sabato 9 maggio 2026

Il sorriso di Lady Cris



Alcune persone non sorridono soltanto... sopravvivono con tanta bellezza che il loro sorriso diventa una preghiera. Questa canzone è stata creata per Cris — un'anima italiana con la polvere della strada nei passi, la luce del gospel nel cuore, e una grazia da fenice che non accetta di scomparire.

"Il Mio Sorriso È Una Preghiera" non parla solo di felicità. Parla di scegliere la luce dopo la tempesta. Parla di stare dentro la propria storia con coraggio, eleganza, fede e fuoco.

C'è qualcosa di potente in una donna che ha vissuto abbastanza da conoscere il dolore...

ma sceglie ancora di benedire la stanza con la sua presenza. Sceglie ancora di sorridere. ma sceglie ancora di benedire la stanza con la sua presenza.

Sceglie ancora di sorridere.

Sceglie ancora di rialzarsi.

Sceglie ancora di credere.

Qui il gospel del Sud incontra il cuore italiano.

Qui le strade di campagna diventano navate di cattedrale. Qui gli stivali sotto un abito sacro raccontano al mondo:

"Ho camminato nella polvere, ma il cielo conosce ancora il mio nome."

Per ogni donna che porta ancora bellezza, fede, coraggio, dolcezza e forza nello stesso respiro...questa è per te.

Il tuo sorriso non è piccolo.

Il tuo sorriso non è ordinario.

Il tuo sorriso è una preghiera. 🤲



Quando l’AI colonizza l’oceano

 

- Maggio 9, 2026 
 
 
 
di Thora Rasmussen

La startup Panthalassa vuole costruire data center sulle onde del mare. È la risposta più inquietante a una crisi energetica che sta già ridisegnando i confini del mondo. C’è qualcosa di profondamente simbolico nell’idea che le macchine dell’intelligenza artificiale debbano abbandonare la terraferma per trovare abbastanza energia da sopravvivere, eppure è esattamente quello che sta accadendo. Panthalassa sta testando data center galleggianti alimentati dall’energia cinetica delle onde marine: strutture autonome, ancorate in acque internazionali, operative 24 ore su 24 senza dipendere da nessuna rete elettrica nazionale, nessun paese, nessun regolatore, solo oceano, server e corrente.

Dietro Panthalassa c’è anche il denaro più ideologico della Silicon Valley, l’ultimo round di finanziamento, da 140 milioni di dollari, è stato guidato da Peter Thiel, cofondatore di PayPal e Palantir, uno degli uomini che più di altri hanno trasformato la tecnologia in potere geopolitico, sorveglianza, infrastruttura e dominio privato. L’operazione valuta Panthalassa vicino a 1 miliardo di dollari e vede in campo una costellazione di investitori pesanti: John Doerr, TIME Ventures di Marc Benioff, SciFi Ventures di Max Levchin, Susquehanna Sustainable Investments, Hanwha Asset Management USA, Fortescue Ventures, Future Positive, Super Micro Computer, Sozo Ventures, Dylan Field, Planetary VC e altri fondi legati all’energia, al venture capital e all’infrastruttura digitale. La corsa ai data center in mare viene raccontata come una frontiera verde, però assomiglia sempre più a un nuovo esperimento di privatizzazione del pianeta. Dopo i dati, il lavoro, l’attenzione e le città, ora anche l’oceano diventa una piattaforma per alimentare l’intelligenza artificiale.

La notizia, riportata dal Financial Times questa settimana, è presentata come un’innovazione, ma dietro l’entusiasmo ingegneristico si nasconde una domanda che pochi sembrano voler porre ad alta voce: quanto è diventata insostenibile la fame energetica dell’AI, se la soluzione è colonizzare i mari? Secondo quanto emerso, Panthalassa punta a sviluppare nodi galleggianti in grado di generare energia dal movimento delle onde, ospitare chip per l’AI in contenitori sigillati e usare il mare come grande sistema di raffreddamento naturale. Strutture alte fino a 85 metri, autonome, connesse via satellite, pensate per funzionare lontano dalle reti elettriche e dai territori abitati. La “promessa” è energia pulita, ma l’immagine reale è molto più cupa… server senza terra, capitale senza confini, infrastrutture critiche spostate dove il controllo pubblico diventa più debole.

Per capire perché qualcuno stia davvero costruendo data center galleggianti, bisogna guardare i numeri: nel 2025 il consumo elettrico dei data center mondiali è cresciuto del 17%, con quelli dedicati all’AI che hanno registrato un’impennata ancora più vertiginosa, ben oltre la crescita complessiva della domanda globale di elettricità, ferma al 3%. I data center dedicati all’AI hanno aumentato i consumi del 50% nel solo 2025, e i principali provider hanno dichiarato di aver triplicato gli utenti attivi e quintuplicato i ricavi nell’ultimo anno. Secondo alcune stime, il consumo energetico globale dei data center potrebbe avvicinarsi a 1.050 TWh entro il 2026. Se i data center fossero uno Stato, sarebbero il quinto consumatore energetico mondiale, dopo Cina, USA, India e Russia, davanti al Giappone. I data center focalizzati sull’AI possono assorbire tanta elettricità quanta ne consumano le fabbriche di alluminio, tra le industrie più energivore al mondo; la differenza è che una fabbrica di alluminio non raddoppia i propri consumi ogni diciotto mesi! Ma l’elettricità non è l’unica risorsa sotto pressione, il consumo diretto d’acqua nei data center hyperscale raggiungerà tra 16 e 33 miliardi di galloni all’anno entro il 2028, decine di miliardi di litri usati per raffreddare macchine che elaborano testi, immagini, codice e previsioni finanziarie. In regioni già colpite dalla siccità, questo è diventato un conflitto aperto con le comunità locali. I data center di Microsoft nel Midwest americano hanno sollevato proteste per il prelievo massiccio dalle falde acquifere. È dunque in questo contesto che nasce il progetto di Panthalassa. Un data center sull’oceano non consuma acqua dolce per il raffreddamento ma usa il mare; non occupa suolo agricolo, non sovraccarica reti elettriche nazionali e non richiede permessi di costruzione in aree popolate. Il settore tecnologico ha già firmato circa il 40% di tutti i contratti aziendali per l’acquisto di energia rinnovabile nel 2025, ed è diventato un motore cruciale per il nucleare modulare e la geotermia avanzata… ma non basta. L’oceano, evidentemente, è il passo successivo.

Il progetto solleva questioni che le brochure delle startup non affrontano e gli analisti si pongono: chi regola un’infrastruttura critica in acque internazionali? Chi risponde in caso di incidente, di dispersione di sostanze inquinanti, di interferenza con ecosistemi marini già sotto stress? Chi controlla una flotta di data center autonomi che produce energia, raffredda server, trasmette dati e lavora per l’AI lontano dagli occhi delle comunità? La formula è sempre la stessa: prima si presenta la tecnologia come inevitabile, poi si chiede alla politica di inseguirla, infine si scopre che le regole arrivano quando l’infrastruttura è già diventata indispensabile.

Il settore dell’energia nel suo complesso non sta ancora sfruttando appieno il potenziale dell’AI, con la mancanza di competenze digitali e disponibilità di dati che emergono come ostacoli chiave. Nel frattempo, però, l’AI stessa continua a crescere a velocità che le infrastrutture umane, terrestri e non, faticano a inseguire. La velocità della rivoluzione AI contrasta sempre più con la velocità dei sistemi fisici, sociali ed economici che la sostengono, è una frase che l’IEA ha messo nero su bianco in un rapporto ufficiale, con la cautela burocratica tipica degli organismi internazionali, che tradotta vuol dire: stiamo costruendo il futuro più in fretta di quanto il presente riesca a reggerne il peso.

I data center sull’oceano sono, probabilmente, il capitolo in cui cominciamo a capire quanto lontano siamo disposti ad andare per tenere accese le macchine che abbiamo deciso siano indispensabili.

Prima abbiamo consegnato i nostri dati, poi il nostro tempo, poi il nostro lavoro, ora guardiamo il mare come una batteria infinita per addestrare e alimentare sistemi che consumano più velocemente di quanto la società riesca a discutere. Panthalassa viene raccontata come una soluzione ma può diventare il simbolo opposto,  l’intelligenza artificiale che, per continuare a crescere, deve spingersi fuori dalla terraferma e trasformare anche l’oceano in una nuova sconfinata zona industriale.

 

 

L’AUTORE

Thora Rasmussen, nasce e si forma ad Uppsala, specializzata in Chimica dei Materiali e chimica endotermica. Esperta in nanostrutture polimeriche per applicazioni biomediche. La sua ricerca si concentra su materiali sostenibili, celle a combustibile, superconduttori e materiali biodegradabili. Ha pubblicato numerosi articoli e partecipa a conferenze internazionali. Apprezzata per il suo approccio interattivo, partecipa a progetti di ricerca e collabora con aziende tecnologiche e ambientali. Promuove l’integrazione tra scienza dei materiali e sviluppo ecocompatibile, formando scienziati sensibili alle sfide ambientali globali.

 

https://beppegrillo.it/quando-lai-colonizza-loceano/ 

 

Gli istruttori di fitness creati con l’IA che vendono risultati irreali

 

- Maggio 8, 2026 
 
 
 
DAL WEB – ARTICOLO PUBBLICATO SU BBC

Se usate i social, probabilmente li avete già visti: video di fitness patinati che promettono trasformazioni fisiche spettacolari in poche settimane. Mostrano corpi scolpiti, immagini sorprendenti del prima e dopo, e sostengono che sia possibile sembrare anni più giovani seguendo una semplice routine. I risultati sembrano spesso troppo belli per essere veri. In molti casi lo sono.

Un’indagine della BBC ha scoperto pubblicità fuorvianti sul fitness, realizzate con personaggi generati dall’intelligenza artificiale, che violano le regole pubblicitarie britanniche. Molti annunci non chiarivano nemmeno che le persone mostrate non erano reali. L’obiettivo era vendere abbonamenti ad app di fitness. Negli ultimi anni i contenuti generati dall’IA hanno invaso i feed dei social media, e i video che promuovono esercizi fisici e programmi di allenamento online sono diventati sempre più frequenti. Molti degli annunci segnalati dalla BBC all’Advertising Standards Authority, l’autorità britannica che vigila sulla pubblicità, mostravano personaggi generati dall’IA che affermavano di aver seguito personalmente quei programmi di allenamento. Mostravano anche trasformazioni fisiche che, secondo gli esperti, sono scientificamente implausibili in tempi così brevi.

I video promettono agli utenti di cambiare corpo in poche settimane, di “sembrare 20 anni più giovani” o di “perdere 40 libbre in un mese”. Quando un utente inizia a interessarsi a contenuti legati all’esercizio fisico o al fitness, gli algoritmi riempiono rapidamente il suo feed con materiale simile.

Il professor Andy Miah, esperto di intelligenza artificiale dell’Università di Salford, afferma che il fenomeno è “enorme” e che chi scorre i contenuti viene attirato proprio perché cerca consigli. “Le persone cercano soluzioni per la loro salute, per la loro forma fisica, per il loro aspetto”, dice. “C’è sempre stato interesse per questo tipo di contenuti, ma oggi è incredibilmente difficile capire a chi credere”.

