lunedì 20 luglio 2026

G8 di Genova, 25 anni dopo. La morte di Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto: gli orrori che l'Italia non ha mai archiviato

 

G8 di Genova, 25 anni dopo. La morte di Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto: gli orrori che l'Italia non ha mai archiviato
 
di Domenico Zurlo
 

C'è un modo per misurare quanto una ferita resti aperta, ed è guardare chi continua a tornarci sopra dopo un quarto di secolo. Il 20 luglio 2001, ormai 25 anni fa, Genova diventò il set di una tragedia che l'Italia non ha mai davvero archiviato: non nelle aule di giustizia ma nella memoria collettiva. Tre giorni di vertice G8, decine di migliaia di manifestanti, cariche, lacrimogeni, un ragazzo che muore in piazza Alimonda. Poi la notte della scuola Diaz. Poi Bolzaneto.

G8 di Genova, cosa accadde

Venticinque anni dopo, a parlare non sono più solo i libri di storia o le sentenze. In mezzo a tutto questo restano due filoni giudiziari — Diaz e Bolzaneto — che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha definito, senza sfumature, tortura. E resta un terzo filone, quello di piazza Alimonda, che una sentenza vera e propria non l'ha mai avuta. In una vicenda che rappresentò, per dirla con le parole di Amnesty International, «la più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un Paese occidentale nel secondo dopoguerra».

In piazza 25 anni dopo

Ieri, domenica 19 luglio, in migliaia - circa 10mila - sono scesi in piazza: c'era chi nel 2001 non era ancora neanche nato, e chi di quel luglio porta ancora addosso i segni, generazioni lontane ma anche vicine, nel ricordo di una ferita che non si rimargina. Un serpentone pacifico, colorato ma arrabbiato. Proprio oggi ci sarà invece la commemorazione, sempre in piazza Alimonda, per la morte di Carlo e martedì la fiaccolata alla scuola Diaz. 

Nel primo pomeriggio i giovani dei collettivi si sono dati appuntamento davanti alla scuola Diaz. Con loro anche Mark Covell, il giornalista che finì in coma durante l'irruzione. «I ragazzi sono molto arrabbiati - ha detto - ma sono convinto che da Genova partirà un nuovo movimento della generazione Z che pian piano si prenderà tutta la scena». Il reporter inglese si è poi sentito male per il caldo ed è stato soccorso da alcuni manifestanti e caricato in ambulanza.

Il corteo è arrivato fino a piazza Alimonda, dove il 20 luglio venne ucciso Carlo Giuliani, per unirsi agli altri attivisti per la manifestazione nazionale Nessun Rimorso. Qui hanno deposto alcuni fiori accanto al cippo che lo ricorda e anche un estintore. Presente anche la sorella Elena che all'assemblea dei No Kings ha spiegato che vivere senza il fratello «è come tutte le ingiustizie del mondo per le quali si deve combattere e lottare ancora tutti uniti».

La morte di Carlo Giuliani

E allora ricordiamo quei fatti, perché bisogna partire da lì, da un incrocio del quartiere Foce che i genovesi, da tempo, chiamano ormai anche «piazza Carlo Giuliani»: non è un nome ufficiale, ma è quello che è passato nell'uso comune dopo che una fotografia — il ragazzo con l'estintore sollevato, il passamontagna, il Defender bloccato — è diventata l'immagine simbolo di un'intera stagione politica italiana. E una lapide: «Carlo Giuliani, ragazzo». È l'unico segno permanente lasciato in città da quei giorni.

Carlo Giuliani (in basso a destra, parzialmente coperto da un altro manifestante) raccoglie da terra un estintore in una foto di Radio Sherwood diffusa nel luglio 2001

Il 20 luglio 2001, durante gli scontri legati al summit, un Defender dei carabinieri resta bloccato in piazza Alimonda, circondato da un gruppo di manifestanti. A bordo ci sono tre uomini: l'autista Filippo Cavataio, il collega Dario Raffone, e Mario Placanica, ventunenne, ausiliario da appena sei mesi di servizio. Fuori, la tensione precipita. Un ragazzo di 23 anni, il volto coperto, solleva un estintore e lo punta verso il mezzo: è Carlo Giuliani. Placanica, dall'interno, estrae la pistola d'ordinanza e spara. Il ragazzo cade a terra. Il Defender, nel tentativo di allontanarsi, gli passa sopra due volte. Muore lì, in pochi minuti, davanti a decine di telecamere.

