La storia di Mario Roatta, il generale italiano noto come “la Bestia Nera dei Balcani”, è una delle pagine più oscure e dolorose della presenza italiana nei territori occupati durante la seconda guerra mondiale. Dietro quel soprannome non c’è una leggenda, ma un insieme di decisioni militari che portarono sofferenze immense alla popolazione civile di Slovenia e Croazia sotto occupazione italiana.
Era il 1° marzo 1942 quando Roatta, già alto ufficiale dell’esercito italiano e comandante della Seconda Armata, firmò ciò che passò alla storia come la Circolare 3C: un documento che non riguardava solo strategie contro i partigiani jugoslavi, ma istituzionalizzava una repressione spietata contro l’intera popolazione. La resistenza non doveva più essere combattuta solo sul campo, ma ogni comunità sospettata di sostenerla doveva essere punita, evacuata, espulsa o distrutta.
Secondo quelle direttive, esecuzioni sommarie, incendi di case e villaggi, prese di ostaggi e deportazioni di massa divennero prassi operativa. Interi nuclei familiari furono caricati su camion e inviati nei campi di concentramento italiani — come quelli di Rab e Gonars — dove migliaia di persone — donne, bambini e anziani — morirono per fame, malattie o maltrattamenti. Le stime parlano di decine di migliaia di civili deportati e migliaia di esecuzioni; in alcune zone la popolazione slovena deportata arrivò a rappresentare circa il 7,5% dell’intera provincia occupata.
Non si trattò di incidenti di guerra isolati. La repressione di Roatta, sostenuta da una visione militare razzista e brutale, mirava a cancellare qualsiasi sostegno civile ai partigiani, anche a costo di colpire innocenti. Villaggi furono circondati, intere famiglie arrestate in blocco, case date alle fiamme. Alcuni ufficiali italiani riferirono addirittura di aver “distrutto tutto dall’alto verso il basso senza risparmiare gli innocenti”.
Il generale non fu mai processato nei Paesi jugoslavi dopo la guerra. La Jugoslavia di Tito chiese più volte la sua estradizione con l’accusa di crimini di guerra, ma l’Italia, nel clima complesso del dopoguerra e della guerra fredda, rifiutò. Nel 1948 la Corte di Cassazione annullò una sentenza di ergastolo in contumacia, e Roatta visse il resto della sua vita a Roma, dove morì nel 1968 senza aver risposto davanti a un tribunale per quanto accaduto nei Balcani.
Oggi il suo nome è legato a una delle ferite più profonde della memoria storica italiana nei territori occupati: un generale che non fu solo un comandante, ma anche un simbolo di un uso della forza che non fece distinzioni tra combattenti e civili. La storia di Roatta ci ricorda quanto sia delicato e difficile confrontarsi con il passato, soprattutto quando quel passato contiene azioni che nessuna nazione vorrebbe vedere riconosciute.

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