giovedì 9 luglio 2026

LA TV DI ORBÁN È ANDATA IN SCHERMO NERO. I COMPLOTTISTI PURE

 


Per anni ci hanno spiegato che la vera minaccia alla democrazia erano i “media occidentali”, i giornali “globalisti”, le tv “vendute a Bruxelles”.

La verità, ci dicevano, abitava altrove: nelle tv di Stato dei patrioti illiberali e nella “controinformazione” che finalmente rompeva il monopolio della menzogna.

Poi, un pomeriggio qualunque in Ungheria, sul primo canale della tv pubblica appare uno schermo nero e una frase che sembra scritta da un copy di CMD:

“I media pubblici non possono mentire. Ci scusiamo per averlo fatto per tanti anni”.

Traduzione simultanea: quella che i sovranisti spacciavano come voce del popolo era in realtà un ufficio stampa del capo, corso serale di propaganda incluso.

Con la vittoria di Péter Magyar e la fine dei 16 anni di regno di Viktor Orbán, la macchina mediatica del sovranismo ungherese si pianta nel punto più imbarazzante possibile: proprio la tv di Stato ammette di aver mentito per anni durante l’era del leader illiberale.

Niente attacco hacker, niente operazione dei servizi segreti occidentali: una scelta politica esplicita, per smantellare il sistema d’informazione costruito su misura per Fidesz.

Magyar, il nuovo premier, chiama la tv pubblica “macchina di propaganda” e la sospende finché non tornerà a essere un servizio pubblico.

Orbán reagisce come ogni sovranista colto sul fatto: urla alla tirannia, si proclama vittima e corre ad aprire un nuovo canale “amico”, assicurando ai fan che “se vi interessa la verità, andate lì”.

La verità, come al solito, è un franchising: quando una sede chiude per eccesso di bugie, se ne apre un’altra più lontana dal controllo pubblico.

La scena è perfetta: lo Stato illiberale che per anni ha usato le sue emittenti come megafono quotidiano – talk show, telegiornali, speciali patriottici – oggi manda in onda un cartello su fondo nero e chiede scusa.

Quel cartello non parla solo agli ungheresi. Parla a tutta la claque sovranista europea, da chi considera Orbán un modello di “democrazia cristiana” a chi lo cita come esempio di “resistenza all’UE”.

E soprattutto parla ai complottisti, quelli che in questi anni ci hanno ripetuto:

“Non mi fido dei media mainstream”, “mi informo solo dai canali liberi”, “la tv di Stato patriottica dice le cose come stanno”.

Ora la tv patriottica, quella delle “cose come stanno”, comunica ufficialmente che non stavano affatto così. Che mentiva. Che era propaganda. Che il “risveglio” sovranista era in realtà un sonno indotto a colpi di fake news.

Il complottista, che si vanta di vedere trame ovunque, non aveva visto quella più evidente:

lo stesso potere che gli parlava di valori, identità, famiglia e cristianesimo stava incatenando la tv pubblica per trasformarla in un canale di partito.

Mentre insultava i media indipendenti come “servi dell’Europa”, l’unico vero servizio che riceveva dal suo Stato sovranista erano bugie confezionate in prima serata.

Se c’è una morale, è questa:

quando ti dicono che i media liberi sono il problema e che la soluzione è una tv di Stato “nelle mani del popolo”, di solito stanno solo cercando di mettere il telecomando nelle mani di uno solo.

In Ungheria quel qualcuno si chiamava Viktor Orbán. Oggi la tv pubblica ha fatto schermo nero. Chissà se, ogni tanto, lo faranno anche i complottisti sul loro canale preferito.


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