che ogni mattino
versi la tua anima nel caffè
e la mandi giù in fretta
prima di diventare forte.
A te che semini carezze
su campi di stanchezza,
che rattoppi sogni
con mani screpolate.
A te, sola
in una casa piena di voci,
madre, moglie, amante,
e muro insieme,
culla e scudo.
A te che chiedi
solo un posto nel mondo
e ricevi pietre sulla pelle,
labbra spaccate
da parole che diventano pugni.
Sangue che cade
come un sigillo antico.
Anima inchiodata
al silenzio.
A te che porti l’emancipazione
come una croce sulle spalle
e ti chiamano uomo
se scegli il tuo nome.
A te, corpo giudicato:
troppo pieno, troppo vuoto,
troppo vecchio o troppo acerbo,
sempre misura sbagliata
per la tua libertà.
Al tuo cuore
rifugio senza porte,
dove entrano paure
e non escono mai.
A te che non puoi essere luce:
dicono che brilli
solo se qualcuno ti accende.
A te che nei sogni
scappi dal tribunale del mondo,
danzi dove nessuno ti misura,
ami senza piegare la testa,
senza indici puntati
come armi cariche,
senza giudizi affrettati
che ti vestono di colpa.
A te, donna,
stretta tra selciati di frasi fatte,
convenzioni che sono corde
intorno alla gola del respiro.
Ma ora non vuoi più fiaccolate.
Non vuoi più contare i morti
per ricordarti che sei viva.
Vuoi vivere
senza barriere di falsi amori,
senza gabbie travestite da carezze.
Libera.
Piena di te.
Con il diritto di sbagliare
senza essere crocifissa,
di amare senza perdere il nome,
di cadere senza diventare colpa.
Cammini nella tua luce sacra,
non per illuminare gli altri,
ma per riconoscerti.
E finalmente
non chiedi spazio:
sei spazio.

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