Nessun processo

A venticinque anni di distanza vi è un punto che resta il più controverso: di quella morte non si è mai discusso in un'aula di tribunale. La Procura chiese infatti l'archiviazione il 2 dicembre 2002, riconoscendo a Placanica la legittima difesa. Il 5 maggio 2003 il gip accolse la richiesta e pronunciò il non luogo a procedere, rilevando «la presenza di cause di giustificazione che escludono la punibilità del fatto». Nessun processo o dibattimento pubblico, nessun controinterrogatorio dei testimoni. Nessuna verifica in contraddittorio delle eventuali contraddizioni.

La famiglia Giuliani si oppose e portò il caso davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo, che nel 2009 confermò comunque la lettura italiana. Placanica agì per legittima difesa, senza uso eccessivo della forza, stabiliscono i giudici di Strasburgo. La sentenza diventa definitiva nel 2011, chiudendo in via ultimativa ogni possibilità di riapertura del caso in sede giudiziaria. Un tema, quello della legittima difesa e dei suoi confini, tornato con forza nel dibattito pubblico proprio in questi giorni — complice il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato in Cassazione per l'omicidio di due rapinatori. A dimostrazione di quanto la linea tra difesa legittima e reazione punibile resti, anche a distanza di decenni e in contesti profondamente diversi, tutt'altro che scontata.


La notte della Diaz

La morte di Giuliani fu uno spartiacque decisivo in quei giorni. Tra i manifestanti c'era tanta rabbia e tanta paura, e anche tra le autorità e nelle forze dell'ordine: alcuni funzionari di polizia, in quei giorni, intercettati al telefono, si spinsero a ridere della morte di Carlo, con frasi come «1-0 per noi» che sarebbero poi rimaste ben impresse nella mente di molti. Ma a peggiorare la situazione, dopo quel giorno, fu ciò che accadde dopo in altri due luoghi: la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto.

Un giovane militante del Genoa Social Forum ferito dopo la perquisizione compiuta da polizia e carabinieri nella scuola Diaz, sede del GSF, a Genova nei giorni del G8 del luglio 2001. ANSA

Meno di trentasei ore dopo la morte di Giuliani, a poca distanza da piazza Alimonda, si consumò infatti quella che i cronisti dell'epoca ribattezzeranno «la macelleria messicana». Attorno alle 23.30 del 21 luglio, il primo reparto mobile di Roma fa irruzione nel complesso scolastico Diaz-Pertini, nel quartiere di Albaro. In tenuta antisommossa gli agenti entrano nell'edificio dove decine di manifestanti stanno passando la notte. Quello che accade verrà ricostruito processo dopo processo, per quindici anni, fino alla sentenza definitiva della Corte europea dei diritti dell'uomo.

Un giovane militante del Genoa Social Forum fermato la notte fra 21 e 22 luglio 2001 dopo la perquisizione compiuta da polizia e carabinieri nella scuola Diaz, sede del GSF, a Genova. ANSA

In quella scuola non c'erano manifestanti, black bloc o terroristi: c'erano attivisti, giornalisti, donne. Persone addormentate vengono colpite con manganelli, alcune riportano fratture multiple, una finisce in coma. Nessuno, tra gli occupanti, oppone resistenza armata: le uniche bottiglie molotov trovate sul posto risulteranno, secondo le ricostruzioni successive, introdotte dagli stessi agenti come prova a giustificazione dell'irruzione. I processi che seguono si concludono con condanne — non per le violenze in sé, in larga parte coperte da prescrizione, ma per falso e calunnia a carico dei funzionari che firmarono i verbali. Il 5 luglio 2012 la Cassazione condanna venticinque tra agenti e funzionari.

Nel 2015, con la sentenza Cestaro, la Corte di Strasburgo condanna l'Italia stabilendo che quanto avvenuto alla Diaz va qualificato come tortura. Due anni dopo, con la sentenza Bartesaghi Gallo, la Corte reitera la condanna per altri ventinove occupanti, riconoscendo un risarcimento di circa 45mila euro a testa. Nello stesso periodo, il Parlamento italiano introduce finalmente nel codice penale il reato di tortura — che nel 2001, quando i fatti della Diaz e di Bolzaneto si consumano, ancora non esisteva. E di cui ancora oggi si dibatte, come se punire chi si rende protagonista di questi atti possa essere in qualche modo lesa maestà nei suoi confronti.

