie più ricche di Roma. Suo padre Francesco è potente, violento e intoccabile. La Chiesa lo processa due volte per sodomia e violenze. Lo rilascia entrambe le volte, dopo aver incassato le sue ammende. La Camera Apostolica ci guadagna sopra.
Nel 1597 Francesco porta Beatrice, la matrigna Lucrezia e i fratelli minori nel castello isolato di Petrella Salto, sulle montagne abruzzesi. Lontano da ogni occhio. Lì gli abusi diventano sistematici, incontrollati, documentati.
Beatrice scrive lettere disperate al papa. Chiede aiuto. Non riceve mai risposta.
Ha sedici anni.
Nel 1598, dopo anni di soprusi, la famiglia decide di agire. Due tentativi con il veleno falliscono. Il 9 settembre 1598, nella notte, Francesco viene narcotizzato con l'oppio versato nel vino, colpito più volte alla testa con un martello e gettato dal balcone del castello per simulare una caduta accidentale.
Le autorità locali chiudono il caso: incidente.
Ma a Roma le voci corrono. Il corpo viene riesumato. I medici trovano i segni inequivocabili dei colpi alla testa. Il processo inizia.
Beatrice resiste agli interrogatori con una lucidità che sorprende tutti, calma, precisa, capace di smontare ogni domanda. Stendhal, secoli dopo, scriverà che "nella pugna emerge". Poi arriva la tortura. Sotto i supplizi della corda confessa tutto.
L'avvocato Prospero Farinacci tenta il tutto per tutto: porta testimoni degli abusi, ipotizza la legittima difesa, chiede clemenza. Il papa Clemente VIII sembra sul punto di concederla.
Poi cambia idea.
Condanna a morte per tutta la famiglia. E i beni enormi dei Cenci — confiscati per legge dopo la condanna — finiscono quasi tutti nelle mani di un nipote del papa, per una cifra simbolica.
Roma capisce tutto.
L'11 settembre 1599 è una giornata afosa. La folla è enorme, una delle esecuzioni più affollate che la città ricordi. Giacomo Cenci subisce lo squartamento pubblico. Lucrezia e Beatrice vengono decapitate. Il giovane fratello Bernardo viene graziato all'ultimo momento ma è costretto ad assistere a tutto, dall'inizio alla fine, come punizione.
Il corpo di Beatrice viene raccolto dai confratelli della Compagnia della Misericordia. La processione funebre percorre via Giulia, attraversa Ponte Sisto, sale fino a San Pietro in Montorio sul Gianicolo. La seppelliscono sotto l'altare maggiore, ornata di rose, con il capo posato su un piatto d'argento.
Come si fa con le martiri.
I due boia che eseguirono le condanne si chiamavano Mastro Alessandro Bracca e Mastro Peppe. Il primo morì tredici giorni dopo, oppresso da incubi notturni. Il secondo fu accoltellato un mese dopo, non lontano dal luogo dell'esecuzione.
Roma li considerò puniti dalla giustizia divina.
A Palazzo Barberini c'è un dipinto che per quattro secoli si è chiamato "Ritratto di Beatrice Cenci di Guido Reni" dipinto, vuole la leggenda, nella notte prima dell'esecuzione. Una giovane donna con turbante bianco, drappo azzurro, occhi gonfi di pianto e un segno rosso sottile intorno al collo.
Goethe scrisse: "In questo volto c'è più di quanto abbia mai visto in ogni altro volto umano."
Shelley ne fu ossessionato. Stendhal lo citò. Il dipinto divenne uno dei più famosi del mondo.
La critica moderna ha scoperto che non è di Guido Reni — l'attribuzione al pittore bolognese arrivò due secoli dopo. E probabilmente non è nemmeno Beatrice: l'ipotesi più recente attribuisce il dipinto a Ginevra Cantofoli, pittrice bolognese quasi sconosciuta.
Il volto che ha commosso il mondo intero per quattrocento anni potrebbe essere quello di una perfetta sconosciuta.
Ogni anno, nella notte tra il 10 e l'11 settembre, la leggenda dice che il suo fantasma appare sul Ponte Sant'Angelo. Una figura in abiti turchesi e mantello argentato, i capelli sciolti, la testa decapitata tenuta sotto il braccio. Cammina lenta verso il castello dove fu giustiziata. Poi scompare.
Per tradizione, i vetturini di Roma facevano celebrare ogni 11 settembre una messa in sua memoria. Un gesto spontaneo, popolare, che durò fino all'inizio del Novecento.

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