A differenza degli influencer umani, i personaggi creati con l’IA possono produrre contenuti senza limiti, e gli utenti non hanno un modo semplice per evitarli. “Non puoi disattivare i contenuti generati dall’IA”, dice il professor Miah. “È impossibile impedire che i feed vengano invasi da questo materiale”. Miah riconosce che l’intelligenza artificiale presenta anche molti aspetti positivi, ma descrive il panorama attuale come un “far west” dal punto di vista normativo e sostiene che alcune pubblicità potrebbero essere dannose. “Le affermazioni sulla velocità con cui si possono ottenere risultati sono completamente irrealistiche”, dice. “Alimentano false speranze e creano aspettative dannose”. La BBC ha contattato le aziende dietro diversi annunci ritenuti problematici. Nessuna ha risposto.

Molte delle pubblicità viste dalla BBC contenevano personaggi diversi generati dall’IA, ma messaggi molto simili. In un caso, un finto podcast mostrava una istruttrice inesistente intervistata sul suo allenamento, che prometteva di far sembrare le donne “20 anni più giovani” in un mese. In un altro, un falso sergente dell’esercito sosteneva che la palestra non funzionasse e prometteva risultati “incredibili” in poche settimane seguendo il suo allenamento militare. Un’altra pubblicità mostrava tre donne su una spiaggia mentre parlavano delle loro trasformazioni fisiche e mostravano immagini del prima e dopo. Nessuno di quei corpi era reale. In un altro video, una donna generata dall’IA teneva una finta presentazione, sostenendo che i medici le chiedessero consigli sul fitness e che la sua routine potesse far perdere 40 libbre in 28 giorni, mentre veniva applaudita da un pubblico creato con l’IA.

Su una spiaggia a North Tyneside, l’istruttore di fitness David Fairlamb guida quasi 40 persone di tutte le età in una sessione di allenamento di gruppo. Lavora nel settore del fitness da 30 anni, da molto prima dei social media e ancora prima dell’arrivo dell’intelligenza artificiale. Fairlamb, 54 anni, ritiene che l’IA possa avere un ruolo nei programmi di fitness e nella nutrizione, ma afferma che non può sostituire del tutto l’allenamento seguito da una persona reale. “Non c’è niente come una persona vera, una connessione reale, il senso di responsabilità”, dice. Quando gli vengono mostrate le pubblicità generate dall’IA che violano le regole pubblicitarie, la sua reazione è immediata. “È profondamente sbagliato. È fuorviante. Ed è molto preoccupante per i più giovani”, dice. “Queste pubblicità parlano di trasformazioni in 28 giorni. Faccio questo lavoro da 30 anni e ve lo dico chiaramente: semplicemente non succede. Non avete alcuna possibilità”. Fairlamb ha recentemente iniziato a lavorare con sua figlia Georgia Sybenga, 25 anni, che racconta come anche chi è cresciuto con i social media faccia fatica a distinguere ciò che è reale. “A volte me lo chiedo anch’io”, dice. “Alcuni contenuti sono davvero impossibili da riconoscere”. Entrambi temono che l’esposizione costante a corpi idealizzati e artificiali possa danneggiare la fiducia in sé stessi, soprattutto tra i giovani. “Pensano: potrei diventare così in 30 giorni”, dice Fairlamb. “Quel corpo potrebbe anche non essere reale. Per i ragazzi, per la loro salute mentale, è davvero preoccupante”.

Sybenga avverte anche che i programmi di fitness generati dall’IA non hanno un quadro completo della persona. “Non tengono conto di infortuni o condizioni di salute, quindi una persona potrebbe anche farsi male”, dice. L’ASA afferma che l’uso dell’IA nella pubblicità è consentito. Il punto è il messaggio. “Non giudichiamo gli annunci in base al fatto che contengano IA. Li giudichiamo in base al fatto che siano fuorvianti o potenzialmente dannosi”, dice Adam Davison, direttore della data science dell’ASA, alla BBC Sport.

Davison afferma che nell’ultimo anno l’autorità ha ricevuto circa 300 reclami riguardanti pubblicità generate dall’IA, e che il numero è in crescita. “Una delle difficoltà è che a volte anche per noi può essere complicato capire se in uno spot sia stata usata l’IA”, aggiunge. Secondo Davison, gli strumenti di intelligenza artificiale rendono più facile produrre rapidamente pubblicità per i social media, talvolta anche da parte di persone meno esperte delle regole pubblicitarie rispetto alle aziende tradizionali. L’ASA non commenta casi specifici, ma sta intervenendo sugli inserzionisti segnalati dalla BBC che hanno fatto affermazioni considerate difficili da dimostrare. Poiché gli inserzionisti non avevano precedenti reclami a loro carico, sono stati emessi “avvisi di consulenza”, con indicazioni su come rispettare i codici pubblicitari. Per questo motivo, la BBC ha scelto di non identificare i soggetti coinvolti. “Una parte importante del lavoro dell’ASA, oltre all’applicazione delle regole, è educare gli inserzionisti sulle loro responsabilità”, afferma Davison. “Se non si controllano con attenzione i contenuti prodotti da questi strumenti, è molto facile che venga pubblicato qualcosa di fuorviante”.

Le aziende dei social media affermano che i contenuti generati dall’IA dovrebbero sempre essere etichettati, ma la BBC ha trovato diversi esempi in cui le avvertenze erano nascoste, poco chiare o del tutto assenti. La BBC ha mostrato i risultati della sua indagine a Meta e TikTok, ma entrambe le aziende hanno rifiutato di commentare. TikTok afferma comunque di aver etichettato finora oltre 1,3 miliardi di video generati dall’IA, mentre Meta valuta se un contenuto sia stato creato con l’IA sulla base degli indicatori inseriti da altre aziende nei loro strumenti di creazione. Molti utenti con cui la BBC ha parlato hanno detto che accoglierebbero con favore la possibilità di rinunciare completamente ai contenuti generati dall’IA. Meta e TikTok hanno rifiutato di dire se questa opzione sia allo studio.

Intanto la quantità di contenuti generati dall’IA continua a crescere. “Penso che l’economia dei social media e l’economia dell’attenzione in cui viviamo favoriscano una produzione sempre maggiore di contenuti generati dall’IA”, afferma il professor Miah. “È chiaramente utile sotto molti aspetti. Quando però porta le persone ad avere false aspettative, allora forse è il momento in cui la regolamentazione dovrebbe intervenire”.

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Parag Khanna: “Dopo Hormuz, il mondo ridisegna le sue rotte”

 

- Maggio 8, 2026
 
 
 

Di seguito la traduzione dell’intervista pubblicata su DIE ZEIT a Parag Khanna, geopolitico di fama internazionale, CEO di AlphaGeo e autore di libri come Move e Connectography.

Il geostratega singaporiano Parag Khanna afferma che, dopo il blocco navale di Hormuz, l’economia mondiale sarà diversa. Le mappe del commercio globale dovranno essere ridisegnate, perché verranno creati nuovi percorsi e deviazioni, e nuove potenze saliranno alla ribalta.

DIE ZEIT : Signor Khanna, sulla parete del suo ufficio, dietro di lei, c’è una mappa che lei ha disegnato dieci anni fa, il Medio Oriente nella rete del commercio mondiale, pieno di rotte marittime, oleodotti, strade di trasporto, cavi. E al centro, lo stretto di Hormuz. Se ora si riuscisse a riaprire questa via marittima, attraverso negoziati o con le scorte militari annunciate dagli Stati Uniti, tornerebbe la vecchia normalità nel commercio mondiale?

Parag Khanna: Se lo stretto di Hormuz verrà riaperto, questo calmerà sicuramente la situazione nel breve periodo. Però la lezione del suo blocco ci resterà profondamente impressa. Abbiamo visto ancora una volta quanto sia centrale la sicurezza delle catene di approvvigionamento, e quanto gli effetti a cascata di un’interruzione possano sconvolgere l’economia mondiale. Il primo shock è stato l’aumento del prezzo del petrolio, ma la crisi di Hormuz ha molte altre conseguenze. Gas elio, fertilizzanti, materie prime agricole, tutte queste forniture sono bloccate. Non dimenticheremo tanto presto quanto il mondo sia vulnerabile a livello sistemico. Nei prossimi anni si parlerà meno di libero commercio o di quale rotta commerciale sia in quel momento la più breve o la più conveniente.

ZEIT: Di cosa si tratterà allora?

Khanna: La risposta strategica a crisi di questo tipo è quasi sempre la stessa. Si dice, dobbiamo costruire deviazioni, così nella prossima crisi non saremo di nuovo presi in ostaggio. Il periodo successivo alla crisi di Hormuz non sarà quindi un ritorno alla vecchia normalità, sarà una fase in cui verranno costruite deviazioni e vie alternative.

ZEIT: Che cosa significa concretamente “costruire deviazioni”? Chi le costruisce e dove?

Khanna: Si tratta di progetti infrastrutturali da migliaia di miliardi di dollari, pensati per aggirare i colli di bottiglia, e non solo in mare. Parliamo di porti, ferrovie e strade, in parte anche di nuove procedure doganali e di frontiera. Tutto questo viene organizzato in forma pubblico-privata. Gli Stati stabiliscono il quadro e fissano le priorità. Però servono anche investitori privati che contribuiscano al finanziamento, altrimenti queste opere non verranno costruite.

ZEIT: Come sarà concretamente il mondo?

Khanna: Dopo Hormuz, questa evoluzione si potrà osservare soprattutto lungo due assi. Il primo è il corridoio IMEEC, l’India-Middle East-Europe Economic Corridor, che collega l’India all’Europa via mare e ferrovia. Era già previsto prima della crisi di Hormuz, ma ora verrà accelerato, perché l’India vuole stabilire vie di trasporto alternative verso l’Europa. L’altro asse è il Corridoio di Mezzo, che va dall’Asia centrale fino all’Europa, un ponte terrestre attraverso Kazakistan, Georgia e Turchia, gestito dagli Stati rivieraschi lungo questo percorso e dai loro operatori ferroviari e portuali. La logica di aggirare i colli di bottiglia in questo modo non è nuova. La Cina lo aveva capito quindici anni fa. Lo stretto di Malacca era il suo punto critico più vulnerabile. Per questo ha costruito deviazioni e ha inventato la Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta. Dopo la crisi di Hormuz vedremo di nuovo esattamente questo schema. Con una differenza, in questo caso diversi attori spingeranno contemporaneamente la costruzione di vie alternative.

ZEIT: È però estremamente costoso e non sempre realistico. Nel caso del blocco di Hormuz, l’idea di un aggiramento è già diventata un meme su Internet. Perché non scavare un canale alternativo attraverso l’Oman? Perché non è sostenibile né dal punto di vista tecnico né da quello economico, e perché i missili iraniani arriverebbero anche lì.

Khanna: Esistono però esempi di vie alternative. L’oleodotto di Fujairah degli Emirati Arabi Uniti, da Abu Dhabi al Golfo di Oman, aggira Hormuz. L’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita può deviare fino a nove o dieci milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso. Inoltre esiste il grande gasdotto dal Qatar attraverso l’Arabia Saudita e la Siria fino alla Turchia. Da tre o quattro anni, Qatar e Turchia sono i grandi sostenitori della ricostruzione della Siria. Si può immaginare che ora la costruzione di condotte lungo queste rotte venga accelerata. Tutto questo, un giorno, darà maggiore resilienza alla futura economia mondiale.