La caserma di Bolzaneto

Se la Diaz ha avuto la sua mediatizzazione — foto, video, testimonianze diffuse quasi in tempo reale — la caserma di Bolzaneto, trasformata per l'occasione in centro di raccolta temporaneo per i fermati, è rimasta invece per anni un capitolo più oscuro. Eppure, per numero di vittime e sistematicità dei maltrattamenti, è forse il fronte più grave dell'intera vicenda. Nei giorni del G8, centinaia di persone arrestate vengono infatti portate a Bolzaneto e sottoposte, secondo quanto accertato nei processi, a un regime di umiliazioni sistematiche. Posizioni dolorose forzate per ore, insulti a sfondo politico e sessuale, privazione di cibo e acqua, in alcuni casi violenze fisiche dirette.

Anche su Bolzaneto interviene la Corte europea, che nel 2017 condanna nuovamente l'Italia riconoscendo che i fatti costituiscono tortura e che l'indagine interna condotta all'epoca non fu adeguata a individuare le responsabilità. Nessuno dei responsabili accertati, tra Diaz e Bolzaneto, sconterà pene detentive proporzionate alla gravità riconosciuta dai giudici europei. Prescrizioni e indulti erodono progressivamente le condanne inflitte nei primi gradi di giudizio. Alcuni dei funzionari coinvolti, negli anni successivi, otterranno anzi promozioni di carriera: il particolare più incredibile di tutto questo, in un Paese come l'Italia.

«Noi repressi con la violenza»

In un'intervista al Fatto Quotidiano a 25 anni dei fatti a ricordarli è Vittorio Agnoletto, all'epoca uno dei portavoce del Genoa Social Forum: «Nessuno dei poliziotti condannati ha passato un giorno in cella. Non sono mai stati sospesi, se non dai giudici. Non sono un amante del carcere, ma la giustizia deve essere uguale per tutti. Così si è diffuso un senso generale di impunità». «Quello di Genova è stato il più grande movimento della Storia - aggiunge - faceva paura la dimensione della mobilitazione, questo spiega la repressione», che «si è manifestata in due forme - racconta -. Una violenta: l'uccisione di Carlo Giuliani, gli arresti illegali e le torture alla Diaz e a Bolzaneto; migliaia di feriti. E una mediatica: la delegittimazione ispirata dalle veline dei servizi segreti. Tutto ciò ha traumatizzato una generazione e lasciato una democrazia ferita».

Automobili ribaltate dopo gli scontri che precedono di pochi minuti la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda a Genova il 20 luglio 2001. ANSA

Il movimento di allora, ricorda, era «transnazionale con radici a Porto Alegre, Dakar, nella Terra del Fuoco, in Filippine, in Sudafrica, che chiedeva una globalizzazione dei diritti». Un movimento che aveva previsto «lo strapotere della finanza sulla politica», «riscaldamento globale e milioni di migranti climatici» e ancora «restrizione delle democrazie», «politici prestanome della finanza» e «un'ingiustizia sociale insopportabile». 

Il ricordo di Elena Giuliani

Elena Giuliani, sorella di Carlo, è ancora segnata dalla sua perdita: vivere per 25 anni «senza un fratello morto ammazzato in piazza» è come vivere tutte «le ingiustizie del mondo». Ingiustizie per cui, oggi come allora, «bisogna combattere e lottare ancora, unendo le forze di tutte e tutti», ha detto pochi giorni fa da Palazzo Ducale, lo stesso posto dove nel 2001 si riunirono i grandi del mondo e che ospita l'assemblea dei No Kings, il movimento di protesta nato negli Stati Uniti. «Il mondo sta andando sempre peggio - spiega - ed essere qui, come tutti gli anni, è per la necessità di ricordare quello che è successo 25 anni fa e che ha chiuso la bocca al movimento e non ha permesso di parlare e di affrontare i temi che sono oggi ancora drammaticamente presenti».

Elena Giuliani, sorella di Carlo, durante la manifestazione per il 25ennale del G8 genovese nel 2001. Genova, 19 luglio 2026. ANSA

I movimenti che quel luglio 2001 arrivarono in città da tutta Italia volevano sfidare i Grandi della terra perché volevano un mondo migliore. Come andò a finire entrerà nei libri di storia, ma «questi anni non sono passati invano perché tanti piccoli movimenti ci sono. Siamo tante e tanti e questa è la nostra forza». La ferita per la morte del fratello è ancora aperta, viva. E non c'è stato «neanche un processo a dirmi la verità sul perché non c'è più. Un processo che non lo avrebbe riportato in vita ma che sarebbe servito a evitare il ripetersi di altre ferite così dolorose». 

