Il punto centrale della denuncia di Orlandi riguarda la manomissione dei sistemi di sicurezza del macchinario in cui Luana è rimasta intrappolata.
La decisione della Procura di Prato di riaprire il caso sulla morte di Luana D’Orazio ha riacceso i riflettori su una tragedia che, per la famiglia, non ha ancora avuto giustizia. Alberto Orlandi, compagno della giovane, ha reagito alla notizia con amarezza: «Provo rabbia perché questa roba doveva venire fuori cinque anni fa e non cinque anni dopo. Se mancano dei pezzetti, significa che quanto fatto finora non è stato fatto bene». Per lui, la notizia è un paradosso: un segnale positivo che però conferma i buchi neri di un'indagine durata anni.
«Non sono morti bianche, sono omicidi»
Il punto centrale della denuncia di Orlandi riguarda la manomissione dei sistemi di sicurezza del macchinario in cui Luana è rimasta intrappolata. Non accetta che si parli di una semplice fatalità e attacca duramente la gestione della sicurezza in fabbrica: «Bisogna riuscire a distinguere, perché ci sono incidenti e ci sono omicidi sul lavoro. Ci sono morti bianche e morti rosso sangue, come quella di Luana, e c’è una bella differenza. Non penso che questo macchinario si sia manomesso da solo». Secondo l'uomo, la ragazza era totalmente ignara del pericolo che correva ogni giorno.
Il muro di silenzio
A pesare come un macigno è anche l'assoluzione del tecnico manutentore avvenuta nel novembre 2025, una sentenza che Orlandi ha definito «una mazzata» e che è stata ampiamente documentata dalle pagine de Il Resto del Carlino.
Il dolore del compagno è acuito dal silenzio di chi sapeva e non ha parlato: «Nessuno ha avuto il coraggio di dire la verità, neanche i colleghi. Io non accetto che una ditta, dopo aver permesso la morte di una ragazza di 22 anni, possa continuare a lavorare come se nulla fosse: è una vergogna».
L'appello ai lavoratori
Nonostante lo scetticismo verso il sistema giudiziario — «Se mi devo basare sulla legge italiana non mi aspetto niente» — Orlandi continua a sostenere la battaglia di Emma, la madre di Luana. Il suo pensiero finale è un grido d'allarme per chiunque rischi la pelle ogni giorno in fabbrica per pochi euro di profitto aziendale: “A tutti i lavoratori dico: se c’è qualcosa che non va, denunciate. Un lavoro si ritrova, una vita no”.
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