domenica 23 novembre 2014

MISS BUMBUM 2014: VINCE INDIANARA, 22 ANNI.
IL LATO B PIÙ SEXY DEL BRASILE È SUO -FOTO










Miss Bumbum 2014

SAN PAOLO - E' il sedere più sexy del Brasile e non solo quello diIndianara Carvalho, 22 anni, eletta Miss Bumbum 2014. Indianara è bionda e prosperosa, ma ad incantare tutti è stato il suoesplosivo lato B che ha steso la giuria.

Un fondoschiena da record il suo, che le ha permesso di aggiudicarsi l'ambita fascia di Miss Bumbum 2014, nella finale che si è disputata a San Paolo del Brasile. La bionda tutta curve ha sbaragliato la concorrenza delle altre 14 candidate, aggiudicandosi anche un premio di circa 20mila euro.
 

http://www.leggo.it/GOSSIP/VIETATO/sedere_sexy_brasile_miss_bum_bum_2014/notizie/1020576.shtml

martedì 11 novembre 2014

SPARA ALLA MOGLIE E SI UCCIDE: DRAMMA A LATINA.
"LITIGAVANO SEMPRE". LASCIANO DUE FIGLI PICCOLI


Antonino Grasso, 38 anni, agente penitenziario, ha ucciso ieri a Cisterna (Latina) la moglie Tiziana Zaccari, 36 anni, sparandole con la pistola d’ordinanza; poi si è tolto la vita. Questi i fatti. E oltre ai fatti, due bimbi di quattro e sette anni, i figli della coppia che, in quel momento non erano nell’appartamento e che difficilmente riusciranno mai ad avere una risposta concreta ad una tragedia che segnerà la loro vita. 
Antonino era geloso - stanno ricostruendo gli investigatori - Tiziana era arrivata a denunciarlo per maltrattamenti e lo voleva lasciare.






Tiziana Zaccari e Antonino Grasso (Facebook)

L’omicidio-suicidio, secondo logica, sarebbe avvenuto dopo l’ennesima lite. Un copione sdrucito, caratterizzato dai consueti blackout con esito mortale. Di gelosia si soffre tutti, prima o poi, spesso come cani; ma pochissimi/e arrivano ad uccidere e quando accade la ragione vera non è mai la gelosia. E poi, due coniugi - litigiosi, temporaneamente incapaci di trovare un accordo - vengono lasciati a loro stessi, quando è manifesto, dopo una denuncia per maltrattamenti, che da soli non possano farcela. I vicini di casa, un piccolo comprensorio in via Machiavelli, hanno chiamato la polizia quando, nel pomeriggio, hanno sentito gli spari. Dietro questa gelosia qualcuno ora cerca altre motivazioni: Grasso, assistente capo, era appena stato trasferito dal nord Italia. «È il secondo suicidio di un poliziotto in tre giorni - dice Donato Capece del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria - Negli ultimi tre anni i suicidi sono stati più di 35, e dal 2000 più di cento». Non è una giustificazione, certo che no; ma occorre iniziare a mettere a fuoco (e prevenire) le ragioni che stanno davvero alla base di questa tragedia nazionale che è il femminicidio.

http://www.leggo.it/NEWS/ITALIA/uccisa_cisterna_tiziana_zaccari_antonino_grasso/notizie/1004133.shtml

STORIE DI MILF-OMANI - UNA MAMMA VA A LETTO CON 140 UOMINI E SI APPUNTA IN UNA LISTA I NOMI, LA DURATA, IL VOTO E LE DIMENSIONI - “VOLEVO RICORDALI TUTTI. MI HANNO RESO LA DONNA CHE SONO”

Con quante persone si dovrebbe fare sesso prima di iniziare a perdere il conto? Ce lo dice la milf Sandy Nardo, una ninfomane professionista, che ha elaborato un metodo semplice e funzionale. Il numero non conta, basta appuntarseli meticolosamente tutti...