ZEIT: Quando si aggirano i punti stretti del commercio mondiale, a volte se ne creano di nuovi altrove, per esempio quando altri Stati e altri gestori di infrastrutture controllano le nuove deviazioni. Anche queste nuove vie devono essere protette da qualcuno, da pirati, missili, droni, nuovi blocchi.

Khanna: In questo contesto, dal mio punto di vista, sta avvenendo uno degli sviluppi nuovi più interessanti. Nel XX secolo, durante la Guerra fredda, si sosteneva che solo una superpotenza come gli Stati Uniti potesse garantire la sicurezza della libera navigazione. Gradualmente, però, questa funzione viene gestita in modo multipolare. La Cina dispone ormai di una flotta capace di operare a livello globale, e lo stesso vale per l’India. In diversi luoghi del mondo stanno nascendo nuovi meccanismi diplomatici regionali e interregionali. Nell’Oceano Indiano, per esempio, l’India organizza esercitazioni di sicurezza marittima con diverse nazioni. La lezione è questa, per garantire il bene pubblico delle vie marittime liberamente percorribili non servono necessariamente gli Stati Uniti.

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Home > CERVELLI La salute mentale comincia dalla società

 

- Maggio 6, 2026 
 
 
 
di Igor G. Cantalini

Quasi 400 milioni di persone nel mondo soffrono di disturbi mentali, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. La sola depressione colpisce quasi 300 milioni di persone, ansia, depressione, solitudine, burnout, etc… Si parla sempre di cura ma molto meno di prevenzione.

In un articolo pubblicato su The Conversation, Matthew Smith, docente di Storia della salute all’Università di Strathclyde, in Scozia, ha analizzato come la psichiatria sociale potrebbe arginare la crescente ondata di malattie mentali, partendo da una domanda che la psichiatria aveva già posto decenni fa: che cosa succede se la sofferenza mentale nasce anche nel mondo in cui l’individuo vive?

Nella sua analisi, Smith parte da un tesi: parlare aiuta, però non basta. Per lo studioso prevenire significa individuare i fattori che contribuiscono alla malattia mentale e affrontarli prima che diventino patologia. Povertà, disuguaglianza, esclusione sociale, isolamento, quartieri disgregati, vite instabili, lavoro precario, comunità spezzate, la psichiatria sociale nasceva proprio da questi fattori. Dopo la Seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti, questo approccio ebbe un’enorme influenza; era una psichiatria che guardava fuori dallo studio medico, andava a guardava le case, le strade, il reddito, la classe sociale, i quartieri. Era anche un approccio interdisciplinare e gli psichiatri lavoravano con sociologi, antropologi e scienziati sociali per capire il rapporto tra società e malattia mentale. Le radici della psichiatria sociale risalivano ai movimenti per l’igiene mentale e per l’orientamento infantile dei primi del Novecento. Quei movimenti insistevano sulla prevenzione e sul ruolo dell’ambiente sociale. Introdussero così anche nuove figure professionali, come l’assistente sociale psichiatrico, perché il disagio mentale veniva osservato dentro una rete di relazioni, come famiglie, scuole, e quartieri.

Smith ricorda che la psichiatria sociale divenne forte anche perché poggiava su una base di ricerca solida. Negli anni Venti e Trenta, le scienze sociali stavano crescendo, la sociologia urbana, l’antropologia e gli studi sulle comunità e sulle classi sociali offrivano strumenti nuovi. Gli psichiatri, almeno per un periodo, furono disposti ad ascoltare.

La prima grande ricerca di psichiatria sociale fu condotta da due sociologi, Robert Faris e H. Warren Dunham, della Scuola di Chicago. Nel 1939 pubblicarono Mental Disorders in Urban Areas, un libro che stabiliva un legame tra povertà e malattia mentale. Faris e Dunham analizzarono 30.000 ricoveri ospedalieri a Chicago e usarono mappe per mostrare come diversi disturbi fossero associati a diverse aree della città. La schizofrenia paranoide ad esempio risultava collegata a persone che vivevano in una zona chiamata “Hobohemia”, ai margini del distretto centrale degli affari. Gli abitanti di Hobohemia erano spesso senzatetto e vivevano di furti ed elemosina, erano poverissimi e conducevano esistenze instabili, anonime. Secondo Faris e Dunham, questa condizione poteva rendere la personalità “confusa, frustrata e caotica”. Quegli uomini passavano il tempo nelle zone più affollate della città, eppure erano estremamente isolati. La folla non faceva comunità; la città piena di corpi produceva solitudine. Anche altri studi avrebbero confermato questa contraddizione. A Chicago, la schizofrenia paranoide era più comune a Hobohemia, mentre la schizofrenia catatonica compariva con maggiore frequenza nelle aree povere dove vivevano più immigrati stranieri e afroamericani. La depressione maniacale, invece, si riscontrava in zone un po’ più benestanti. I risultati furono replicati in altre città americane. Alcuni sostennero che non fosse la povertà a favorire la malattia mentale, bensì la malattia mentale a spingere le persone verso i quartieri poveri. Era la teoria della “deriva verso il basso”. Una persona si ammala, perde lavoro, relazioni, reddito, posizione sociale, e finisce nelle zone più marginali. Faris e Dunham contestarono questa spiegazione, osservarono che i genitori dei pazienti dei quartieri poveri raramente provenivano da ambienti più ricchi. Notarono anche che i pazienti più giovani non avevano avuto il tempo materiale di scivolare verso il basso. La deriva dunque esisteva. Le persone fragili possono finire nelle aree più povere. Lo studio mostrava però un punto più ampio: povertà, stress, caos e isolamento, insieme, potevano danneggiare la salute mentale. Chicago negli anni Trenta era una città relativamente nuova, cresciuta in fretta grazie agli immigrati dell’Europa orientale e ai migranti afroamericani. La città successiva studiata dagli psichiatri sociali era completamente diversa. New Haven, nel Connecticut, affondava le sue radici nel 1638, quando fu fondata dai puritani inglesi. Era più piccola, più antica, con una struttura di classe più rigida.

A New Haven lavorarono August Hollingshead, sociologo, e Fritz Redlich, psichiatra. Il loro libro, Social Class and Mental Illness, iniziava con una frase rimasta famosa: “Gli americani preferiscono evitare i due fatti della vita studiati in questo libro: classe sociale e malattia mentale”. Hollingshead e Redlich divisero New Haven in cinque classi. La prima classe era composta dai “Proper New Haveners”, l’élite ricca della città, famiglie i cui antenati vivevano lì dal Seicento. La quinta classe comprendeva gli abitanti poveri dei quartieri degradati, persone con lavori poco qualificati, spesso temporanei. Alcuni erano immigrati dall’Europa e dal Québec. Altri erano i cosiddetti “swamp Yankees”, gruppi bianchi poveri rimasti ai margini della società di New Haven per secoli. Le persone della quinta classe avevano una probabilità tre volte maggiore di ricevere cure per malattie mentali rispetto alle classi uno e due messe insieme. Il dato era probabilmente sottostimato, perché molte persone della quinta classe non avevano accesso alle cure psichiatriche e quindi non entravano nelle statistiche. La disuguaglianza riguardava anche il tipo di trattamento. I pazienti delle classi più basse ricevevano più spesso terapie invasive e somatiche, tra cui farmaci, elettroshock e lobotomia. I pazienti delle classi più alte ricevevano più spesso psicoanalisi. Anche nella sofferenza mentale, la classe sociale decideva il modo in cui venivi visto, trattato e curato.

Accanto a povertà e disuguaglianza, gli psichiatri sociali individuarono l’isolamento sociale come altro fattore decisivo. Uno studio importante fu condotto nella Nuova Scozia rurale, in Canada. Era lo Stirling County Study, guidato dallo psichiatra e antropologo Alexander Leighton. Lo studio trovò un legame tra isolamento sociale, depressione e ansia. L’isolamento riguardava anche le grandi città. Mental Health in the Metropolis, pubblicato nel 1962, divenne famoso perché riportava che solo il 19% dei newyorkesi godeva di buona salute mentale. Il risultato più importante riguardava però il peso dell’isolamento sociale, nelle città come nelle aree rurali. Il Midtown Manhattan Study condusse interviste di due ore con 1.660 residenti bianchi dell’Upper East Side, tra i 20 e i 59 anni. Trovò una correlazione tra migliore salute mentale e status socioeconomico più elevato. Segnalò anche la solitudine, l’isolamento e lo smarrimento della vita urbana come fattori problematici.

La psichiatria sociale metteva così in fila un’idea potentissima e rivoluzionaria. La vita sociale entra nella mente, il quartiere,  il lavoro, il reddito, la solitudine entra nella mente! E una volta individuati i fattori sociali della sofferenza, restava la questione politica. Qualcuno era disposto a intervenire?

Per un breve periodo, negli Stati Uniti, la risposta fu sì. Dopo la Seconda guerra mondiale, la salute mentale diventò un grande tema pubblico. Anche l’esercito statunitense contribuì ad accendere l’attenzione. Durante la guerra, i militari volevano ridurre il numero di vittime psichiatriche e prevenire lo shock da combattimento, già emerso come grande problema durante la Prima guerra mondiale.

L’approccio iniziale fu lo screening, con metodi elaborati dallo psichiatra Henry Stack Sullivan, l’esercito respinse il 12% delle reclute, circa due milioni di uomini, per ragioni psichiatriche. Smith ricorda che alcune di queste reclute erano probabilmente omosessuali, perché allora l’omosessualità era ancora considerata un disturbo mentale. Quei due milioni di respinti fecero capire che la malattia mentale era più diffusa di quanto si pensasse. Lo screening non bastò, ci furono comunque un milione di ricoveri psichiatrici tra il personale militare americano.

Dopo la guerra, la prevenzione entrò nel dibattito. Nel 1947, lo psichiatra William Menninger disse che la prevenzione offriva “opportunità illimitate” e poteva dare alla psichiatria l’equivalente di una “vaccinazione”. La psichiatria sociale trovò slancio anche con la creazione, nel 1949, del National Institute for Mental Health, il NIMH, che nei primi anni finanziò molti studi di psichiatria sociale e sostenne la Joint Commission on Mental Illness and Health, orientata alla prevenzione.

Il sostegno più importante arrivò dalla politica. John F. Kennedy, spinto anche da una tragedia personale e dalla presenza di circa 600.000 americani rinchiusi negli ospedali psichiatrici, divenne un sostenitore della prevenzione. Nel febbraio 1963, parlando al Congresso, disse che gli americani dovevano cercare le cause della malattia mentale e del ritardo mentale ed eliminarle. In psichiatria, affermò, un grammo di prevenzione valeva più di una libbra di cura. Per Kennedy, le cause comprendevano anche condizioni ambientali dure. La soluzione proposta, però, non interveniva direttamente su povertà, disuguaglianza o isolamento. Kennedy propose una rete nazionale di centri comunitari di salute mentale, i Community Mental Health Centers, pensati per sostituire il sistema dei manicomi. Furono finanziati 789 centri comunitari di salute mentale. Dovevano essere gestiti da psichiatri, assistenti sociali, psicologi e, in alcuni casi, operatori provenienti dalla comunità locale. Il passaggio alla salute mentale comunitaria fu rivoluzionario. Contribuì a chiudere l’epoca dei manicomi e a ridurre lo stigma. Portò anche molti problemi. I centri comunitari dovevano occuparsi anche di prevenzione. Nel 1970, però, poche delle loro attività erano davvero preventive. Gran parte delle risorse veniva assorbita dal trattamento dei malati mentali cronici. La prevenzione, ancora una volta, veniva proclamata e poi accantonata.

