domenica 19 luglio 2026

Il “movimento dei movimenti”: opportunità o miraggio rivoluzionario?

 

Venticinque anni dopo il bilancio che si può fare del G8 di Genova, di quel caldo luglio del 2001, è chiaramente di portata ormai storica. Siamo ancora nel solco di una attualità, ma del passato. Ieri come oggi a mordere è la crisi di un sistema economico ed anche politico che si riflette su miliardi e miliardi di persone, sui quasi due milioni di specie animali non umani presenti con noi sulla Terra e sull’intera biosfera, sulla Natura propriamente detta. Contraltare della voce ufficiale del neoliberismo, il Forum Sociale Mondiale ha fornito, durante gli anni che hanno preceduto e quelli che hanno seguito i fatti genovesi, una analisi compiuta del disastro che era qualcosa in più dell’essere in procinto di verificarsi.

La teorizzazione dello sviluppo permanente, di una modernità senza fine ha fatto politicamente leva su un’eredità della Scuola di Chicago, sull’esaltazione di una finanziarizzazione dell’economia che ha messo al primo punto all’ordine del giorno il privato come motore praticamente di ogni condizioni di presunta “stabilità” dei sistemi nazionali quanto degli aggregati continentali. Lo sfruttamento delle risorse naturali, che al Social Forum di Genova era stato denunciato da una davvero enorme molteplicità di voci unite in un coro “no global“, si è accompagnato ad una sempre maggiore delocalizzazione della produzione unita, inevitabilmente (perché obbediente ad una legge naturalmente intrinseca al capitalismo di nuova generazione), al sempre maggiore impoverimento salariale in zone del mondo già teatro di tremende epoche coloniali.

Durante le giornate del luglio 2001 una delle denunce di coloro che rappresentavano sei miliardi di abitanti di questo povero pianeta aveva riguardato la sempre più oggettiva deregolamentazione per le grandi multinazionali, il mancato controllo istituzionale sugli interventi produttivi privati, sulle loro collocazioni strategiche, sul loro essere divenute una sfida aperta alla democrazia intesa come esercizio di una vigilanza popolare, di un interesse per l’appunto pubblico sullo sviluppo magnificato senza alcuna remora. La crisi finanziaria scoppiata nel 2008 ha quasi scoperchiato un verminaio e ha reso piuttosto evidente quanto fosse fragile il sistema di produzione capitalistico. Da notare molto bene che venticinque anni fa nello slogan scritto sugli striscioni di apertura dei cortei era scritto: “Voi G8, noi 6 miliardi“. Oggi la cifra della popolazione mondiale va aggiornata.

Siamo ormai ad 8,3 miliardi di individui. E siamo arrivati ad una soglia probabilmente massima di tollerabilità della presenza umana sulla Terra. Soprattutto perché il modo con cui ci siamo diffusi e siamo incrementati di numero è distruttivo per l’ecosistema: finge di badare alle emergenze ambientali, ma poi volta le spalle ad ogni buon protocollo di intesa che viene siglato. Anche quelli più timidi e moderati nelle riduzioni di emissioni, nella limitazione dell’utilizzo dei fossili, rimangono lettera morta. Un certo timore, indubbiamente c’è: che tutto vada a scatafascio, che, alla fine, la Natura si riprenda i suoi spazi e ci riduca drasticamente in quanto a numero, in quanto a specie, in quanto ad antropizzazione. Non sono, purtroppo, le crisi finanziarie come quelle del 2008-2009 a far sussultare il capitale.

Sono gli impedimenti naturali a mettere l’economia di mercato davanti a scelte obbligate. Sembra, infatti, che per via politica sia molto complicato poter far ragionare chi non ha altro metro di giudizio se non quello dell’interesse personale, privatissimo e in netta contrapposizione con il bene comune. Dopo la Seconda guerra mondiale il grande timore che atterriva un po’ tutte e tutti riguardava la concreta possibilità che, nella contrapposizione tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica, tra due blocchi quindi contrapposti in un mondo che non conosceva il multipolarismo odierno, si venissero a creare anche piuttosto facilmente le condizioni di una guerra atomica, di una Terza guerra mondiale definitiva per l’umanità che, quindi, ne decretasse la sempiterna scomparsa.

Oggi, il timore che abbiamo, non è tanto più quello: perché lo percepiamo come un qualcosa di eventualmente contenibile di fronte a ciò che invece non è contenibile, perché trascende le possibilità umane, la forza che possiamo impiegare unitamente alla capacità intellettiva. Si tratta di quei cambiamenti ambientali che vengono spesso e volentieri negati, nel nome non si sa bene di chissà quale complotto di questo o quel potere forte… Sono invece proprio questi grandi poteri economici, insieme alle consorterie politiche e amministrative che li supportano (per esserne a loro volta supportate) a investire il maggior numero di risorse possibili per contribuire all’accelerazione catastrofica che ci attende. Venticinque anni fa come oggi, la denuncia sociale di un modello di vita insostenibile rimane l’allarme prioritario.

Nel contesto di allora, di una Genova militarizzata, prigioniera delle sbarre e delle inferriate poste a protezione della “zona rossa“, dove si trovavano i palazzi in cui si tenevano le riunioni dei Grandi 8 della Terra, la rete dei movimenti si era infittita al punto da divenire una sorta di unicum, di vera e propria unità di intenti dati da proposte che erano avvertite come urgenti e possibili di essere rappresentate da una vasta gamma di forze sindacali, partitiche e – appunto – di movimento che si potevano trovare sparse in ogni parte del pianeta, in ogni paese. Da Porto Alegre in poi il messaggio fu la “controglobalizzazione“, il rifiuto, anzi, dell’estensione ossessivo-compulsiva del mercato su tutta la Terra, capace di predare ovunque, chiunque e salvaguardando solo una modesta, piccola porzione di sfruttatori e di affamatori di interi popoli.