pay sandy nardoPAY SANDY NARDO

Con quante persone si dovrebbe fare sesso prima di iniziare a perdere il conto? Come si fa a non dimenticarsi di nessun partner?

pay sandy nardo (9)PAY SANDY NARDO (9)
La memoria potrebbe iniziare a vacillare anche prima del centinaio. A meno che non siate muniti e organizzati quanto la milf Sandy Nardo. Una ninfomane professionista. Da quando perse la tessera della verginità, a 19 anni, ha scopato con 140 uomini. E si ricorda di ognuno di loro e di ogni performance nel dettaglio. Il suo segreto? Li schiaffa tutti in una lista e ne compila la scheda di valutazione.  

Ha elaborato un proprio metodo, semplice e funzionale. Scrive il nome, vota il sesso, la durata, l’aspetto fisico, lo stato emotivo. E tutto quello che c’è da ricordare.

pay sandy nardo (8)PAY SANDY NARDO (8)
"Ho voluto annotarli proprio tutti, anche le scopate “flop”." Ammette di essere una sesso-dipendente e dice: "Non ho rimpianti per quello che ho fatto. A volte sono rapporti meravigliosi, altre volte noiosi, ma sono tutte esperienze che mi hanno reso la donna che sono oggi."

Tra le tante “x”, nelle caselle ci sono musicisti, banchieri e, tra gli altri, l’ex marito, durato sei mesi e dal quale ha avuto un bambino. La donna ammette che il figlio ha sofferto per le sue abitudini sessuali, ma che col tempo a finito per accettarle.


http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/storie-milf-omani-mamma-va-letto-140-uomini-si-appunta-88361.htm

domenica 9 novembre 2014

FORCHETTONI “AMEREGANI” - JAMES PALLOTTA S’ATTOVAGLIA ALLA CENA DI FINANZIAMENTO PD A ROMA - IL PRESIDENTE GIALLO-ROTTO NON E’ MICA POLLO: ANCHE SE NEGLI USA VOTA REPUBBLICANO, QUI GLI TOCCA INGRAZIARSI RENZI - - -

C’erano settecento ospiti alla seconda serata di fund raising con gli imprenditori - Pallotta si è fermato solo per salutare un giovanotto in divisa romanista prima di accorgersi che era il comico Andrea Rivera, il quale si è presentato come Er Focaccia e gli domanda a bruciapelo: “Hai pagato mille euro per una cena! Ma compra un terzino, no?”…


Foto di Luciano di Bacco
cena di finanziamento del pd a roma james pallotta mauro baldissoniCENA DI FINANZIAMENTO DEL PD A ROMA JAMES PALLOTTA MAURO BALDISSONI


Sebastiano Messina per “la Repubblica”

«Ahò, c’è pure Odoacre!». Sì, pure lui è venuto per cenare con Renzi, non il re germanico tornato dall’oltretomba ma l’eroe dei romani, anzi dei romanisti: Odoacre Chierico, leggendario centrocampista della Roma scudettata, che non ha neppure pagato i mille euro richiesti per sedersi al tavolo: «Sono stato invitato» sussurra, varcando svelto le transenne che tengono lontani cronisti, telecamere e fotografi dal Salone delle Fontane, un lungo palazzo bianco costruito da Mussolini per un’esposizione universale che non si fece mai.

cena di finanziamento del pd a roma james pallotta enrico lucciCENA DI FINANZIAMENTO DEL PD A ROMA JAMES PALLOTTA ENRICO LUCCI
Stasera fasci di luci tricolori illuminano la scritta voluta dal duce: «La Terza Roma si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro fino alle spiagge del Tirreno». Ma là davanti, per la seconda delle cene di fund raising volute da Renzi — che parlerà solo alle dieci, per dire che l’Europa è ferma ai box e per ripetere, tra l’altro, che le ferie dei magistrati sono troppe — invece dell’ordinata ostentazione austera di massicce solidità finanziarie c’è un vivace assalto caciarone all’ospite che arriva spaesato e incerto fino al gazebo che separa l’area degli invitati paganti dalla pericolosa area delle domande imbarazzanti, una zona calda che i più attraversano fingendo di parlare al telefonino, per non dover rispondere alle domande.
cena di finanziamento del pd a roma italo zanzi mauro baldissoniCENA DI FINANZIAMENTO DEL PD A ROMA ITALO ZANZI MAURO BALDISSONI