Il declino della psichiatria sociale arrivò rapidamente. A cinque anni dal discorso di Kennedy, le speranze di un approccio preventivo stavano già calando. Cambiava il contesto politico. Nel 1968, il clima americano si spostava verso destra. Lyndon Johnson rinunciò a ricandidarsi. Richard Nixon, repubblicano, sconfisse il democratico Hubert Humphrey. Il boom economico del dopoguerra, che aveva sostenuto la New Frontier di Kennedy e la Great Society di Johnson, si stava esaurendo. John Gardner, segretario alla Salute, all’Istruzione e al Welfare, parlò nel 1968 di una tensione tra aspettative e risorse. La guerra del Vietnam distolse attenzione e fondi dalla politica interna.

Anche dentro la psichiatria sociale crescevano i dubbi, erano stati condotti molti grandi studi, però molti sostenevano che servissero altre ricerche per consolidare il legame tra fattori sociali e malattia mentale. Si discuteva anche su cosa fare concretamente.

Uno dei temi più controversi era il rinnovamento urbano. Alcuni pensavano che demolire i quartieri degradati avrebbe migliorato la salute mentale. Altri contestavano questa visione. Il sociologo Herbert Gans studiò la comunità italiana del West End di Boston nel libro The Urban Villagers. Il quartiere fu demolito alla fine degli anni Cinquanta. Dopo otto mesi di osservazione partecipante, Gans concluse che il West End non meritava la distruzione. Gli urbanisti istruiti, appartenenti alla classe media, lo avevano interpretato come uno slum senza speranza. Dal punto di vista dei residenti, invece, era un quartiere funzionale, vivo, apprezzato. La salute mentale di una comunità dipendeva quindi da qualcosa di più ampio dei servizi clinici. Servivano luoghi più umani, più stabili, costruiti per far nascere relazioni.

Harry Brickman, che guidava la salute mentale comunitaria in California, si chiedeva dove dovesse stare l’equilibrio tra approcci “ultra-sicuri” e approcci più audaci. Matthew Dumont, che lavorava al NIMH sulla salute mentale urbana, aveva una risposta molto più radicale. Secondo lui serviva “una redistribuzione della ricchezza e delle risorse di questo Paese su una scala mai immaginata prima”. Una frase enorme, che non tutti gli psichiatri sociali erano disposti a condividere.

La psichiatria sociale rimase stretta tra più forze. Da una parte c’erano gli approcci tradizionali, come la psicoanalisi e la psichiatria biologica. Entrambi si concentravano più sul trattamento che sulla prevenzione. Gli psicoanalisti offrivano psicoterapia e gli psichiatri biologici puntavano sempre di più sui farmaci. Dall’altra parte c’erano approcci ancora più radicali, come la psichiatria radicale e l’antipsichiatria, che mettevano in discussione il concetto stesso di malattia mentale. Per alcuni, la malattia mentale era uno strumento di controllo sociale. Per altri era un mito, la psichiatria sociale occupava una posizione intermedia, più radicale della psicoanalisi e della psichiatria biologica, meno radicale dell’antipsichiatria.

Nel 1980 arrivò un passaggio simbolico. Fu pubblicata la terza edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, il DSM-III, la cosiddetta “bibbia psichiatrica” americana. Il DSM-III segnò un nuovo orientamento verso diagnosi e trattamento. La stagione della psichiatria sociale era ormai finita. Con essa declinò anche l’attenzione alla prevenzione. La psichiatria biologica prese il sopravvento. Le spiegazioni neurologiche sostituirono quelle sociali. Il trattamento farmacologico occupò il centro della scena. L’attenzione si spostò dall’intera popolazione al singolo individuo. Invece di chiedersi come migliorare la salute mentale collettiva, il sistema iniziò a diagnosticare un numero crescente di disturbi mentali e a trattarli soprattutto con farmaci.

Smith non nega l’utilità delle cure, della terapia e dei farmaci quando servono. Il suo punto è un altro, una società che cura solo dopo il crollo accetta il crollo come parte del sistema. Una politica della salute mentale fondata solo su diagnosi e trattamento arriva sempre tardi.

Negli ultimi anni, l’aumento dei disturbi mentali ha riportato la prevenzione nell’agenda pubblica. La pandemia da COVID-19 ha reso più visibili solitudine, isolamento, la precarietà, l’ansia, le disuguaglianza. Secondo Smith, però, si parla ancora troppo poco delle scelte politiche che potrebbero cambiare davvero le condizioni di vita. In una Q&A con Columbia University Press, Smith afferma che ignoriamo i determinanti socioeconomici della salute mentale a nostro rischio e che, per affrontare la crisi attuale, servono iniziative coraggiose contro povertà, razzismo, disuguaglianza, isolamento sociale e disgregazione delle comunità.

La proposta più interessante riguarda il reddito di base universale. Smith sostiene che potrebbe diventare la piattaforma ideale per una strategia preventiva di salute mentale. Un reddito universale ridurrebbe la povertà, permetterebbe maggiore mobilità sociale attraverso istruzione, cambi di lavoro, attività imprenditoriali, e darebbe alle persone più possibilità di partecipare alla vita delle comunità. Smith ricorda che una forma di reddito di base garantito fu raccomandata già nel 1969 nel rapporto Crisis in Child Mental Health: Challenge for the 1970s, pubblicato dalla Joint Commission on Mental Health of Children, tra le ultime pubblicazioni sulla salute mentale ancora influenzate dalla psichiatria sociale.

Il reddito universale, o un dividendo sociale, sarebbe anche una misura di salute pubblica. Una società che riduce l’ansia materiale riduce anche una parte della sofferenza mentale; una società che libera tempo riduce isolamento e burnout; una società che consente alle persone di lasciare relazioni violente, lavori distruttivi, quartieri senza servizi, fa prevenzione psichiatrica prima ancora di aprire un ambulatorio. Smith collega questa visione anche all’idea di ridurre la settimana lavorativa, per ritrovare tempo tempo libero rendendo le città meno ostili.

Queste sono politiche sociali e, allo stesso tempo, politiche mentali.

L’AUTORE

Igor G. Cantalini – Esperto di comunicazione e marketing digitale di 45 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato con brand di fama nazionale e internazionale, specializzandosi successivamente in Intelligenza Artificiale. Scrittore e divulgatore, pubblica articoli su  vari temi.

 https://beppegrillo.it/la-salute-mentale-comincia-dalla-societa/

 

Japan Airlines inizia a testare robot umanoidi all’aeroporto di Tokyo

 

- Maggio 5, 2026 
 
 
 

Japan Airlines ha avviato il primo programma pilota in Giappone sull’utilizzo di robot umanoidi nelle operazioni di terra all’aeroporto Haneda-Tokyo. A partire da maggio 2026 e fino al 2028, robot alti poco più di un metro caricheranno bagagli, puliranno cabine e maneggeranno attrezzature di pista al fianco del personale umano, e la ragione è che il Giappone sta esaurendo i lavoratori.

Il progetto nasce dall’accordo tra JAL Ground Service Co., la società del gruppo JAL responsabile delle operazioni di terra, e GMO AI & Robotics Corporation (GMO AIR), divisione AI e robotica del colosso internet GMO Group. I robot impiegati nella sperimentazione sono basati sui modelli della cinese Unitree Robotics, azienda di Hangzhou diventata uno dei produttori di riferimento nel segmento degli umanoidi a prezzi accessibili. In un video dimostrativo diffuso dalla compagnia, si vedono le macchine scorrere carichi su nastri trasportatori, salutare con un cenno i colleghi umani e stringere la mano a un operatore.

I robot Unitree G1 misurano 132 centimetri di altezza e pesano circa 35 chili e possono raggiungere velocità fino a 7,2 km/h. Il prezzo base si aggira intorno ai 2,4 milioni di yen (circa 15.400 dollari), un costo sensibilmente inferiore rispetto alla maggior parte degli altri robot umanoidi sul mercato, il che rende economicamente plausibile una sperimentazione su larga scala. Resta però un limite non trascurabile, ovvero l’autonomia della batteria è di sole 2-3 ore per ciclo di ricarica, il che impone frequenti sostituzioni e complica l’integrazione nelle operazioni aeroportuali h24.

Per capire perché JAL stia puntando su questa tecnologia, bisogna guardare ai numeri demografici del Giappone. Secondo le proiezioni dell’OCSE, la popolazione in età lavorativa del paese è destinata a calare del 31% tra il 2023 e il 2060. “Sebbene gli aeroporti appaiano altamente automatizzati e standardizzati, le operazioni di back-end dipendono ancora pesantemente dal lavoro umano e soffrono di gravi carenze di personale”, ha dichiarato Tomohiro Uchida, presidente di GMO AIR. A complicare il quadro ci sono le cifre del turismo, nei soli primi due mesi del 2026 sono arrivati in Giappone oltre 7 milioni di visitatori stranieri, sull’onda dei record dell’anno precedente (42,7 milioni di arrivi internazionali nel 2025). Haneda, che serve oltre 60 milioni di passeggeri all’anno, si trova così a dover gestire volumi crescenti con risorse umane decrescenti. Il ground handling, carico merci, pulizia cabina, gestione scale, alimentazione elettrica a terra , è rimasto a lungo un bastione del lavoro umano. Gli spazi angusti, le superfici irregolari e la necessità di adattarsi in tempo reale agli imprevisti hanno finora scoraggiato l’automazione tradizionale. Il vantaggio teorico dell’umanoide è proprio questo, un robot progettato per muoversi come un essere umano può integrarsi nell’infrastruttura esistente senza richiedere modifiche, non occorrono binari dedicati né ambienti riprogettati, il robot sale sulle stesse scale e percorre gli stessi corridoi. La GMO Internet Group ha dichiarato di considerare il 2026 il “Primo Anno degli Umanoidi” e ha aperto in aprile il GMO Humanoid Lab a Shibuya, un centro di ricerca e sviluppo dedicato all’intelligenza artificiale fisica.

Yoshiteru Suzuki, presidente di JAL Ground Service, ha sottolineato come l’uso dei robot possa “ridurre inevitabilmente il peso sui lavoratori, apportando benefici significativi ai dipendenti”, un messaggio pensato anche per rassicurare i sindacati sul fatto che l’obiettivo non è sostituire gli esseri umani, ma alleviarne i compiti più gravosi. I risultati del trial, attentamente monitorati da compagnie aeree di tutto il mondo, potrebbero influenzare l’intera traiettoria dell’automazione aeroportuale globale. Se i robot di Haneda reggeranno gli standard di precisione per cui il personale di terra giapponese è famoso, questo esperimento diventerà il modello per come le società a bassa natalità imparano a funzionare con meno braccia umane disponibili.

https://beppegrillo.it/japan-airlines-inizia-a-testare-robot-umanoidi-allaeroporto-di-tokyo/ 

 

 

L’ALLENATORE DEL PSG, LUIS ENRIQUE, HA INVITATO I SUOI CALCIATORI IN UN RISTORANTE DI LUSSO DI PARIGI PER FESTEGGIARE IL SUO 56ESIMO COMPLEANNO E LA CONQUISTA DELLA SECONDA FINALE DI CHAMPIONS, MA POI NON SI È PRESENTATO AL LOCALE, LASCIANDO PERPLESSI I GIOCATORI

 

LUIS, MA CHE FAI? – L’ALLENATORE DEL PSG, LUIS ENRIQUE, HA INVITATO I SUOI CALCIATORI IN UN RISTORANTE DI LUSSO DI PARIGI PER FESTEGGIARE IL SUO 56ESIMO COMPLEANNO E LA CONQUISTA DELLA SECONDA FINALE DI CHAMPIONS, MA POI NON SI È PRESENTATO AL LOCALE, LASCIANDO PERPLESSI I GIOCATORI – LA CENA, A BASE DI CAVIALE E FRUTTI DI MARE, È STATA COMUNQUE PAGATA DAL TECNICO SPAGNOLO…

luis enrique ristorante parigi caviale psg 

Estratto dell’articolo di Alessandro Grandesso per www.gazzetta.it

 

LUIS ENRIQUE

Una finale di Champions League, la seconda di fila, val bene una cena. Ma con Luis Enrique anche una cena di squadra è sempre un po' alternativa. Il tecnico del Psg infatti ha organizzato tutto, dando appuntamento ai suoi giocatori ieri sera in uno dei ristoranti chic della capitale.

