L'ho conosciuto in una casa dell'Associazione Baobab Experience. Si chiama Alaji Diouf, viene dal Senegal. Durante l'ultimo tratto della traversata ha aiutato a portare la barca a riva, fiero di aver salvato chi era con lui. Appena sceso, si sentiva un eroe. Invece è stato arrestato e portato a Regina Coeli.
Quando l'ho incontrato, appena tornato in libertà, non parlava ancora la nostra lingua. Non capiva cosa gli fosse successo, perché fosse stato fermato, cosa gli stesse succedendo intorno. Aveva un volto gentile, ed era visibilmente traumatizzato. Non l'ho mai dimenticato.
Di storie come questa, dietro ai numeri dei naufragi e degli sbarchi, ce ne sono a migliaia che nessuno racconta.
E c'è un motivo se nessuno le racconta. Questo governo ha bisogno che restino numeri, non persone. Per questo si continua a usare la parola "clandestino": cancella un volto, una storia, un nome.
Per Vannacci il problema sono gli Alaji di questo mondo: ragazzi che fuggono dalla povertà e dalla guerra e che lui, in un libro per cui è indagato per istigazione all'odio razziale, ha descritto come "delinquenti etnici".
Per me il pericolo sono quelli come lui: chi ha costruito una carriera lucrando sull'odio, vendendo paura travestita da identità.
Oggi è la Giornata mondiale del rifugiato. Io penso ad Alaji, e a quanti come lui un'intera cultura politica ha smesso di guardare come persone. Secondo me, e per fortuna non solo secondo me, il pericolo non è Alaji. Il pericolo è Vannacci.
Ilaria Cucchi

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