E quando arrivano dentro, dopo aver pagato mille euro per sedersi a tavola con il presidente del Consiglio (menù di Palombini: canapè con gamberi e zucchine, sformatini di parmigiana, ravioli di cacio e pepe, filettino di manzo con mandorle e spinaci e mousse ai tre cioccolati) scoprono che devono fare una fila di mezz’ora, in piedi, prima di raggiungere la sedia giusta.

«Non è bello», mormorano, ma intanto sorridono per far vedere che davvero sono contenti di finanziare il Partito democratico, anche quelli che non hanno mai messo piede in una sede del Pd come James Pallotta, il presidente della Roma, l’ospite più fotografato. Pallotta, che negli States vota repubblicano, è qui per Renzi ma non risponde alle domande dei giornalisti.

cena di finanziamento del pd a roma italo zanzi james pallotta mauro baldissoniCENA DI FINANZIAMENTO DEL PD A ROMA ITALO ZANZI JAMES PALLOTTA MAURO BALDISSONI
Si ferma solo per salutare un giovanotto barbuto in divisa da tifoso romanista (cappellino, sciarpa e felpa regolamentare) prima di accorgersi che è il comico Andrea Rivera, il quale si presenta come Er Focaccia e gli domanda a bruciapelo: «Hai pagato mille euro per una cena! Ma compra un terzino, no?».

Senza le vietatissime auto blu, arrivano alla spicciolata. Pochi con la Bmw con autista, molti arrivano a piedi, qualcuno sbuca dal taxi e cerca disorientato l’ingresso. La sala a poco a poco si riempie, e la fila si allunga. Arrivano il sindaco Marino e il governatore Zingaretti.
cena di finanziamento del pd a roma goffredo bettiniCENA DI FINANZIAMENTO DEL PD A ROMA GOFFREDO BETTINI

Simona Bonafè e Luca Lotti si trascinano dietro il trolley per il ritorno a casa. Gennaro Migliore tiene le cuffiette nelle orecchie per non sentire le domande, Pina Picierno infila l’entrata alla velocità della luce. Pallotta, ospite a sorpresa, apre la lista dei vip, ricca di imprenditori come il costruttore Pierluigi Toti, registi come Fausto Brizzi e attrici come Claudia Zanella, che prima votava Rifondazione ma ha cambiato idea vedendo Renzi all’opera, «e stasera spero di incontrare il ministro Franceschini per dirgli di non finanziare più i circhi con gli animali». Poi c’è anche qualche ex di peso, come Fabrizio Rondolino, già dalemiano, che quando gli chiedono se il Pd di Renzi sia di sinistra risponde senza esitare: «Certo, è molto di sinistra!».

Matteo Orfini, ex giovane turco oggi presidente del partito, spiega che veramente lui era per il finanziamento pubblico, ma visto che è stato abolito «è necessario rivolgersi ai privati», perciò è giusto farle queste cene per vip, «anche se alle feste dell’Unità si mangia meglio».
cena di finanziamento del pd a roma giuseppe fioroniCENA DI FINANZIAMENTO DEL PD A ROMA GIUSEPPE FIORONI


A Ernesto Carbone, membro della segreteria, non è andato giù che Gianni Cuperlo non si sia neanche fatto vedere, e lo dice fuori dai denti: «Dispiace il suo mancato impegno, questi soldi servono anche a salvare i posti di lavoro del nostro partito». Chicco Testa, già presidente dell’Enel, spunta con uno sciarpone rosso e non si scompone quando gli chiedono di queste cene democratiche riservate a chi può spendere: «Ne ho fatte tante! Per Rutelli, per Veltroni, per Zingaretti e pure per Bersani ».
cena di finanziamento del pd a roma giuseppe bonoCENA DI FINANZIAMENTO DEL PD A ROMA GIUSEPPE BONO


