mercoledì 8 luglio 2026

Strage del Valdarno, Arezzo

 


“Ci sono solo rastrelli e zappe lì intorno. A ripensare oggi quello che abbiamo fatto sto ancora male, non so nemmeno come ci sia riuscito. Con il rastrello prendo anche io quei corpi, o meglio quei pezzi di corpo, non ce ne sono più di interi. Li aggancio e li trascino fuori, sull’aia”.


Sergio Martini aveva 15 anni quando i tedeschi massacrarono 192 uomini del Valdarno, Arezzo. Fatti a pezzi, mitragliati, dati alle fiamme. Trascinati in strada e macellati in ogni modo possibile. C’erano bambini, uomini adulti, persino ultranovantenni. Furono trascinati nelle strade e macellati in ogni modo possibile.


A nulla valse il tentativo del prete del Paese di offrire la propria vita in cambio di quelle dei suoi concittadini. Ci furono episodi umanamente laceranti, con padri che si facevano ammazzare per salvare la vita ai figli, gente bruciata viva.


La strage di Cavriglia è poco conosciuta.

Iniziava ieri, il 4 luglio, e finiva l’11. In quei 7 giorni, si aprì una ferita che nessuno ha più rimarginato, perché non uno dei tedeschi responsabili del massacrò pagò mai per quanto fatto.

Ma la memoria ci aiuta a sanarla, quella ferita. Come ha fatto anche Filippo Boni, che ha scritto un libro su quella strage, ricordando il bisnonno morto per salvare il figlio.


A tutti loro, oggi, il nostro ricordo.

Leonardo Cecchi 

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