martedì 14 luglio 2026

Diffamazione, la svolta civile. Meno carcere, più risarcimenti

 


Il confine tra penale e civile si fa sempre più labile. La diffamazione, reato che per decenni ha spaventato con il rischio carcere, è di fatto *in procinto di diventare materia esclusivamente civile*.


La spinta arriva dall’Unione Europea. Con la Direttiva Anti-SLAPP del 2024 e le raccomandazioni della Commissione, Bruxelles chiede agli Stati membri di depenalizzare i reati d’opinione per tutelare la libertà di espressione. L’Italia ha anticipato il percorso: dal 2016 il carcere per diffamazione "semplice" è stato abolito. Oggi resta in piedi solo per i casi più gravi, come la diffamazione a mezzo stampa o con attribuzione di un fatto determinato.


Nella prassi giudiziaria il cambiamento è già evidente. Le querele tra privati, spesso presentate in contesti di conflittualità personale, si chiudono quasi sempre con una sanzione pecuniaria o un risarcimento danni. 


Ne è un esempio il caso al centro dell’attenzione. A fronte di due denunce per diffamazione presentate dalla controparte, i legali della difesa puntano su un quadro diverso: semi infermità mentale già riconosciuta dal Tribunale, assenza di precedenti penali e stato di salute dell’imputato. 

Elementi che, secondo l’art. 89 c.p., portano il giudice a privilegiare misure alternative alla detenzione: cure, controlli periodici e libertà vigilata, invece del carcere.


In questo scenario le querele per diffamazione assumono un peso marginale. Non incidono sul percorso trattamentale, ma al massimo si traducono in una componente risarcitoria da definire in sede civile.


Il messaggio è chiaro: le parole costano, ma non mandano più in galera. La tendenza europea e italiana è una sola: punire con il portafoglio, non con la libertà personale.


Fenix

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