Già, non è una novità. Inevitabile il confronto con la cena di Berlusconi, che proprio a Roma un mercoledì di settembre aveva riunito a cena tutti i danarosi sostenitori rastrellati da Maria Rosaria Rossi, la «debitiera» di Forza Italia. «A cena con il Presidente», era stato battezzato l’evento, forse in memoria dei bei tempi andati. Ma stavolta molti hanno dato buca, e alla Casina di Macchia Madama, teatro del convivio, si sono presentati solo in 220: pochini.


cena di finanziamento del pd a roma filippo sensiCENA DI FINANZIAMENTO DEL PD A ROMA FILIPPO SENSIcena di finanziamento del pd a roma ernesto carboneCENA DI FINANZIAMENTO DEL PD A ROMA ERNESTO CARBONEcena di finanziamento del pd a roma enrico lucci intervista pina piciernoCENA DI FINANZIAMENTO DEL PD A ROMA ENRICO LUCCI INTERVISTA PINA PICIERNOcena di finanziamento del pd a roma enzo monaco col peperoncinoCENA DI FINANZIAMENTO DEL PD A ROMA ENZO MONACO COL PEPERONCINOcena di finanziamento del pd a roma fulvio lucisanoCENA DI FINANZIAMENTO DEL PD A ROMA FULVIO LUCISANO
Ieri sera erano molti di più, quasi settecento, battendo persino il record dei 500 invitati che nella sfortunata campagna del 2001 Rutelli radunò all’hotel Excelsior. Il conto, allora in lire, era di mezzo milione a testa, e la prima a pagarlo fu Linda Giuva in D’Alema. Quella sera nel maestoso albergo di via Veneto arrivò una compagnia davvero molto assortita che andava da Rita Levi Montalcini a Flavia Vento. Più Chicco Testa, uno dei pochi che c’era anche ieri: tredici anni dopo.

venerdì 7 novembre 2014

MILANO, UOMO TROVATO MORTO NEI BOSCHI:
"GLI HANNO SPARATO SUL COLLO"


Milano, uomo trovato morto nei boschi:
"Gli hanno sparato sul collo"

MONZA - Giallo nel Milanese. Il cadavere di un uomo è stato rinvenuto, nel tardo pomeriggio di oggi, in una zona boschiva al confina tra Cambiago (Milano) e Cavenago (Monza): la causa della morte è presumibilmente un colpo di arma da fuoco esploso al volto. 
Si ipotizza un omicidio. La vittima, non ancora identificata, ha una carnagione olivastra sui 30 anni è stata scoperta da un cercatore di funghi poco dopo le 17 di oggi. UCCISO CON COLPO AL COLLO È stato ucciso con un colpo di fucile esploso a distanza ravvicinata e che lo ha raggiunto al collo, forse per un regolamento di conti legato all'ambiente dello spaccio o al culmine di una lite con qualcuno in possesso di un fucile da caccia. Queste le prime ipotesi dei carabinieri di Monza per l'omicidio di un uomo di circa trenta anni, trovato morto in una zona boschiva nel comune di Cambiago (Milano), al confine con Cavenago (Monza), nel tardo pomeriggio di oggi. La vittima, secondo il medico legale di probabile origine slava, è stata trovata da un cacciatore di funghi in una zona nota per lo spaccio di stupefacenti, nella quale è però anche possibile cacciare. È possibile quindi che il suo omicidio sia maturato nell'ambiente dello spaccio o che l'uomo, incontrato un cacciatore in una giornata dove l'attività venatoria era vietata, sia rimasto vittima di un'aggressione. Indossava un paio di jeans ed un giubbotto, carnagione olivastra e capelli scuri, non aveva però con se alcun documento di identità. La salma sarà trasportata all'obitorio di piazzale Gorini a Milano.

http://www.leggo.it/NEWS/MILANO/milano_uomo_morto_boschi_omicidio/notizie/999169.shtml

