Scatto una foto
mentre il giorno si appoggia
sui vetri della finestra.
La città respira piano
un autobus rosso passa
come un pesce lento,
una tazza di caffè
manda in aria il suo piccolo fumo caldo.
La fotografia nasce così,
senza cerimonia,
con una luce un po’ incerta
che cade sulle cose
come polvere d’oro stanca.
Poi la trasformo.
Un dito scivola sullo schermo
e la luce cambia stagione:
il cielo diventa miele,
i muri prendono il colore
delle albicocche mature,
l’aria si riempie
di un tramonto inventato.
Le strade sembrano ricordare
un’estate lontana.
La pelle si fa acqua calma,
gli occhi si accendono
come due piccole lune.
La fotografia diventa
più morbida,
più promessa,
più sogno.
Intanto scorrono i cuori
sullo schermo,
rossi e rapidi
come stormi digitali.
Eppure sotto quella luce perfetta
rimane qualcosa
che non si lascia cambiare.
Sta nell’ombra che attraversa il volto,
nel riflesso storto della finestra,
nel gesto casuale
con cui il mondo è entrato nell’immagine.
È lì che vive l’anima.
Non nella perfezione,
ma nel respiro della realtà
quando ancora non sa
di essere guardata.
L’anima rimane
dove la luce sbaglia strada,
dove il vento spettina
I filtri vestono il mondo
con abiti di festa,
gli regalano tramonti rapidi,
sogni immediati.
Ma l’anima
cammina più lentamente.
Resta nella fotografia iniziale,
quella imperfetta,
quella in cui il giorno
si è lasciato sorprendere.
E ogni volta che guardo l’immagine
sotto la pelle luminosa dei colori
sento ancora battere
quel piccolo cuore segreto
in cui la realtà
per un attimo
si è ricordata
di essere viva.

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