Quella rete, col passare degli anni, si è sfilacciata, si è diradata nelle sue maglie e si è sfranta sotto il peso di una sconfitta storica che è anche una sconfitta del movimento comunista, dell’altermondialismo e di quello che non era e non è tutt’oggi solo il sogno di “un altro mondo possibile“. Ci sono certamente state delle ragioni interne al movimento, ma forse il punto in questione è ancora un altro: quell’impeto di sovversione nei confronti del potere avrebbe dovuto trovare una risposta nella traduzione pratica in ogni singola nazione, in ogni contesto particolare rimanendo però saldamente ancorato ai princìpi fondamentali: tra cui vi era il superamento del sistema di produzione capitalistico. Sarebbe però ingiusto affermare che dopo tanti anni non è rimasto nulla. Non fosse altro perché l’eredità di Genova è stata raccolta da tante altre ribellioni che hanno seguito, ad esempio, quella veramente storica dello zapatismo chiapaneco.

Abbiamo continuato a “camminare domandando” e forse abbiamo fatto tanta strada ponendoci persino troppe domande, dividendoci su problematiche che si è pensato di risolvere più tatticamente che strategicamente: ci siamo fissati sulla punta dei tanti nostri ombelichi smarrendo persino quel dito che indicava la luna; abbiamo consumato energie preziose in analisi ripetute mille volte e abbiamo però – va detto e scritto – in un certo qual modo smesso di essere dei giganti di fronte ad altri giganti perché la ruota della storia ha girato a favore, proprio riguardo ai rapporti di forza economici, del capitale, della classe imprenditoriale e di quella finanziaria. Certo non si può attribuire al movimento altermondialista dell’ultimo decennio del Novecento e dei primi decenni del nuovo millennio un carattere così rovesciante da poterlo definire una “rivoluzione mancata“.

Ma, del resto, si è usato questo binomio per situazioni molto più piccole in termini di coinvolgimento, cosicché si potrebbe persino affermarlo. La previsione della crisi globale, della crisi ambientale su vasta scala, della polarizzazione molteplice dei conflitti è un qualcosa di previsto fin da Porto Alegre: gli effetti dello sfruttamento intensivo di ogni ambito naturale, degli animali costretti a vivere un decimo della loro aspettativa di vita in gabbie dentro ad allevamenti intensivi come nuovi lager, la pesca, anche questa portata a livelli di intensivizzazione esponenziale, sono tutti elementi che si potevano avere fin da allora sotto degli occhi anche flebilmente critici del sistema neoliberista. Perché allora il movimento dei movimenti non è riuscito, anche dopo le cruente giornate di Genova, ad imporsi come soggetto del cambiamento radicale?

La domanda può anche rimanere inevasa, ma la risposta più ragionevolmente rispondente ad una analisi cruda dei fatti è che, nel momento in cui la crisi è arrivata e si è velocemente spalmata su qualche decennio, aumentando di volta in volta con altre crisi che si sono sovrapposte o affiancate a quelle già incedenti (si pensi, oltre alla bolla speculativa del 2008-2009, alla pandemia da Covid19 e alle guerre sparse per il pianeta…), ha colpito violentemente i ceti popolari, li ha messi l’uno contro l’altro e ha indotto i più fragili a ritenere che le grandi questioni sollevate dal “movimento dei mvoimenti” fossero irrisolvibili nel breve-medio termine e che, quindi, le proposte fatte non riguardassero l’urgenza dei problemi quotidiani, quelli del momento, quelli di una povertà sempre più estesa e radicata, capace di erodere ampi settori del cosiddetto “ceto medio“.

In fondo, si tratta di una lettura del rapporto che intercorre ancora oggi tra le forze politiche che un tempo si sarebbero definite “riformiste” (o “riformatrici“) e quelle “rivoluzionarie“. Chi e cosa rappresentare? Quali istante portare avanti, quale mettere in secondo piano? Cosa realmente conta nel variegato ed ampio contesto globale rispetto alle esigenze nazionali delle piccole patrie? Molte domande rimangono – come scriveva a suo tempo Nichi Vendola riguardo al comunismo – «aperte sul mondo» e sono interrogativi su cui continuiamo ad arrovellarci ostinatamente: anche con una certa punta di testardaggine, ma, almeno in gran parte dei casi di critica sociale (e marxista), senza quel velo ombroso di cecità politica che è la raffigurazione della realtà a proprio piacimento. Rapporti di forza reali e desiderata non vanno proprio d’accordo.

Tanto meno se si vuole davvero provare a cambiare questo mondo. Non è solo possibile ma è urgentemente necessario. Dopo venticinque anni di catastrofi naturali e di retromarce rispetto alle prospettive rivoluzionarie, questa urgenza la si dovrebbe sentire non come una eco lontana, ma, sotto il sole di un luglio sempre più caldo e afoso, sulla propria bruciante e scottante pelle.

MARCO SFERINI

17 luglio 2026

In memoria di tutti coloro che si sono schierati dalla parte giusta: quei dei miliardi di individui sfruttati ogni giorno. In memoria di Carlo Giuliani e di tutte e tutti coloro che sono rimasti vittime del crudele, cinico assetto di guerra del potere…

foto: elaborazione propria

https://www.lasinistraquotidiana.it/il-movimento-dei-movimenti-opportunita-o-miraggio-rivoluzionario/ 


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