Va veloce Luciano Marangon, come se fosse ancora sulla sua amata fascia sinistra. Va d’anticipo. «Osvaldo Bagnoli è stato un uomo d’immensa statura, onesto, umile, semplice, pieno di valori. Mi auguro che la città di Verona faccia qualcosa di grande per ricordarlo. Intitolargli lo stadio, ad esempio, sarebbe un dono senza prezzo. Perché anche le prossime generazioni sappiano chi è stato davvero», il suggerimento immediato di Marangon dalla sua Ibiza, prima di tornare indietro nel tempo. «Rassicurante era anche solo la sua presenza, al di là di tutto quello che ci ha dato. Permettendoci di vivere quel che abbiamo vissuto tutti insieme. Qualcosa di indimenticabile. Mi capitò anche di avere degli scontri col mister», sorride Marangon, «poi però alla fine ci riflettevi e ammettevi che era sempre nel giusto. Con la sua intelligenza, la sua coerenza, il suo modo di porsi. Trovando sempre la soluzione a tutto e per tutti. Con molti dei miei compagni era bello rivederlo, finché non s’è ritirato. Proprio dopo che se n’è andato il suo grande amico Ciccio Mascetti».

La calma dei grandi
Preben Elkjaer è al solito profondissimo. «Adesso è facile pensare a lui, ma Bagnoli merita di essere ricordato per sempre», la regola di Elkjaer da Copenaghen, al Verona nell’84 dopo la semifinale dell’Europeo della sua Danimarca persa contro la Spagna e il terzo posto al Pallone d’Oro alle spalle di Platini e Tigana. «Era di pochissime parole, ma quella era la sua forza. “L’attaccante in Italia non perde mai la palla”, mi ripeteva sempre, facendomi capire velocemente che la Serie A era molto diversa dal campionato tedesco e quello belga in cui avevo giocato prima. Lui era tutto il contrario del classico caos italiano. Una fortuna, specie per noi giocatori. Impose i suoi tempi, anche quando dopo venti giornate disse che dovevamo prima di tutto salvarci e invece stavamo per vincere lo scudetto. Mi piaceva la sua filosofia, quella del gioco d’attacco e del tiro in porta dopo tre passaggi. Una fortuna per me, per Galderisi, per Fanna. Quatto anni stupendi, pari all’uomo straordinario che è stato. Siamo tutti molto tristi, ma io voglio prima di tutto pensare che quella del nostro mister sia stata davvero una vita bellissima».
Amore vero
Dolcissimo Nanu Galderisi, il centravanti del Verona campione d’Italia. «Proteggeva sempre noi giovani, nel bene e nel male. Lo guardavi e capivi subito se ti stesse tirando le orecchie o abbracciando. “Novantun anni da eroe”, l’sms di mio figlio appena ha saputo», il fotogramma di Galderisi fra passato e presente. «È durissima da accettare, anche se sapevamo che non stava bene. Certi momenti, però, vorresti non arrivassero mai. Vale per noi, vale anche per tutto il mondo dello sport. Specie per chi ha conosciuto la sua schiettezza, la sua lealtà, la sua correttezza. Il suo calcio era figlio del suo modo di vivere. Niente di più, niente di meno. Mettendo dentro, in quella squadra dello scudetto, magari non i migliori ma certamente i più affidabili. Ringrazio il Signore per avermi dato l’opportunità di crescere prima con Trapattoni e poi con Bagnoli». Maestri di una volta, ma anche giovani attentissimi. Come Silvano Fontolan, con Bagnoli non solo all’Hellas: «Mi ha fatto diventare un giocatore vero, già quando a Como era il vice di Marchioro. Mi lascia tutti i suoi insegnamenti. Ed una mezza convinzione: a parte i miei genitori, nessuno credo mi abbia voluto bene quanto lui».