COME È UMANO, OSCAR - CAMERIERI, CUOCHI E DIPENDENTI CHE INNEGGIANO A FARINETTI COME FOSSE IL MEGADIRETTORE GALATTICO DI FANTOZZI: LA PAGINA FACEBOOK DI FARINETTI È UN “SELFIE” ATTUALISSIMO DEI NUOVI RAPPORTI DI PRODUZIONE - - -

Sono 882 gli iscritti su Facebook al gruppo “Io sto con Farinetti” - Sotto foto di pause-pranzo, compleanni e scherzi, è tutto un traboccare di “Forza Oscar” e amore per il brand - E a te viene solo voglia da scrivere sulla bacheca del gruppo, come Fantozzi in cielo, “il Megapresidente è uno stronzo!”....


FOTO DA GRUPPO FACEBOOK "IO STO CON FARINETTI"FOTO DA GRUPPO FACEBOOK "IO STO CON FARINETTI"
Daniela Ranieri per “il Fatto Quotidiano”

Negli anni 70 i deserti d’America si riempirono di comunità di fulminati, sul modello di quella del Reverendo Jones, dedite al proselitismo e alla coltivazione della terra. Oggi sette e religioni scismatiche abitano il suolo immateriale della Rete: siccome i matti stanno dappertutto ma spesso soffrono l’isolamento della società ingrata, Internet offre loro rifugio e visibilità: ecco allora su Facebook i gruppi dei fissati delle Harley-Davidson, di quelli che aspettano gli alieni, dei fan di Pupo, dei geniali Pastafariani, che girano con uno scolapasta in testa e si oppongono all’insegnamento del creazionismo nelle scuole.
FOTO DA GRUPPO FACEBOOK "IO STO CON FARINETTI"FOTO DA GRUPPO FACEBOOK "IO STO CON FARINETTI"

Sotto questa specie rientrerebbe il gruppo “Io sto con Oscar Farinetti”, variante tarata sul guru dell’enogastronomia di quegli innumerevoli “Io sto con”, di volta in volta l’Orsa Daniza, Magdi Cristiano Allam, i due marò, Putin, Silvio, Matteo Renzi (e chi non), l’Ebola, e persino Gianfranco Fini.
FOTO DAL GRUPPO FACEBOOK "IO STO CON FARINETTI"FOTO DAL GRUPPO FACEBOOK "IO STO CON FARINETTI"

E, in effetti, se non si dà solidarietà a un milionario in euro, non si vede a chi darla. A oggi 882 persone stanno con Farinetti (ancora lontani i 6 mila “Mi piace” della pagina Forza Dudù), e il gruppo, nato il 24 ottobre, sarebbe riassorbibile nel rumore di Internet; se non che, e la pulce nell’orecchio ce l’ha messa proprio Farinetti dicendo a Piazza Pulita “andate a leggere i commenti sul nostro Facebook”, è suo malgrado un selfie attualissimo dei nuovi rapporti di produzione. La presentazione recita: “La grande famiglia EATALY perché Eataly ci fa crescere da un futuro sereno alle nostre famiglie siamo felici di stare in Eataly... NOI SIAMO EATALY”.

“Noi” sono dipendenti, camerieri, cuochi, magazzinieri dei negozi Eataly d’Italia, a tal punto identificati col marchio da muovere uniti nella missione di neutralizzare i “gufi” che hanno scioperato (“solo due”, sostiene Oscar) per turni massacranti, salari da fame e contratti precari, non graditi sebbene siano fatti secondo la moda del momento.
farinetti nozze carraiFARINETTI NOZZE CARRAI

Sotto foto di pause-pranzo spiritosissime, compleanni festeggiati al lavoro, scherzi spassosi con carote e peperoni (“Scusate se noi a Eataly, quando lavoriamo ci divertiamo... scusate tanto davvero”, scrive un subordinato), è tutto un traboccare di “Forza Oscar” e “daje Presidente” e amore per il brand.

