sabato 14 marzo 2026

A te, donna,

 


che ogni mattino

versi la tua anima nel caffè

e la mandi giù in fretta

prima di diventare forte.


A te che semini carezze

su campi di stanchezza,

che rattoppi sogni

con mani screpolate.


A te, sola

in una casa piena di voci,

madre, moglie, amante,

e muro insieme,

culla e scudo.


A te che chiedi

solo un posto nel mondo

e ricevi pietre sulla pelle,

labbra spaccate

da parole che diventano pugni.


Sangue che cade

come un sigillo antico.

Anima inchiodata

al silenzio.


A te che porti l’emancipazione

come una croce sulle spalle

e ti chiamano uomo

se scegli il tuo nome.


A te, corpo giudicato:

troppo pieno, troppo vuoto,

troppo vecchio o troppo acerbo,

sempre misura sbagliata

per la tua libertà.


Al tuo cuore

rifugio senza porte,

dove entrano paure

e non escono mai.


A te che non puoi essere luce:

dicono che brilli

solo se qualcuno ti accende.


A te che nei sogni

scappi dal tribunale del mondo,

danzi dove nessuno ti misura,

ami senza piegare la testa,

senza indici puntati

come armi cariche,

senza giudizi affrettati

che ti vestono di colpa.


A te, donna,

stretta tra selciati di frasi fatte,

convenzioni che sono corde

intorno alla gola del respiro.


Ma ora non vuoi più fiaccolate.

Non vuoi più contare i morti

per ricordarti che sei viva.


Vuoi vivere

senza barriere di falsi amori,

senza gabbie travestite da carezze.


Libera.


Piena di te.


Con il diritto di sbagliare

senza essere crocifissa,

di amare senza perdere il nome,

di cadere senza diventare colpa.


Cammini nella tua luce sacra,

non per illuminare gli altri,

ma per riconoscerti.

E finalmente

non chiedi spazio:

sei spazio.


Roberta Pantaloni

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