di Gianni Belloni
Disegnare mappe è attività prettamente politica. Bene lo sapevano i geografi
a servizio dei nascenti stati nazionali impegnati a descrivere spazi
geometricamente raffigurabili e recintati. All’ombra della crisi – che è insieme
politica, ecologica e di possibilità di raffigurazioni uniche ed unitarie del
mondo – nascono nuove mappe utili a produrre nuovi significati. Una di queste
l’ha tratteggiata Guido Turus, testardo promotore del progetto
Bioresistenze
che ha raccolto, in un bel volume uscito da poco per le edizioni Esedra,
ventidue esperienze che, in giro per l’Italia – da Orbiciano Camaiore, nel
lucchese, a Palermo, da Agrigento a Monrupino [Trieste] -, praticano
«agricoltura responsabile». Da vecchie e «resistenti» cooperative votate al
biologico presidiando «aree marginali», a nuove realtà impegnate nella
diffusione degli orti urbani tra gli interstizi – il celebrato «terzo paesaggio»
– delle aree urbane, passando per classiche realtà contadine che nella
tradizione colturale (non è un errore di battitura) hanno tratto il meglio
per
perseguire il rispetto della terra e
dei suoi prodotti.
Guido, e con lui il progetto Bioresistenze – supportato dal Movimento per il
Volontariato Italiano [Movi] e dalla Confederazione italiana agricoltori [Cia]
-, ha orchestrato lo spartito delle diverse esperienze grazie ad una serie di
contributi.

Giovanni Serra accorda il tema delle responsabilità ai tempi del straripante
trionfo dell’ideologia individualista e consumista. I fondamentali
dell’agricoltura – le politiche, il land grabbing, l’innovazione responsabile –
sono passati in rassegna da Giuseppe Politi, mentre a Massimo Montanari il
compito di declinare il tema delle culture gastronomiche attraverso le
composizioni sociali e i flussi storici. Conoscere i dispositivi che muovono gli
immaginari moderni ci aiuta a decifrare le pratiche dell’omologazione anche
quando inneggiano alla “ruralità” ci spiega Alessandra Guigoni. Un biologo del
calibro di Marcello Buiatti ci introduce agli alfabeti della biodiversità
approfonditi da un intervento di Nadia Marchettini (dedicato ad un
indimenticato, ed indimenticabile, ambientalista quale Enzo Tiezzi). Ad
addentrarsi nella critica all’economia nel tempo della crisi ci ha pensato
Roberta Carlini passando in rassegna le possibili «filiere del noi», mentre un
appassionato aggiornamento sulle lotte per il riconoscimento della «terra bene
comune» è affidato – a chi, se no? – a Luca Martinelli.
L’impaginazione invita ad alternare
all’analisi il racconto delle esperienze che ci vengono
consegnate da brevi presentazioni e da fotografie (accorte e non scontate).
La traccia che lega queste esperienze in
una mappa è la politicizzazione delle pratiche della società
civile: coltivare un terreno confiscato alle mafie, alimentare
un mercato a chilometrozero, presidiare un territorio in abbandono sono
propriamente pratiche politiche. Movimenti opposti alla politica utilizzata per
legittimare tra le masse l’autorità statuale. Piuttosto una politica adeguata ai
tempi nuovi della responsabilità globale per la limitatezza delle risorse.
Disobbedendo alle etichette – e
questo è un altro merito della mappa di Bioresistenze –
che anche i circuiti della società civile hanno
alimentato [equo e solidale, biologico, chilometro zero e via cantando]
specchiandosi nella logica del marketing, ma rischiando seriamente di
svuotare di senso ogni generosa pratica di (bio)resistenza.
http://comune-info.net/2014/06/bioresistenze-mappa/
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