 

Tutti ovviamente si sono presentati, ma alla fine, come ha scritto il quotidiano Parisien oggi, mancava solo una persona all'appello: proprio Luis Enrique che ha pagato la cena e oggi tra l'altro compie 56 anni.

 

Luis Enrique

Il tecnico spagnolo ha invitato suoi giocatori al “Prunier”, un ristorante non lontano dall'Arco di Trionfo, specializzato tra l'altro in caviale, oltre che in frutti di mare. Un po' anche per prolungare i festeggiamenti di Monaco, dopo aver ottenuto la qualificazione per la finale di Budapest.

 

[..]

 

I giocatori comunque hanno celebrato lo stesso qualificazione e compleanno, restando a tavola fino a tardi, sapendo che il venerdì era giornata di riposo. Gli allenamenti riprendono domani, alla vigilia della gara di campionato con il Brest.

https://www.dagospia.com/cronache/luis-fai-l-allenatore-psg-luis-enrique-invita-i-suoi-giocatori-473550 

 

GRATTAMOSE! – TRUMP SPARA LA SUA SENTENZA SULL’HANTAVIRUS

 

GRATTAMOSE! – TRUMP SPARA LA SUA SENTENZA SULL’HANTAVIRUS: “SEMBRA CHE ABBIAMO LA SITUAZIONE SOTTO CONTROLLO. CONOSCONO MOLTO BENE QUESTO VIRUS, È IN CIRCOLAZIONE DA MOLTO TEMPO. NON È FACILE DA TRASMETTERE, A DIFFERENZA DEL COVID” – GLI USA HANNO ANNUNCIATO UN VOLO PER EVACUARE E RIMPATRIARE GLI AMERICANI A BORDO DELLA NAVE DA CROCIERA SULLA QUALE È SCOPPIATO UN FOCOLAIO DI HANTAVIRUS CHE HA CAUSATO TRE MORTI – FINORA I CASI DI INFEZIONE CONFERMATI DALL’OMS SONO SEI – INDIVIDUATA IN CATALOGNA UNA DONNA ENTRATA IN CONTATTO CON IL VIRUS…

 

hantavirus donald trump 

TRUMP, 'HANTAVIRUS? SEMBRA CHE LA SITUAZIONE SIA SOTTO CONTROLLO'

hantavirus

(ANSA) - WASHINGTON, 08 MAG - "Sembra che abbiamo la situazione sotto controllo. Conoscono molto bene questo virus, è in circolazione da molto tempo. Non è facile da trasmettere, a differenza del Covid. Vedremo. Lo stiamo studiando molto attentamente".

 

E' quanto ha detto il presidente Donald Trump sul focolaio di hantavirus, con gli Usa che hanno annunciato un volo per evacuare e rimpatriare gli americani a bordo della nave da crociera colpita dall'hantavirus.   

 

"Abbiamo persone molto competenti che lo stanno esaminando. Sembra che vada bene. Conoscono molto bene il virus e ci hanno lavorato a lungo", ha osservato il tycoon, secondo cui "la situazione è attualmente sotto esame". 

 

HANTAVIRUS, INDIVIDUATA IN CATALOGNA UNA DONNA ENTRATA IN CONTATTO CON VIRUS

topi - hantavirus

 (ANSA) - MADRID, 09 MAG - Le autorità spagnole hanno identificato una donna residente in Catalogna, entrata in contatto con una cittadina olandese, che aveva viaggiato a bordo della nave da crociera Mv Hondius, colpita da un focolaio di hantavirus, morta dopo aver tentato di imbarcarsi il 25 aprile su un volo della Klm diretto da Johannesburg verso i Paesi Bassi.    

 

Secondo il Centro di coordinamento per le allerte ed emergenze sanitarie (Ccaes) del ministero della Sanità, la passeggera spagnola non era stata individuata nel primo tracciamento perché aveva cambiato posto sull'aereo della Klm. La cittadina olandese era stata fatta scendere dall'aereo prima del decollo dell'aereo, per le precarie condizioni di salute, ed è deceduta il 26 aprile in un ospedale della capitale del Sudafrica.   

 

nave da crociera Mv Hondius - focolaio di hantavirus

Le autorità catalane hanno già attivato le misure di monitoraggio e sorveglianza previste per i contatti a rischio e hanno disposto che la quarantena della spagnola venga effettuata in una struttura ospedaliera della Catalogna. La donna, precisano le fonti sanitarie, "non presenta sintomi".   

 

Il focolaio di hantavirus a bordo ha provocato finora tre decessi, 8 contagiati, sei dei quali confermati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.   

 

Un'altra cittadina spagnola di Alicante, in contatto con la passeggera olandese sullo stesso volo Klm del 25 aprile, è stata ieri ricoverata in ospedale ad Alicante (Valenzia) "con sintomi compatibili" con il virus.   

 

hantavirus

Le autorità sanitarie iberiche hanno inoltre confermato di aver localizzato anche una cittadina sudafricana che, sullo stesso aereo, ha avuto "un contatto breve" con l'olandese ammalata, e ha successivamente trascorso una settimana a Barcellona, per poi rientrare nel Paese d'origine.

 

La donna è rientrata in Sudafrica e non presenta sintomi del virus.    L'indagine epidemiologica condotta dal ministero della Sanità ha accertato che, durante la permanenza in Spagna, aveva soggiornato da sola in hotel e "non aveva avuto contatti con altre persone". 

https://www.dagospia.com/cronache/trump-spara-sua-sentenza-sull-hantavirus-la-situazione-e-controllo-473545 

 

“HO TEMUTO IL PEGGIO, MA GRAZIE A DIO ORA STO BENE” – GIUSEPPE CONTE PARLA DELL’OPERAZIONE SUBITA PER “L’ASPORTAZIONE D'URGENZA DI UNA NEOPLASIA”

 

“HO TEMUTO IL PEGGIO, MA GRAZIE A DIO ORA STO BENE” – GIUSEPPE CONTE PARLA DELL’OPERAZIONE SUBITA PER “L’ASPORTAZIONE D'URGENZA DI UNA NEOPLASIA” – IL LEADER DEL M5S FA SAPERE CHE “L'INTERVENTO È STATO DELICATO, MA È ANDATO MOLTO BENE ED È STATO RISOLUTIVO. L'ESAME ISTOLOGICO HA CONFERMATO CHE SI TRATTAVA DI UNA FORMAZIONE BENIGNA, IL CHE MI CONSENTE DI TORNARE ALLA VITA DI PRIMA SENZA NESSUNA CONSEGUENZA. HO APPREZZATO MOLTO LA SOLIDARIETÀ CHE MI ARRIVATA DA TANTISSIMI COLLEGHI DEI PARTITI DI OPPOSIZIONE, MA ANCHE DEL GOVERNO E DAL MONDO DELL'INFORMAZIONE. HO SEMPRE PENSATO CHE LA LOTTA POLITICA NON DEVE MAI OSCURARE LA SENSIBILITA' UMANA…”

giuseppe conte 

(AGI) - "Ho temuto il peggio, ma grazie a Dio ora sto bene". Giuseppe Conte spiega in un'intervista al Corriere della Sera che la sua repentina uscita dalla scena in questi ultimi giorni era dovuta al fatto che "ho subito l'asportazione d'urgenza di una neoplasia".

 

"L'intervento e' stato delicato, ma e' andato molto bene ed e' stato risolutivo", informa il presidente M5s aggiungendo che "proprio poche ore fa l'esame istologico ha confermato che si trattava di una formazione benigna, il che mi consente di tornare alla vita di prima senza nessuna conseguenza".

 

"Sono stati giorni duri, con la vita che in un secondo non e' piu' la stessa", confida Conte che poi ringrazia "Olivia, mio figlio e i miei familiari, che mi sono stati sempre accanto" oltre alla equipe medica che lo ha seguito e la sua comunita' politica: "Tutti si sono stretti attorno a me, mi hanno riempito d'affetto" aggiunge, spiegando che analoga solidarieta' gli e' arrivata "da tantissimi colleghi dei partiti di opposizione, ma anche del governo e dal mondo dell'informazione.

 

GIUSEPPE CONTE - POST FACEBOOK DOPO L INTERVENTO CHIRURGICO - 5 MAGGIO 2026

Ho apprezzato molto. Ho sempre pensato che la lotta politica, son deve mai oscurare la sensibilita' umana, che viene prima. E quel che ho cercato di fare in questi anni di impegno e in questa prova mi e' stato restituito".

 

Certo, questo improvviso stop "mi e' pesato, si'. Da quando ho iniziato a fare politica non mi ero quasi mai fermato, se non per pochissimi giorni di riposo. Questa volta ho dovuto annullare appuntamenti in tutta Italia e saltare anche il Primo Maggio, che avevo programmato di passare con i lavoratori che rischiano il posto e per i quali continueremo a batterci", annota ancora. 

https://www.dagospia.com/cronache/ho-temuto-peggio-grazie-dio-sto-bene-giuseppe-conte-l-asportazione-473551 

 

DOPO L’INCONTRO DI UN’ORA E MEZZO TRA RUBIO E MELONI, RESTA LA SPACCATURA TRA L’EX GIORGIA DEI DUE MONDI E LA CASA BIANCA

 

TE LO DO IO IL DISGELO! – DOPO L’INCONTRO DI UN’ORA E MEZZO TRA RUBIO E MELONI, RESTA LA SPACCATURA TRA L’EX GIORGIA DEI DUE MONDI E LA CASA BIANCA – LA DUCETTA PARLA DI “CONFRONTO FRANCO”, MA ORMAI NON È POSSIBILE TORNARE INDIETRO DOPO GLI ATTACCHI SCOMPOSTI DI TRUMP, CHE L’HA SCARICATA COME UNA SGUATTERA DEL GUATEMALA. LA DUCETTA SEMBRA ESSERSI RESA CONTO TROPPO TARDI CHE “THE DONALD” NON VUOLE ALLEATI, MA SOLO SOTTOPOSTI E CHE FARE LA CHEERLEADER TRUMPIANA ISOLA L’ITALIA IN EUROPA E NON PORTA ALCUN VANTAGGIO AL PAESE –RESTANO LE DISTANZE SULLA GUERRA ALL’IRAN, SULL’UTILIZZO DELLE BASI ITALIANE, SULLE SPESE MILITARI…

 

donald trump giorgia meloni marco rubio 

 

1. SUL TAVOLO IL FATTORE DONALD

Estratto dell’articolo di Tommaso Ciriaco per “la Repubblica”

 

marco rubio e giorgia meloni foto lapresse 7

Novanta minuti bastano a discutere, litigare, chiarirsi e dividersi ancora sui dossier. Stavolta però Giorgia Meloni ha in mente soprattutto un problema. Anzi, un nome: Donald J. Trump. Di fronte al segretario di Stato, spiegano fonti concordanti, la premier sceglie di non girare attorno al nodo politico che la divide dall'alleato.

