Anima,
dimmi dov'eri
quando ho imparato
a chiamare destino
la mia paura.
Dimmi dov'eri
quando applaudivo
la luce delle altre
mentre spegnevo la mia,
un respiro dopo l'altro,
senza rumore,
come si spegne una candela
in una casa già vuota.
L'anima non grida.
Impara il silenzio
molto prima delle labbra,
molto prima degli occhi,
molto prima che il mondo
le insegni
il nome della perdita.
Ho vissuto inginocchiata
davanti all'impossibile.
Ho consumato gli anni
cercando un volto perfetto
da indossare,
e intanto il mio
cadeva in polvere
senza che io trovassi
il coraggio di guardarlo.
Che fame è questa,
anima?
Che fame non si sazia
con l'amore,
né con il tempo,
né con la bellezza,
e divora perfino
chi continua a nutrirla?
Ho abitato stanze
costruite con i miei rimpianti.
Ho aperto finestre
che davano soltanto
su altre finestre chiuse.
Ogni mattina
indossavo il mio nome
come un abito
appartenuto a un'altra.
Ogni mattina
mi convincevo
che sarebbe stato diverso.
Ogni sera
ritornavo
più lontana da me.
Mi hai vista piangere
senza lacrime.
Mi hai vista sorridere
per non spaventare nessuno.
Mi hai vista morire
a piccole dosi,
con la pazienza
di chi confonde
il sopravvivere
con il vivere.
Eppure non mi hai lasciata.
Sei rimasta.
Come una brace
sotto la neve.
Come una voce
che continua a chiamarmi
quando il mondo
ha già smesso di credere.
Ora lo so.
La soccombente
non è colei che perde.
È colei che misura
il proprio respiro
con quello delle altre,
che offre il cuore
a un'impossibile perfezione,
che porta
una montagna nel petto
e continua,
ostinatamente,
a chiamarla
anima.
Perché ci sono crepe
che non chiedono
di essere guarite.
Chiedono soltanto
di essere amate.
Ed è da quelle crepe
che entra la luce,
non per salvarmi,
ma per ricordarmi
che anche il dolore
ha un volto,
che anche la sconfitta
ha un nome,
che anche un'anima ferita
può restare
profondamente viva.
E se il mondo
mi chiederà
perché non ho vinto,
non abbasserò lo sguardo.
Aprirò il petto.
Mostrerò
le mie crepe,
le notti senza nome,
le speranze sepolte,
i sogni rimasti in ginocchio.
E dirò soltanto:
questa
è la mia anima.
Mai compiuta.
Mai perfetta.
Mai arresa.
Roberta Pantaloni
Opera di Juan Trujillo
Riberta Pantaloni

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