Che qualche potere lo deve pure avere, se dipendenti e consumatori lottano insieme per la reputazione del Capo contro i nemici: “i giornali”, la trasmissione La Gabbia e, chissà perché, Stefano Fassina . “Non lavoro per eataly, ma se in Italia avessimo 10 oscar farinetti questo paese sarebbe un modello da seguire nel mondo”, dice Giacomo; e Valentina: “Io sto con i professionisti, sto con chi ha tanto da insegnare, con chi cambia il mondo e non si lamenta inutilmente. Io sto con Oscar Farinetti”.
OSCARI FARINETTIOSCARI FARINETTI

Tra le righe spira una chiara sindrome da accerchiamento: “RAGAZZI CALMA CON I TONI NON ESAGERIAMO SE CI ATTACCANO CERCHIAMO DI STARE SERENI”, scrive l’amministratore del gruppo, stacanovista in un ristorante Eataly; sindrome che raggiunge il diapason il 30 ottobre, quando un ex dipendente aggredisce un cuoco nel negozio Eataly di Roma: “È vergognoso quello che è accaduto oggi”, “L'importante che stiano bene e che venga fatta giustizia!”. L’amore per Oscar, che è rimasto illeso dalla colluttazione perché assente, tocca un’apoteosi da apparizione della Madonna a Medjugorje: “Questa è un altra testimonianza che i giornali non scrivono la verità!”.

Oscar, che sta con Renzi, va alla Leopolda perché “non è un luogo di lamentele” e ha “un progetto straordinario: alziamo il culo dalla sedia e andiamo a narrare il nostro primato nel mondo”, è adorato come il Megadirettore galattico di Fantozzi: “Incontrare il tuo Capo e sentirgli dire che è orgoglioso dei suoi ragazzi non ha prezzo!”. È molto umano, e un bel presidente.

Se il dominio si trasmette attraverso i dominati, come da libello di monsieur de La Boétie sulla servitù volontaria, Ilaria dichiara: “Io da Eatalyana penso che non ci sia cosa piu bella che svegliarsi la mattina con la voglia di andare a lavorare xke svolge qualcosa che gli piace fare”.
OSCARI FARINETTIOSCARI FARINETTI

Forse pure di più di quegli operai della Fiat di Melfi che ballarono sulle note di Happy, lei ama il suo lavoro, il suo stipendio, il suo padrone, ma guai a chiamarlo così, ha detto Renzi in qualità di Lorenzo il Magnifico di questo Pico della Mirandola della trafilatura al bronzo. Ma è una certa Tiziana a dire la cosa definitiva, e meglio non avrebbero saputo Bauman, Chomsky e iek messi insieme: “a pensarci bene... qual è il vantaggio oggi di un lavoratore ad essere ‘assunto’... per le garanzie? per la certezza?? per la pensione??? chi crede ancora a queste chimere a mio avviso vive in un altra era” Già. E qui a te, pure se non ti frega niente di Farinetti in sé, ti viene voglia da scrivere sulla bacheca del gruppo, come Fantozzi in cielo, “il Megapresidente è uno stronzo!”.
Oscar FarinettiOSCAR FARINETTI


http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/come-umano-oscar-camerieri-cuochi-dipendenti-che-inneggiano-88201.htm

