Sul lungomare di San Benedetto non abbiamo visto “cittadini che si difendono”, ma un tesserato che si sente sceriffo e tratta un essere umano come un sacco da spostare. Giuseppe Barboni, imprenditore e iscritto a Futuro Nazionale, non vede un uomo in crisi, vede un “ingombro” da rimuovere: lo afferra, lo strattona, lo trascina di peso e lo scarica sul marciapiede, tra i clacson che festeggiano come se la violenza fosse un servizio pubblico.
Il cittadino iracheno che viene picchiato non è un rapinatore/stupratore/assassino: è uno che ha già perso tutto. Dormiva in una tenda di fortuna, con un materasso e quattro pentole dietro una chiesa; un giorno arriva la pulizia, gli portano via la tenda, il materasso, i vestiti, l’unico fragile equilibrio che aveva. Si ritrova in strada, senza niente. Si scontra con la polizia, viene denunciato, continua a bloccare il traffico perché è letteralmente alla disperazione. E in quel momento, invece di uno Stato che lo gestisce secondo le leggi, gli arriva addosso un “patriota” di Futuro Nazionale che lo picchia e lo trascina via, accompagnato dal coro di chi applaude.
Questo non è “ordine”, è barbarie in giacca e cravatta. È il passaggio in cui una parte di società decide che chi è povero, migrante, disperato, può essere maneggiato a mani nude da chi si sente superiore. Giuseppe Barboni non interviene per fermare un’aggressione: costruisce lui l’aggressione, si sostituisce alle forze dell’ordine, si proclama giudice e carnefice. E la parte più nauseante non è solo il gesto: è la scelta di filmarlo e pubblicarlo, di trasformare il pestaggio di un uomo allo stremo in contenuto da like, in trofeo da esibire.
La feccia che plaude sotto questi video, che commenta “finalmente qualcuno che si muove”, che sogna un paese in cui ogni Barboni può afferrare chi non gli piace e trascinarlo via, è la stessa feccia che non si rende conto di una cosa semplice: se accetti che la giustizia sia questo, un giorno basterà che tu dia fastidio a qualcuno – per le tue idee, per il tuo corpo, per il tuo orientamento, per la tua povertà – e toccherà anche a te. In un paese dove ogni militante si sente autorizzato a “mettere ordine” con le mani, nessuno è al sicuro, nemmeno quelli che oggi battono le mani.
Il sindaco Mozzoni condanna, la città si vergogna, la Procura indaga. Futuro Nazionale, intanto, recita il solito copione dei “cittadini esasperati”, dei “patrioti che non si voltano dall’altra parte”. Ma se intorno a un partito cominciano a moltiplicarsi cinghiate ai manifestanti, pugni ai presìdi antifascisti, pestaggi ai migranti disperati, e dalla dirigenza non arriva una rottura netta, il problema non è più solo il singolo iscritto. È l’ambiente morale che lo ha convinto di essere nel giusto.
Il trafiletto delle vergogne: dove passa Futuro Nazionale, la violenza segue
Piacenza, teatro President – dicembre 2023
Prima della presentazione del libro di Vannacci, un militante del centro sociale ControTendenza viene colpito al volto con cinture e catene, “un’azione a sangue freddo” come la definisce il collettivo; il ferito finisce in ospedale, mentre la Digos indaga sugli autori dell’aggressione.
Nessun nome ufficiale degli aggressori, solo la solita scena: ultras e simpatizzanti che partono contro i manifestanti antifascisti, convinti di essere il braccio armato del “popolo sano” che difende il generale.
Verona, comizio alla Fabbrica Pedavena – aprile 2026
Giovanni Zardini, leader del Circolo Pink e attivista Tumulto Pride, racconta di pugni allo stomaco, bruciature di sigaretta sul braccio, manate in faccia a un altro ragazzo, minacce di morte e un “popolo inferocito” che si scatena contro una decina di persone colpevoli solo di aver gridato “fascisti” e suonato un flauto pacifista.
In mezzo, carabinieri e polizia che cercano di mettere un cuscinetto tra i Vannacci‑fans e chi protesta. Gli aggressori restano senza nome, ma la dinamica è chiara: dove parla Futuro Nazionale, chi dissente rischia di prendersi le mani addosso.
Tre episodi, tre città, stesse costanti: manifestanti antifascisti, attivisti LGBT+, migranti disperati, tutti trattati come bersagli legittimi da chi si sente parte di un esercito politico. Cinghiate, pugni, bruciature, pestaggi: intorno al brand di Futuro Nazionale, la violenza non è una deviazione marginale, è il metodo. E finché il partito non rompe pubblicamente con questa feccia, chi applaude e chi mena non sono “mele marce”: sono esattamente il frutto dell’albero.
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Acebo
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