La procura di Alessandria ha chiesto due ergastoli per Renato Curcio e Mario Moretti, dirigenti storici delle Brigate Rosse, e 21 anni di carcere per Lauro Azzolini, al termine della requisitoria sulla sparatoria della Cascina Spiotta del 5 giugno 1975.
In quel conflitto a fuoco morirono l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la brigatista Mara Cagol, durante l’epilogo del sequestro dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia. Da una parte un appuntato nell’esercizio delle sue funzioni, dall’altra una ragazza con il mitra in mano e la rivoluzione in testa.
Curcio ha 85 anni. Moretti 80. Azzolini 82. Le Brigate Rosse appartengono alla storia del Novecento. Eppure la macchina giudiziaria continua a rovistare tra le macerie di un conflitto politico concluso da mezzo secolo, inseguendo una condanna che assume sempre più i contorni della vendetta di Stato.
I pubblici ministeri hanno tracciato una distinzione netta tra gli imputati. Per Azzolini hanno chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche. Per Curcio e Moretti, invece, nessuna attenuante. Ergastolo. Pesante come una lapide. Una richiesta fondata sul concorso morale. Non c'è bisogno di aver premuto il grilletto, dice il teorema dell'accusa. Sei il capo? Allora il sangue è anche tuo. Una categoria dello spirito giuridico che somiglia tanto a un regolamento di conti tardivo.
A colpire non è soltanto la severità abnorme delle richieste. È la loro distanza dal tempo storico. La vicenda appartiene ormai agli archivi della Repubblica. Cinquant’anni dopo, la giustizia non insegue l’accertamento dei fatti, ma punta alla riaffermazione simbolica della vittoria dello Stato sui suoi nemici sconfitti.
Una vendetta fredda, firmata in nome del popolo italiano. Perché al Potere, evidentemente, la resa non basta mai. Vuole anche l'ultimo respiro.
Alfredo Facchini

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