Il rifiuto creativo dell’ideologia del lavoro

La vita moderna ha per fulcro il lavoro salariato. L’agenda neoliberale e l’etica protestante hanno speso molte energie per una campagna ideologica con cui fare del lavoro il centro di tutto, la strada per accedere al credito e ai beni di consumo. Quel mondo è in crisi. Anche se la cultura del “fa’ ciò che ami” è ancora molto forte e restiamo circondati da un coro senza fine a favore del lavoro, si sono aperte crepe impensabili. Sempre più persone quando non sono al lavoro a fare soldi, sono impegnate duramente su progetti che hanno scelto, in cui possono creare e, lavorando gratuitamente, smettono di sostenere l’ideologia del lavoro. Capita, ad esempio, negli spazi di riparazione di bici fai da te, negli orti comunitari, nei progetti di software libero indipendente che il mercato, infatti, vorrebbe fagocitare. Ma quando la vita quotidiana si basa su “collettività orizzontali autogestite nei luoghi di lavoro, nel vicinato, nelle scuole, città”, spiega Chris Carlsson, la trasformazione sociale è profonda. Non sappiamo bene come favorirla, di sicuro molti hanno cominciato a cercare “la strada per una vita radicalmente migliore di quella del mondo in cui viviamo ora”
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di Chris Carlsson*
carls“A cosa o a chi serve la conoscenza?” Una buona domanda sul muro di una scuola chiusa a Porto Alegre, Brasile. Potremmo chiederci la stessa cosa sul lavoro. L’’ho già detto e lo dirò ancora: il lavoro non funziona. L’’intera struttura della vita moderna ha per fulcro il lavoro salariato. Non ha veramente importanza se si tratta di un miserabile lavoro a salario minimo (o meno!) o a sei cifre (o di più) – bè, ha importanza per te, visto che fare più soldi è evidentemente meglio che farne meno. Ma la logica più profonda della nostra relazione su come costruiamo la vita, come riproduciamo le condizioni materiali e sociali della nostra esistenza quotidiana è piuttosto simile indipendentemente dalla scala dei salari.
In quest’’epoca, se non stai spingendo un carrello della spesa alla ricerca di lattine e bottiglie, o viaggiando nel tuo jet privato verso il prossimo circolo o l’’inaugurazione di una galleria, probabilmente descrivi te stesso come “appartenente alla classe media”. Questa autodefinizione comporta conseguenze sociali a cui non pensiamo e di cui non parliamo abbastanza. Se qualcuno ti chiede cosa fai, probabilmente rispondi con il lavoro per cui sei pagato prima di cambiare in fretta argomento, dato che dire quanto tu ne sia insoddisfatto probabilmente significa solo dare di te un’’immagine negativa. E’’ socialmente proibito discutere su quanti soldi si fanno davvero, anche se confrontare stipendi e benefit in maniera più trasparente sarebbe invece di molto aiuto per tutti. Invece ci si aspetta che ardiamo di orgoglio su come mercanteggiamo le nostre capacità umane di creatività, impegno, condivisione, competenza, ecc. per una cifra di denaro vaga, ma sempre apparentemente adeguata. I lamenti vengono guardati con aria di disapprovazione, sia che riguardino il lavoro in se stesso, l’’azienda per cui si lavora o il misterioso livello di retribuzione. Maledire il capo va bene, ma a qualsiasi lamento si riceve la stessa scontata soluzione: trovati un altro lavoro.
Semplicemente non è consentito in una conversazione –o, ancor di più, nell’’immaginazione – il concetto che il “lavoro” sia di per sé un problema. Che l’’organizzazione degli esseri umani in un’’economia capitalista fondata sul lavoro retribuito (a ore o annualmente) conduca necessariamente la grande maggioranza a una profonda solitudine, frustrazione sulla propria incapacità di influenzare il mondo che ci circonda attraverso ciò che facciamo tutto il giorno, disperazione per il vuoto della propria vita quotidiana e un circuito chiuso di confusione e auto-illusione verso se stessi che si autoriproduce.
La rivista Processed World
