sabato 14 marzo 2026

DAMNATIO MEMORIAE: CANCELLARE UN IMPERATORE DALLA STORIA

 


Scalpellare il volto da ogni statua, cancellare il nome da ogni iscrizione, fondere le monete come se non fossero mai esistite. Fu il destino di imperatori come Domiziano e Geta, vittime di una condanna che la storiografia moderna — nata da una dissertazione di Lipsia del 1689 — ha chiamato Damnatio memoriae . Un'etichetta che, paradossalmente, gli antichi non conobbero mai: le fonti giuridiche romane parlavano di memoria Damnata , espressione più sfumata e meno meccanica di quanto la moderna locuzione lasci intendere.


La condanna non era un atto unico: il Senato poteva deliberare un insieme di misure contro chi fosse giudicato nemico dello Stato — cancellazione del nome dalle iscrizioni, abbattimento delle statue, sfregio dei ritratti sulle monete. Con il principato la sanzione si inasprì fino a colpire imperatori assassinati. Il caso di Domiziano, ucciso il 18 settembre del 96 dC, ne rappresenta l'applicazione più estesa. Plinio il Giovane, Tacito, Svetonio e Cassio Dione lo dipinsero come un' immanissima belua , costruendo una narrazione che la storiografia moderna legge come strumentale alla legittimazione del nuovo regime di Nerva e Traiano. Il primo fece rilavorare almeno quattordici ritratti del predecessore sovrapponendovi le proprie fattezze — quello che lo studioso Eric Varner ha definito «cannibalismo visivo» —; il secondo si approprierà anche del progetto del grande foro. Eppure l'operazione fu tutt'altro che totale: a Roma le epigrafi private restarono intatte, e in ambito militare veterani come Tiberio Claudio Massimo rifiutarono di cancellare dalle proprie carriere il servizio prestato sotto Domiziano.


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La vicenda di Geta illustra questi meccanismi con crudeltà ancora maggiore. Figlio di Settimio Severo, regnò come co-imperatore accanto al fratello Caracalla finché questi lo fece assassinare tra le braccia della madre Giulia Domna, il 19 dicembre 211 dC La semplice menzione del suo nome divenne punibile con la morte. Eppure le monete con la sua effigie continuavano a circolare per anni; e la prova più eloquente di questa cancellazione impossibile è il Tondo Severano — ritratto di famiglia dipinto su legno attorno al 200-203 dC, oggi all'Altes Museum di Berlino: il volto di Geta è stato deliberatamente raschiato, ma il collo e la sagoma restano visibili, come una cicatrice che grida ciò che vuole tacere. La condanna era arrivata fino in Egitto, ai margini dell'impero, dove qualcuno aveva obbedito — senza riuscire a far sparire il corpo, né il senso di assenza che quella cancellazione proiettava su chi guardava.


Qui sta il paradosso fondamentale. I basamenti mutilati venivano lasciati in piedi; le lacune nelle iscrizioni, deliberatamente visibili. Aurelio Vittore annotò che Settimio Severo aveva ordinato di cancellare nome, scritti e gesta di Didio Giuliano — ma che non ci era riuscito. L'oblio totale era impossibile e, in fondo, neppure desiderato: gli imperatori ricavavano capitale politico dai nemici abbattuti. Le cancellazioni diventavano così memoria in negativo, un'assenza che urlava la propria presenza. L'iscrizione di Alba Iulia, ritrovata nelle rovine del quartier generale della XIII Legione Gemina, mostra ancora il nome di Geta raschiato accanto a quello di Caracalla: quella lacuna è la prova più potente che Geta esistette, regnò, e fu abbastanza temuto da dover essere cancellato.


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