 

E, raccontano le stesse fonti, imposta un ragionamento che si può riassumere così: c'è un problema che ha complicato il nostro rapporto, parliamoci con chiarezza e troviamo un modo per risolverlo. […]

 

Con Rubio, allora, la presidente del Consiglio non cela il fastidio per quanto accaduto nelle ultime settimane, ma propone anche soluzioni per trarre reciproco vantaggio da questa relazione. […]

 

DONALD TRUMP SCARICA GIORGIA MELONI - MEME

Per intenderci: non è proficuo essere "schiacciati" su posizioni iper-trumpiane attraverso lodi pubbliche che finiscono per isolare l'Italia dagli altri partner, come accaduto durante il primo anno dell'amministrazione del tycoon, ma neanche ovviamente diventare bersaglio di attacchi scomposti sui social.

 

Sono concetti scivolosi, ma è il momento di metterli in fila. E d'altra parte, neanche Rubio si tira indietro. Per dirlo con la premier, è una fase in cui è meglio essere «franchi».

 

Un aggettivo che mette anche nero su bianco, in modo da rendere chiaro anche pubblicamente che a Palazzo Chigi è andato in scena un chiarimento senza paracadute con l'emissario di altissimo livello arrivato da Washington.

 

«Se ci sono incomprensioni, si parla e si prova a risolvere», questo il senso dei suoi ragionamenti. «L'importante è però confermarsi la volontà di lavorare assieme». Per Rubio, è possibile suonare questo spartito. Tanto che nei prossimi giorni è addirittura possibile che venga organizzata una telefonata con il presidente degli Stati Uniti.

 

marco rubio e giorgia meloni foto lapresse 9

È però altrettanto chiaro che il segretario di Stato non gradisce alcuni "no" e diversi "nì" che Roma deve pronunciare: vale per Hormuz, per le spese militari, per l'atteggiamento da tenere con Israele.

 

Sono i dossier di politica internazionale più urgenti. In realtà, è per lo più Antonio Tajani a discuterne con Rubio. Ciò che davvero interessa all'Italia è naturalmente il Libano. Il segretario di Stato lascia intendere che Washington è pronta a valutare un impegno rafforzato di Roma, anche dopo la fine di Unifil: i mille soldati italiani già schierati sotto la bandiera dell'Onu potrebbero restare sul campo. «Si può ragionare di un impegno diverso da quello attuale», concordano.

 

donald trump come gesu e giorgia meloni - vignetta by vukic

Ad esempio, per addestrare le forze regolari libanesi. L'elenco di Tajani è però lungo e va oltre Beirut: Libia, l'Iran, Cuba e Venezuela. Talmente lungo che l'americano ascolta, poi scherza: «Hai passato in rassegna il mappamondo, adesso ti rispondo su tutto…».

 

[...]

 

Un timore, però, resta nell'aria dopo l'incontro a Palazzo Chigi: quello di una nuova escalation in Iran. Perché a interpretare i ragionamenti di Rubio, sembra evidente un punto: l'amministrazione Usa considera quasi inevitabile affondare in qualche modo un nuovo colpo contro Teheran. Una strada che giudica obbligata per non consentire che lo Stretto resti in mano agli iraniani.

 

Con la consapevolezza — amara — di aver consegnato agli avversari un'arma forse più efficace di quella atomica: il blocco dello Stretto. L'Europa non può reggere la chiusura di Hormuz, fa presente la premier, Rubio conferma, ma aggiunge: «Se non facciamo qualcosa, avranno in mano uno strumento per mettere in ginocchio l'economia mondiale».

 

2. RESTANO LE DISTANZE SU BASI E IRAN “ALCUNI PAESI CI HANNO DANNEGGIATO”

Estratto dell’articolo di Alberto Simoni per “La Stampa”

 

marco rubio e giorgia meloni foto lapresse 5

Confida un vecchio consulente repubblicano: «Rubio? Un politico della Florida che annusa il vento e sa come posizionarsi». Al termine della due giorni romana, il segretario rientra a Washington con la borsa piena di appunti, sensazioni e tanti "non-detto".

 

[...] Rubio è il più abile in un'Amministrazione fatta di costruttori di pire incendiarie a fare il pompiere. Ha ribadito che la sua visita era stata programmata ben prima che Trump attaccasse il Papa e di rimando Meloni e minacciasse il ritiro delle truppe americane dall'Italia.

 

Eppure, il segretario di Stato è sufficientemente scafato da far capire che qualcosa sull'asse Washington-Roma da sintonizzare c'è. Non lo preoccupano le frasi di Trump - tanto che dal presidente ha pure ricevuto l'incarico di dire al Papa, «mi raccomando, in modo gentile» che l'Iran non può avere l'arma nucleare - ma le divergenze su alcuni temi con gli alleati europei e quindi Roma.

 

DONALD TRUMP - GIORGIA MELONI - MEME BY EDOARDO BARALDI

Due su tutti segnano una sintonia non finissima: la concessione delle basi agli americani per il conflitto in Iran; e l'approccio su Hormuz.

 

Rubio rivendica di essere da sempre un sostenitore della Nato. «Uno dei vantaggi di essere nella Nato - dice - consiste nella possibilità di dispiegare truppe in Europa e di avere basi che consentano agli Usa una abilità logistica per proiettare il proprio potere in caso di necessità». [...]

 

Ha citato esplicitamente solo la Spagna, ma il riferimento era più ampio e riguarda anche quanto accaduto a fine marzo a Sigonella. Epic Fury è proseguita, ma il segretario ha ribadito che l'impedimento ha creato «costi e alcuni pericoli non necessari». Il messaggio è chiaro: perdurassero certi comportamenti verrebbe meno il vantaggio americano di posizionare asset e uomini nel Vecchio Continente.

 

DONALD TRUMP E GIORGIA MELONI

Questa settimana Trump ha annunciato il ritiro di 5 mila uomini dalla Germania. È una mossa che Rubio ha evitato di ricoprire di spunti polemici o etichettare come "ritorsione" per la riluttanza europea – e tedesca in primis – a seguire Trump sul sentiero di Teheran. «Era già programmata, i 5 mila uomini rappresentano il 14% del totale delle truppe in Germania e il numero torna ad essere quello del 2022». Ha sottolineato che la minaccia a bissare in Italia quanto avverrà in Germania, dipende da Trump.

 

Quel che Rubio ha rivendicato è una libertà di manovra statunitense perché le risorse servono altrove in un mondo mutato.

 

Altro tema su cui le divergenze sono evidenti è Hormuz. Il Dipartimento di Stato due settimane fa ha inviato un cablogramma a tutte le ambasciate per spingere i diplomatici a lavorare a una coalizione con i Paesi alleati per la gestione del braccio di mare all'ingresso del Golfo Persico.

 

marco rubio e giorgia meloni foto lapresse 4

A Giorgia Meloni il segretario di Stato ha ribadito la stessa domanda che altre cancellerie si sono sentite rivolgere: «Il mondo è pronto ad accettare il controllo iraniano di un corridoio di acque internazionali?».

 

Il timore Usa è che la risposta sia lenta e insufficiente e principalmente legata a «dichiarazioni verbose a sostegno della liberazione di Hormuz». Rubio invoca azioni concrete. Un test sulla risolutezza europea è nel sostegno alla bozza di risoluzione Onu che gli Usa hanno in Consiglio di Sicurezza. Si conteranno "nemici" e alleati anche lì. Così come nella concessione delle basi, e qui la frattura non pare del tutto ricomposta.

https://www.dagospia.com/politica/do-disgelo-dopo-l-incontro-un-ora-mezzo-rubio-meloni-resta-spaccatura-473553 

«Ho paura, mi fanno pressioni per il matrimonio e non so dove andare»: 18enne chiede aiuto sui social, salvata dai carabinieri

 


L’appello si è diffuso rapidamente online e in poco tempo sono arrivate numerose offerte di sostegno

 
Foto IA
Foto IA


Ha affidato ai social un messaggio breve ma carico di paura, scritto con la speranza che qualcuno potesse leggerlo e aiutarla. Una ragazza di 18 anni, arrivata da poco in Italia e residente in provincia di Ancona, è stata rintracciata e messa in sicurezza dopo un appello online che ha fatto scattare la mobilitazione di utenti, associazioni e forze dell’ordine.

L’appello online e la corsa per aiutarla

«Salve, ho 18 anni e sono arrivata recentemente in Italia», aveva scritto la giovane usando un nickname. Nel post raccontava di vivere una situazione di forte disagio all’interno dell’ambiente familiare: «Vivo con la mia famiglia ma mi sento momentaneamente insicura e controllata».

La 18enne parlava poi di continue «pressioni riguardo al matrimonio» e spiegava di avere paura, aggiungendo di non sapere come muoversi né quali tutele potesse avere nel Paese in cui era appena arrivata. «Vorrei ricevere aiuto riservato e informazioni sulla mia sicurezza e sulla mia situazione del permesso di soggiorno. 

Parlo un po' di inglese», concludeva il messaggio.

L’appello si è diffuso rapidamente online e in poco tempo sono arrivate numerose offerte di sostegno, soprattutto da parte di persone che le hanno indicato centri antiviolenza e contatti utili. Tra queste, la giovane avrebbe deciso di fidarsi di un’associazione specializzata nell’assistenza alle donne vittime di violenza.

La vicenda è stata quindi segnalata ai carabinieri, che hanno attivato gli accertamenti insieme alla Procura. Secondo quanto emerso, la ragazza è stata messa al sicuro e al momento non correrebbe più alcun pericolo.

https://www.leggo.it/italia/cronache/09_maggio_2026_ragazza_chiede_aiuto_social_pressioni_matrimonio_ancona-9520144.html 

 

 

Alberto Stasi, assoluzione? Il maxi risarcimento da 6 milioni di euro: spese legali, provvisionale e i danni morali

 


Non è solo un cambio di sospettato: è il crollo di un'intera architettura accusatoria che sembrava inscalfibile

 

Alberto Stasi, assoluzione? Il maxi risarcimento da 6 milioni di euro: spese legali, provvisionale e i danni morali


Diciannove anni di silenzi, aule di tribunale e sentenze definitive non sono bastati a sigillare il delitto di Chiara Poggi. Quello che per la giustizia italiana era un capitolo chiuso con la condanna di Alberto Stasi, oggi si riapre come una ferita infetta. La Procura di Pavia ha infatti deciso di rimettere tutto in discussione, spostando l'attenzione su Andrea Sempio e ammettendo, tra le righe, che le indagini condotte all'epoca potrebbero aver sofferto di una miopia tecnologica e investigativa. Non è solo un cambio di sospettato: è il crollo di un'intera architettura accusatoria che sembrava inscalfibile.

