Questo rimase di Monchio, frazione di Montefiorino, dopo i nazisti.
A indicare le case, a fare da guida ai tedeschi, come sempre furono i fascisti vicini di casa di chi sarebbe stato trucidato. Furono, in particolare, Francesco Bocchi, il podestà di Montefiorino, e Arturo Mori, il capo dei fascisti locali a chiedere ai tedeschi di intervenire contro i loro stessi compaesani.
Fecero spianare Monchio, Susano e Costrignano a colpi di cannone, quel 18 marzo 1944. Poi arrivarono i soldati. Gli abitanti si erano nascosti chi nei boschi, chi nelle cantine, per ripararsi dalla pioggia di cannonate: i nazisti li stanarono e li massacrarono tutti. Arrivarono a eradicare intere famiglie, come quella Gualmini, composta da otto persone, tra cui tre bambini di sette, cinque e quattro anni, che fu interamente sterminata.
Massacrarono, infine, centotrentasei persone. Tredici tra bambini e ragazzi, sette donne, venti anziani. Non risparmiarono nemmeno una donna all’ultimo mese di gravidanza e un anziano paralizzato. Tutto perché nella zona stavano nascendo brigate partigiane e i nazifascisti vollero dare l’esempio.
Per ironia della sorte, l’anno successivo, il 16 marzo del 45, a due giorni dal quel 18 marzo che vide il massacro di innocenti e la distruzione delle loro case, qualcuno, a Modena, riconobbe in strada proprio quel podestà che aveva fatto massacrare i suoi stessi concittadini. Arturo Mori, il capo dei fascisti locali che aveva letteralmente indicato le case dei suoi compaesani ai nazisti, fu invece trovato il 25 aprile in Lombardia, mentre cercava di fuggire in Svizzera. Doveva esserci qualche modenese nella brigata che lo intercettò, perché non passò mai la frontiera.
In questa data, ricordiamo una delle peggiori stragi nazifasciste mai avvenute.
L’omicidio deliberato verso inermi e innocenti, perpetrato da vigliacchi stranieri con la complicità di altri vigliacchi nostrani.
Leonardo Cecchi

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