Placanica: «Non doveva succedere»

Ma in questa vicenda c'è anche qualcun altro che ha visto la sua vita completamente cambiata: è l'uomo che sparò a Carlo Giuliani uccidendolo. Mario Placanica, all'epoca carabiniere ausiliario appena ventenne: un azzardo, forse una follia mandarlo in quella piazza con alle spalle «un breve addestramento all'ordine pubblico». «È come se fossi morto anche io a Genova. Non era una cosa che doveva succedere a due ragazzi. Hanno distrutto la vita a me e a Carlo. Avevamo quasi la stessa età», dice all'ANSA a 25 anni da quei fatti.

«Si era venuta a creare una situazione di grave pericolo per tutti», ricorda l'ex militare. «I No global hanno degenerato e noi carabinieri, in tre, siamo rimasti con la jeep da soli. Si vede da lontano - dice riferendosi alle riprese video di quei momenti - che c'erano plotoni ma non sono venuti in nostro soccorso. Me la sono dovuta cavare da solo anche perché il mio collega, Cavataio, aveva problemi a mettere in moto il Defender (il mezzo in uso ai carabinieri ndr.). Raffone, che era dietro, quello che si vede nei video con la mano sull'orecchio, era paralizzato dai colpi che arrivavano nella macchina. I vetri erano rotti. A me è stata buttata una trave in testa. Io ho sparato per allontanarli, non per colpire». «Ma non possiamo dire - osserva - che è stato un incidente perché è una cosa che non doveva accadere». Placanica spiega infatti che «c'è stata una cattiva organizzazione sia dalla parte delle forze dell'ordine sia dalla parte dei No global».

Quei fatti drammatici secondo l'ex carabiniere possono costituire un monito per i giovani, affinché «non si lascino trasportare dalle emozioni o dalla rabbia durante le manifestazioni. Le forze dell'ordine garantiscono la sicurezza dello Stato e vanno rispettate da tutti». Al tempo stesso, però, le forze dell'ordine devono essere «equipaggiate in modo adeguato per evitare di dover utilizzare le armi. Io ho sparato, è morta una persona, ma non si deve mai arrivare a questo. Mai». 

Dal cinema ai podcast

Difficilmente un episodio della storia recente italiana ha generato una produzione culturale così vasta e trasversale. Il primo a intervenire, pochi mesi dopo i fatti, è il documentario di Francesca Comencini, che dà voce diretta alla famiglia e agli amici di Carlo Giuliani. Seguono negli anni altri lavori collettivi come «Genova per noi», firmato a più mani da registi come Wilma Labate e Paolo Pietrangeli.

Il titolo che più di tutti ha fissato l'immaginario collettivo resta però «Diaz - Don't Clean Up This Blood» di Daniele Vicari, uscito nel 2012. Il film è ispirato in parte al libro-inchiesta del giornalista Lorenzo Guadagnucci sulla notte dei manganelli nella scuola genovese. Definito da più parti «per stomaci forti», è diventato negli anni un classico della cinematografia civile italiana, tuttora disponibile in streaming.

Sul fronte editoriale, la bibliografia è sterminata: dai reportage a caldo di cronisti come Massimo Calandri e Carlo Bonini, fino ai libri-testimonianza di chi quei giorni li ha vissuti da arrestato, come il racconto di Valerio Callieri sulla propria detenzione a Bolzaneto. Non manca il fumetto: l'antologia corale «Nessun rimorso», pubblicata da Coconino con la copertina di Zerocalcare e i contributi di autori come Erri De Luca e Davide Reviati, ha portato la memoria del G8 anche fuori dai canali tradizionali dell'informazione.

Il fenomeno più recente, però, è quello dei podcast. «Limoni», prodotto da Internazionale con la giornalista Annalisa Camilli — che a Genova, nel 2001, c'era come manifestante — ha ricostruito in otto episodi quello che l'autrice ha definito un fallimento collettivo. Un fallimento capace di travolgere istituzioni, forze dell'ordine e manifestanti insieme, secondo la definizione della stessa Camilli.

A ridosso di questo venticinquesimo anniversario è arrivato «La Sospensione», firmato da Francesca Zanni per Amnesty International Italia in collaborazione con Domani. Sette episodi costruiti sulle testimonianze dirette di sopravvissuti a Bolzaneto, avvocati, magistrati e, tra gli altri, della stessa Elena Giuliani insieme alla madre Haidi. Un quarto di secolo dopo, Genova continua così a essere raccontata — e riascoltata — da ogni possibile angolazione. Segno che quei tre giorni di luglio non sono mai davvero diventati storia archiviata.

https://www.leggo.it/schede/20_luglio_2026_g8_genova_diaz_bolzaneto_carlo_giuliani_cosa_accadde_2001-dal_cinema_ai_podcast-10-9660592.html 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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