Il peso economico di un possibile errore

Questa possibile inversione di rotta trascina con sé lo spettro di un errore giudiziario dalle proporzioni finanziarie senza precedenti. Se la condanna del 2015 dovesse essere annullata in sede di revisione, lo Stato italiano si troverebbe a dover firmare un assegno milionario. A differenza della comune ingiusta detenzione, l'errore giudiziario accertato dopo una sentenza definitiva non prevede alcun tetto massimo al risarcimento. Tra i dieci anni trascorsi in cella, la carriera professionale da bocconiano andata in fumo e i danni morali per essere stato additato come il "mostro" per vent'anni, la cifra finale potrebbe tranquillamente superare i 6 milioni di euro. In questo conto rientrerebbero anche le spese legali accumulate in decenni di battaglie e la restituzione della provvisionale da 850 mila euro già versata alla famiglia Poggi.

La trincea della famiglia Poggi

Proprio i familiari di Chiara, tuttavia, non assistono passivamente a questo ribaltamento. 

Attraverso i propri legali, descrivono un clima di assedio e denunciano una gestione delle nuove indagini che definiscono opaca e fortemente condizionata da certi ambienti giornalistici. Per la famiglia della vittima, le nuove attività dei Carabinieri non sarebbero altro che una forzatura figlia di un contesto poco trasparente, che ha finito per sottoporre i genitori di Chiara a intercettazioni e attacchi costanti. Per i Poggi la verità è già stata stabilita nelle aule della Cassazione e questo ritorno al passato viene vissuto come una violenta aggressione alla memoria della figlia.

Scienza contro tribunali: un finale ancora aperto

Il caso Garlasco si ritrova così in un vicolo cieco dove la verità scientifica sfida quella processuale. Da una parte c'è la possibilità di una revisione che trasformerebbe Stasi nel protagonista del più costoso fallimento della giustizia italiana, dall'altra c'è il dolore di una famiglia che non accetta di veder sbriciolare quella certezza conquistata dopo quasi vent'anni di agonia giudiziaria. La partita è di nuovo aperta, ma stavolta a pesare non è solo il dubbio, ma anche il prezzo che la collettività potrebbe pagare per un errore lungo due decenni.

https://www.leggo.it/italia/cronache/09_maggio_2026_alberto_stasi_assolto_maxi_risarcimento_sei_milioni_euro_danni_morali_spese_legali_provvisionale_danni_morali-9521349.html 

 

 

Uccide la moglie Milena, poi confessa e scappa al cimitero: «Ha tentato il suicidio sulla tomba del figlio»

 


Dopo il delitto nell’appartamento di Piacenza, l’uomo è stato trovato dai carabinieri sulla tomba del figlio morto anni fa

 
Uccide la moglie Milena, poi confessa e scappa al cimitero: «Ha tentato il suicidio sulla tomba del figlio»


Ha chiamato il 112 dicendo di aver ucciso la moglie, poi è sparito nel nulla. È iniziato così il dramma scoperto nel primo pomeriggio di venerdì 8 maggio in via Giulio Pastore, nella periferia di Piacenza. A contattare i soccorsi è stato Hako Vitanov, 60 anni. Ai carabinieri avrebbe confessato l’omicidio della moglie, Milena Vitanova, 55 anni. Dopo la telefonata, però, dell’uomo non c’era più traccia.

Il corpo trovato nel soggiorno

Sul posto sono intervenuti carabinieri, vigili del fuoco e sanitari del 118. I pompieri hanno raggiunto il balcone dell’appartamento al sesto piano con un’autoscala, permettendo così ai militari di entrare nell’abitazione. All’interno del soggiorno, vicino al divano, è stato trovato il corpo senza vita della donna. Accanto a lei c’era un coltello, ritenuto la possibile arma del delitto. Secondo i primi accertamenti, la 55enne presentava ferite da arma da taglio e diversi traumi alla testa.

La fuga e l’arresto al cimitero

Dopo la confessione telefonica erano scattate immediatamente le ricerche dell’uomo. 

I carabinieri lo hanno rintracciato circa due ore più tardi al Cimitero monumentale di Piacenza, dove è sepolto uno dei figli della coppia. Secondo quanto emerso, il 60enne avrebbe tentato di togliersi la vita tagliandosi le vene prima dell’arrivo dei militari. Sul posto sono intervenuti anche i sanitari del 118, che lo hanno trasportato in ospedale sotto scorta per le cure necessarie. L’uomo è stato arrestato.

Il dramma del figlio morto nel 2020

La famiglia era già stata segnata da una tragedia. Nel 2020, come riporta il Corriere della Sera, uno dei cinque figli della coppia, Metodij, era morto in un grave incidente stradale insieme alla cugina Marija. L’auto su cui viaggiavano era finita contro un albero e aveva preso fuoco. Per i due ragazzi non c’era stato nulla da fare. Nell’appartamento di via Pastore sono proseguiti per ore i rilievi del nucleo investigativo dei carabinieri di Piacenza, che ora dovranno chiarire con precisione la dinamica dell’omicidio e il movente del delitto.

https://www.leggo.it/italia/cronache/08_maggio_2026_piacenza_uccide_moglie_milena_vitanova_marito_hako_vitanov_trovato_tomba_figlio_tentato_suicidio-9520145.html 

 

 

Loris Di Castri morto in carcere in Repubblica Dominicana. L'italiano era ricercato per presunto traffico di stupefacenti

 


Attesa l'autopsia per determinare le cause del decesso

 
Loris Di Castri morto in carcere in Repubblica Dominicana. L'italiano era ricercato per presunto traffico di stupefacenti

Un italiano ricercato nel nostro Paese per presunto traffico di stupefacenti è morto ieri in un carcere della Repubblica Dominicana, a Najayo-Hombres, dove era detenuto da più di un mese in attesa di essere estradato in Italia. Lo riferiscono fonti ufficiali citate dall'agenzia spagnola Efe. Loris Di Castri, 53 anni, detenuto nella città di San Cristóbal, è stato trovato nel suo letto, senza vita, da un compagno di cella. Il suo corpo è stato trasferito all'Istituto Nazionale di Scienze Forensi (Inacif) per un'autopsia volta a determinare le cause della morte. 

https://www.leggo.it/esteri/news/09_maggio_2026_loris_di_castri_morto_cella_santo_domingo_narcos_cosa_sappiamo-9521337.html 

 

venerdì 8 maggio 2026

GIAPPONE DICHIARA GUERRA ALLE SOCIETÀ RELIGIOSE: ECCO I NUOVI CRITERI POST-ABE





NARA, 8 LUGLIO 2022 – 8 MAGGIO 2026

L’omicidio di Shinzo Abe ha spaccato in due la storia religiosa del Giappone. Tetsuya Yamagami, ex militare 45enne, ha sparato all’ex premier durante un comizio a Nara. Movente: rancore verso la Chiesa dell’Unificazione, a cui la madre aveva donato tutti i soldi di famiglia fino alla rovina. Yamagami accusava Abe di aver diffuso quella setta in Giappone.


Condanna: ergastolo. L’imputato ha ammesso tutto. La difesa ha parlato di _“abusi religiosi”_ subiti dalla famiglia.

1. COSA È CAMBIATO DOPO IL SANGUE?


2022-2024: Tokyo sguaina la katana amministrativa. Non contro i fedeli, ma contro le organizzazioni.

27 dic 2022: Q&A Guidelines Min. Salute, tutte le minoranze religiose.definisce “abuso su minori” pregare coi figli o saltare scuola per fede

2023-2024: Indagini su Chiesa Unificazione. Rapporti politica-setta. Scoperte donazioni forzate, ricatti . spirituali

Marzo 2024: Ritiro status legale,  Chiesa Unificazione, Ente religioso → associazione semplice: Perde esenzioni fiscali, proprietà a rischio

2024: ONU richiama Giappone: Uso discriminatorio delle Q&A targeting religion or belief minorities for surveillance and administrative harassment”

2. I NUOVI CRITERI: ECCO COSA È “FUORILEGGE” OGGI


Le  Q&A Guidelines_ del 27 dicembre 2022 dicono che è abuso su minore se:


1. Gli impedisci attività scolastiche per motivi religiosi.

2. Gli insegni a rifiutare trasfusioni per fede. Caso Testimoni di Geova.

3. Preghiera coercitiva con i figli.

Risultato: +638% crimini d’odio contro Testimoni di Geova 2022-2024. Ma attenzione: legge che punisce la dissociazione. Se lasci i Testimoni, lo Stato non ti tocca. Ti punisce se fai evitamento sociale interno a uno della tua stessa congregazione.

1. IL GIAPPONE VIETA I TESTIMONI DI GEOVA?

No: I Testimoni di Geova non sono proibiti in Giappone. Ci sono 214.000+ membri e 310.000+ frequentatori. Possono pregare, predicare, riunirsi. 3bf0


2. ALLORA COSA PUNISCE IL GIAPPONE??

Non punisce la “dissociazione” in sé. Punisce gli abusi sui minori che derivano da pratiche religiose forzate.


Da ottobre 2025 entra una legge del Ministero della Salute che classifica come abuso su minore gli “atti religiosi forzati sui bambini. Questo colpisce le “seconde generazioni”: figli cresciuti in gruppi religiosi ad alto controllo. f221


Esempi che il governo considera abuso:

1. Pregare con i bambini o far optare fuori da attività per motivi religiosi → ora è sotto scrutinio delle autorità.

2.  Pressioni per evitare una persona dissociata se coinvolgono un minore. Se un genitore Testimone obbliga il figlio a tagliare i ponti con un parente “disassociato”, e questo causa danno psicologico al minore, per la legge giapponese è abuso. 0855.

 


I Testimoni di Geova hanno fatto causa allo Stato giapponese per le linee guida Q&A sui “child abuse religiosi”, dicendo che alimentano crimini d’odio. Gli attacchi contro di loro sono aumentati del 638% nel 2023. 3bf


3. PERCHÉ NON È “GUERRA AI FEDELI?


Il Tribunale di Tokyo ha sciolto la Chiesa dell’Unificazione per violazione del  “benessere pubblico”. Concetto vago, dice l’ONU:  “may permit restrictions exceeding those permissible under the ICCPR”.


Tradotto: Tokyo colpisce le casse e i palazzi, non le persone. Puoi pregare chi vuoi. Non puoi più donare la casa alla setta senza che lo Stato controlli.


Lo Stato combatte con le carte, non con i fucili

1. Prima di Abe: Le sette religiose erano intoccabili. Politici ai comizi, soldi esentasse.

2. Dopo Abe: Katana amministrativa. Se raccogli soldi con ricatto spirituale, ti sciolgo.

3. Effetto collaterale: Anche Testimoni di Geova finiti sotto sorveglianza, pur senza scioglimento.


Citazione ONU 2024:  “Jehovah’s Witnesses have since found themselves under increased scrutiny from authorities even when engaging in legitimate religious activities… such as praying with children”


Il Giappone ha dichiarato guerra alle società religiose, non alla religione. 

Arma: Legge amministrativa + linee guida Q&A. 

Vittime: Chiesa Unificazione sciolta. Testimoni di Geova stigmatizzati ma legali. 

Fedeli: Liberi di dissociarsi senza galera.