Molto più di un mister
Antonio Di Gennaro ha un filo di voce. «In sette anni Bagnoli mi ha insegnato tutto, come calciatore e come uomo. E quando mi separai dalla mia prima moglie si tolse la tuta ed iniziò a darmi consigli per la vita. Lui rappresenta semplicemente la mia carriera», la prima istantanea di Di Gennaro, mentre la chat dei campioni dello scudetto continua a riempirsi di messaggi, pensieri e splendidi ricordi.
«Grazie a Bagnoli», la chiave di Di Gennaro, «nacque qualcosa di incredibile, quel che continuò anche dopo. Perché seppe creare una squadra forte ed uomini veri. Rispettando tutti. Il suo non era un altro calcio. Il nostro non era un altro calcio. Era il calcio come dovrebbe essere anche adesso. Fatto prima di tutto di rispetto, oltre che più bello, più tecnico, più ricco di talento. Anche per questo il nostro scudetto non fu un miracolo, basti ripensare al Verona degli anni precedenti. L’ultima volta che lo chiamai fu un 3 di luglio, il giorno del suo compleanno. Mi disse che aveva male ad un ginocchio. Chissà perché gli diedi del tu. Non l’avevo mai fatto prima. È un momento triste, adesso. Per me, per tutti i miei compagni, per Verona, per i tifosi. Bagnoli è stato un uomo stupendo ed un allenatore meraviglioso. E continuerà ad essere il nostro condottiero».
La storia infinita
Mimmo Volpati su Bagnoli potrebbe scrivere un libro. Suo giocatore alla Solbiatese, poi al Como, quindi al Verona. «Tutti noi», la carezza di Volpati, «gli dobbiamo prima di tutto eterna gratitudine. Intanto per l’educazione che ci ha trasmesso. Era una lezione dopo l’altra. Calcistica e nei comportamenti. Un’icona per Verona. Bagnoli era rispetto assoluto, nei confronti di tutti. Viviamo anche di passato, ma il mio pensiero ora va soprattutto alla sofferenza della famiglia». E poi il suo calcio. Raffinatissimo. «Ho una foto», racconta Volpati, «in cui io e Fontolan, da difensori, eravamo a fare pressing sul portatore di palla nell’area avversaria. Con l’Inter, una volta, giocò con Rossi, Pacione ed Elkjaer insieme. Tre attaccanti contro una grande della Serie A. Ero un po’ la sua sentinella io. Il suo jolly. A ventun anni, a Solbiate, mi disse che non ero una punta ma un centrocampista. Dall’ala destra mi spostò in mezzo. Ovviamente aveva ragione. A Como mi valorizzò ulteriormente, nel Verona esaltò le mie qualità di giocatore disciplinato ed ordinato. Quello che mi diceva, io facevo. Veniva automatico con lui».
La verità degli sguardi
Luciano Bruni esalta i silenzi di Bagnoli. «Un giorno al telefono, quando il Verona era ormai lontano per entrambi, gli dissi sorridendo che io e lui non avevamo mai parlato così tanto. Era proprio così. Ed era bello capirsi al volo, anche solo con uno sguardo», il quadro di Bruni, altro tassello preziosissimo di quell’irripetibile Verona. «Un giorno, era il Verona già di Caniggia e Troglio, diede la formazione. “Numero otto Bruni, fai il solito tu”, mi disse senza andare oltre, salvo poi raccomandarmi di stare sempre attento a Berthold secondo lui non proprio irreprensibile tatticamente. Siamo tutti addolorati. Tantissimo. Ma è il ciclo della vita. Bagnoli resterà sempre, al di là di quel che ci ha trasmesso, anche un allenatore attualissimo. Quel che vedo al Mondiale era già nelle sue idee tanto tempo fa. Concetti ancora oggi validissimi. Amava ripetere che “il mediano deve fare il mediano”. In quelle parole c’era la sintesi del suo calcio. Del tutto naturale, ma acutissimo».
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