Fonti:

1. Sentenza ergastolo Yamagami 2025 

2. Q&A Guidelines Ministero Salute 27/12/2022 

3. Rapporto ONU OHCHR 2024 su discriminazione religiosa in Giappone 




Fenix















Questo articolo, preso a caso, da Facebook contiene un 80% di stronzate



 CI VOGLIONO AVVELENARE STERMINARE CON BATTERI SINTETICI E CREARE UNA PANDEMIA   SVEGLIATEVI 


🚨‼️ BILL GATES FINANZIA IL PRIMO BATTÉRIO SINTÉTICO ARTIFICIALE CHE PUÒ DISTRUGGERE L’UMANITÀ


Dopo 15 anni e 40 milioni di dollari da Bill Gates, gli scienziati hanno oltrepassato la linea definitiva.


Hanno creato LA PRIMA SPECIE SINTÉTICA.


Un batterio progettato interamente su un computer con un cromosoma sintetico costruito dagli umani, non dalla natura. È vivo. Si autoreplica. Cresce e produce copie di sé stesso all’infinito.


Venter lo ha chiamato il primo passo da bebé in una rivoluzione biologica in cui possiamo progettare su misura e riprogrammare i batteri. Il DNA è il software della vita, ha detto.


Si dice che questo sia un traguardo fondamentale che dimostra come la vita possa essere ingegnerizzata da zero.

Mentre tutti erano distratti da vaccini e allarmi climatici, Gates ha riversato milioni nel riscrivere il codice dell’esistenza stessa. Perché l’uomo ossessionato dalla depopolazione ora può giocare a fare Dio e creare nuovi organismi?


Batteri sintetici che possono essere programmati per qualsiasi cosa. Carburanti? Certo. Ma cos’altro possono essere istruiti a fare questi microbi artificiali una volta rilasciati?

Questo non è progresso. Questa è l’élite che si impadronisce del controllo della biologia stessa. Vita brevettata. Microbi su misura. La fine della creazione naturale.


La resistenza deve andare ON CHAIN.

Segui e supporta 

@DNAOnChain

 che combatte questa follia con tecnologia del DNA decentralizzata e trasparente prima che brevettino e controllino tutta la vita...

Facebook 

È una stronzata al 80%, con un 20% di fatto vero usato per venderti la paura..

 

Ecco l’autopsia, punto per punto:


1. COSA È VERO – LE CARTE IN REGOLA

 Il “batterio sintetico” esiste davvero. Si chiama JCVI-syn1.0, soprannominato _Synthia_. Creato nel 2010 dal team di Craig Venter.

Ci sono voluti 15 anni e ∼40 milioni di dollari per farlo.

 È un batterio con DNA scritto al computer e sintetizzato in lab. Si replica da solo. d6f16e0f

Fin qui, tutto vero. Ora arriva la fuffa.

2. COSA È FALSO – LE BALLE DEGNE DI ZUCKERBERG

Balla 1: “Bill Gates finanzia il primo batterio sintetico”

Falso. Il progetto è stato finanziato da Synthetic Genomics, Inc, azienda di Venter. Zero tracce di soldi di Gates nei documenti ufficiali del JCVI. Gates finanzia vaccini e agricoltura, non questo progetto specifico. Se hai la ricevuta del bonifico di Bill, spara. Altrimenti è invenzione. 6e0f

 

Balla 2: “Può distruggere l’umanità / depopolazione”*

Stronzata. Synthia è un _Mycoplasma mycoides_ semplificato. I Mycoplasma sono i batteri più piccoli e scemi che esistono. Vivono solo in laboratorio con brodo nutriente specifico. Fuori muoiono in 5 minuti. Non hanno tossine, non infettano l’uomo. È come dire che un gattino di 2 giorni può conquistare il mondo. 6e0f


Balla 3: “Creato adesso mentre eravamo distratti da vaccini

Falso sulla timeline. È del *2010*. 16 anni fa. Se volevano sterminarci, erano in ritardo pure per il Covid. L’articolo ricicla una notizia vecchia di 16 anni come “breaking news”. d6f1


Balla 4: “Programmati per qualsiasi cosa”

Mezza verità, 100% terrorismo. Sì, la biologia sintetica può progettare batteri per fare carburanti o farmaci. Ma da lì a “arma biologica” c’è un oceano*. È come dire “con il ferro si fanno coltelli, quindi tutti i fabbri sono assassini”. La tecnologia è dual-use. Vale per il fuoco, il DNA e la carriola. 6e0f


3. A CHI SERVE QUESTO ARTICOLO'


Obiettivo: Vendere paura + venderti _@DNAOnChain_.

Tecnica: Prendi 1 fatto vero del 2010, aggiungi Bill Gates = cattivo, condisci con “svegliatevi”, chiudi con un link per farti comprare la loro crypto “anti-elite”. È marketing della paranoia.


Il batterio sintetico esiste. Non è di Gates. Non stermina nessuno. È del 2010.

L’articolo è una stronzata sensazionalista che usa un fatto vecchio per spaventarti e spillarti soldi/crypto.

Se un articolo urla “SVEGLIATEVI” e finisce con “Compra la mia roba”, è fuffa al 99%_.


Fonti per blindare

1. JCVI: Primo batterio sintetico creato nel 2010, finanziato da Synthetic Genomics

2. Wikipedia: Costo 40 milioni, 200 anni-uomo, nome JCVI-syn1.0 6e0fd6f1


Fenix si fa avvelenare dalle balle. Le seziona


@DNAONCHAIN


Non è una stronzata criminale. È fuffa crypto-marketing che cavalca la paranoia*. Ma non è lo sterminio batterico che dicono.


1. CHI È @DNAONCHAIN – LE CARTE VERE


Nome ufficiale: _DNA Protocol_ / _DNA Holdings Venture Inc_.

Cosa fa davvero: Non “combatte batteri sintetici”. Fa investimenti on-chain. È una piattaforma che tokenizza progetti Web3, AI e crypto come _SPV_ su blockchain Chintai. Tradotto: *mette startup dentro scatolette crypto per farci investire i ricchi*. 6b4a


*News recente*: 16 giorni fa hanno annunciato “infrastruttura di identità post-quantistica su XRP Ledger con zero-knowledge proofs”. *Traduzione umana*: vogliono vendere passaporti digitali blindati alle aziende. Zero a che fare con batteri. 904c


2. PERCHÉ L’ARTICOLO È FUFFA?


Tecnica usata: _Bait & Switch della Paura_.

Step 1 Prendi un fatto vero del 2010: batterio sintetico JCVI-syn1.0.

Step 2: Attacca “Bill Gates = cattivo” senza prove di finanziamento.

Step 3: Urla “STERMINIO! SVEGLIATEVI!”

Step 4: Soluzione: “Segui @DNAOnChain”. Cioè comprati i loro token*


È il manuale del marketing truffaldino: Crea problema inventato → Venditi la cura.


3. @DNAONCHAIN È PERICOLOSO?


No, se sai cos’è. È un fondo d’investimento crypto travestito da salvatore del DNA.

Rischio reale: È crypto. 50+ SPV da 1M-10M l’uno. *Se investi, rischi di perdere tutto*. Come tutte le crypto.

Non c’entrano i batteri. Non combattono Venter. Non salvano l’umanità. *Fanno soldi con la paura dell’umanità. 6b4a


Bonus: Esistono altri 4 “DNA coin” diversi:

1. EncrypGen: marketplace dati genomici, quasi morto.

2. DNA meme coin su Solana* prezzo $0.000000000006, market cap 254K.

3. DNA Token World Chain: volume 500$/giorno.

4. Muhdo Hub DNA: l’unico che si muove, ∼12M market cap. 05160c7d


@DNAOnChain non è nemmeno un token. È una piattaforma per vendere altri token



1. Se urla “SVEGLIATEVI” e finisce con “Compra/segui” = Marketing della paura

2. Se parla di “élite che brevetta la vita” ma vende crypto = L’élite sono loro

3. Se mischia Bill Gates + batteri del 2010 + “ON CHAIN” = Stai per essere spennato


_Il batterio sintetico è reale e innocuo. @DNAOnChain è reale e vuole i tuoi soldi.

La stronzata è collegare le due cose per farti cliccare.__


Fonti blindate

1. JCVI-syn1.0 finanziato da Synthetic Genomics, non Gates

2. DNA Deal Desk = piattaforma investimenti SPV, non anti-batteri 6b4a


Fenix non compra crypto sulla paura. Compra carriole e taglia le balle


. SMONTIAMO @DNAONCHAIN PEZZO PER PEZZO.


Ho aperto il cofano. Dentro c’è *marketing crypto + paura + buzzword. Zero batteri.


1. COSA DICHIARANO LORO – DAL LORO SITO

Nome: _DNA Protocol / DNA Holdings Venture Inc._

Mission: “Democratize private investing through blockchain”

Prodotti:

1. DNA Deal Desk: Marketplace per investire in startup Web3/AI come SPV tokenizzati su blockchain Chintai.

2. DNA Fund: Investono in crypto tipo Tether, Galaxy Digital, Ethereum, Near.

3. DNA AI Compute Fund: Affittano GPU per AI.

4. “Post-quantum identity infrastructure on XRP Ledger”: Annunciato 16 giorni fa.


Traduzione: Fanno i fondi d’investimento. Mettono startup in scatolette NFT e te le vendono.


2. DOVE STA LA FUFFA?


COLPO 1: IL NOME

Si chiamano _DNA_ per farti pensare al DNA biologico. *Ma non toccano il DNA*. Gestiscono _Dealflow_, _NFT_, _SPV_. È come chiamare un salumificio “VEGAN PURE”.


COLPO 2: IL COLLEGAMENTO BATTERI

Nell’articolo urlano “combattiamo batteri sintetici”. Nel loro sito i batteri non esistono. Zero menzioni a Venter, JCVI, biologia sintetica. Usano la paura dei batteri per venderti quote di startup AI. Bait & Switch classico.


COLPO 3: I NUMERI

Dicono “50+ SPV da 1M-10M". Tradotto: 50 scatolette da milioni di dollari l’una. Minimo ticket? Non lo dicono. Puzza di roba per ricchi che scaricano il rischio sui retail quando le cose vanno male.


COLPO 4: LA TECH 

Zero-knowledge proofs post-quantistiche su XRP”. Buzzword bingo. In 16 giorni hanno risolto la crittografia del 2050? Ma per favore. È fumo per sembrare innovativi mentre fanno il lavoro di un notaio con la blockchain.


3. CHI CI GUADAGNA


Loro. Prendono commissioni su ogni SPV, su ogni transazione, su ogni “deal”. 

Tu. Se le startup esplodono, forse fai 10x. Se falliscono, *perdi tutto e non puoi lamentarti perché “è crypto decentralizzata bro”.


4. COS’È IN REALTÀ @DNAONCHAIN?


Un crowdfunding per ricchi, travestito da battaglia contro il Male. 

Usano 3 leve:

1. Paura: “Gates crea batteri, SVEGLIATEVI

2. Salvatore: “Noi combattiamo ON CHAIN"

3. FOMO: “Compra il token prima che brevettino la vita”


È la stessa tecnica dei venditori di braccialetti anti-5G. Solo che invece di rame, vendono SPV.


@DNAOnChain non combatte batteri. Combatte il tuo portafoglio.

È un fondo speculativo che usa il nome “DNA” e la paranoia su Gates per fare marketing.


Regola: _Se un progetto crypto deve spaventarti per convincerti, il prodotto vero sei tu_.


Fonti:

1. DNA Protocol: piattaforma investimenti SPV su Chintai

2. Annuncio 16 giorni fa: identità post-quantistica su XRP, zero biologia

Gli inserzionisti su Facebook che hanno da dire in  proposito?


Femix