Scrivo di questo (e lo vivo, in misura diversa) dagli anni 70, quando sono diventato adulto. Forse perché sono cresciuto frequentando le scuole elementari dei quartieri del centro a Chicago e Oakland, dove gran parte della mia esperienza di istruzione era del tipo di noioso intorpidimento della mente e ripetitività, ho imparato presto a nascondere il mio vero io dietro una piatta conformità alle aspettative. Si è rivelata una eccellente preparazione per la maggior parte dei lavori che ho ottenuto all’’inizio. Fu il calderone di esperienza da cui venne fuori il mio coinvolgimento in Processed World (rivista fondata da un gruppo di dissidenti che lavoravano nel distretto finanziario di San Francisco, ndt) – che ho co-pubblicato 32 volte come parte di un fluttuante collettivo aperto dal 1981 al 1994, e un paio in più nel 2001 e nel 2005. Abbiamo iniziato la rivista nel 1981, non molto dopo che avevo smesso di lavorare con contratto a termine nel distretto finanziario di San Francisco, ma la maggior parte degli altri compagni sul progetto lavorarono in “Abusement Park” per anni ancora. In Processed World scrissi I “Tales of Toil”, fiction e analisi serie e, dopo tanti anni, sentimmo che avevamo detto tutto. Tuttavia erano ancora poche le persone che avviavano un dibattito più ampio.
Lo pubblicammo nel 1993 in Processed World #31, ma in origine era un manifesto 11×17 stampato in inchiostro marrone su un’’orribile carta verde!
Eravamo in contatto con radicali di altre zone, sulla Costa Orientale (in particolare i nostri colleghi di Midnight Notes e, prima, di Root and Branch), in Francia (Exchange & Movement), Italia, Spagna e Germania. Le idee di Marxista Autonomo erano una delle tendenze che ci influenzavano, insieme a varie tradizioni anarchiche, i Situazionisti, e persino i comunisti del comitato della rivoluzione tedesca successiva alla Prima Guerra Mondiale. In qualche modo Processed World è saltata fuori in un momento e in luogo inaspettati, all’’alba dell’’Era dell’’Informazione, non lontano dalla Silicon Valley, per descrivere come in realtà probabilmente sarebbero andate le cose nello sviluppo dell’’economia precaria post fordista, prima che i più neppure sapessero cosa stava per accadere. Le nostre basi teoriche e politiche ci aiutarono a darle un senso, e il nostro impegno per l’’uso di un linguaggio semplice e l’’esperienza vissuta furono di aiuto a trasmettere qualcosa delle nostre più ampie sensibilità al di là dei nostri circoli più vicini.
Fare del lavoro il centro della vita
Ma fummo isolati, ancor di più quando l’’era reaganiana mise allo scoperto la Vecchia e la Nuova Sinistra, entrambe succubi dei loro stessi limiti storici e gradualmente disintegrate. Negli anni 90 e con la caduta dell’’Unione Sovietica, gli Stati Uniti avevano già passato più di un decennio a sviluppare l’’agenda neoliberale della finanziarizzazione rampante e della de-industrializzazione dell’’economia, facendo a pezzi le reti della sicurezza sociale e, in generale, tentando di ristabilire la concentrazione radicale della ricchezza e del potere che caratterizzò la prima fase industriale del XIX secolo. Parte di quello sforzo fu una rinnovata campagna ideologica per fare del lavoro il centro della vita, la strada attraverso cui si poteva accedere al credito, all’’assicurazione, e alla sempre crescente proliferazione dei beni di consumo. Sebbene le entrate reali fossero rimaste stagnanti dal picco dei primi anni 70, la celebrazione perpetua del successo personale nei network di intrattenimento di massa in espansione, largamente aumentata dalla più grande piattaforma di autocompiacimento narcisistico nella storia, internet, resero il dissenso e il malcontento questioni psicologiche personali da affrontare al meglio acquistando più cose, o, al peggio, entrando in terapia. Nel corso di questo lungo inverno di debito, guerra, devastazione ambientale e cleptocrazia, la resistenza ha assunto diverse forme, ma raramente ha riguardato il lavoro. Forse il nodo sta venendo al pettine ora. Ultimamente è apparso un inatteso turbinio di buoni scritti sul lavoro. Un paio di mesi fa ho visto che il Jacobin Magazine, una nuova pubblicazione alquanto vivace di “American left”, che si identifica come pubblicazione socialista, ha pubblicato nel suo tredicesimo numero un pezzo che ha goduto brevemente di una vita virale. E’’ intitolato “In the Name of Love”, di Miya Tokumitsu, e va dritto alla ridicola ideologia dei sostenitori della tecnologia, promotori del non profit e di altri secondo i quali il dovere di ciascuno nella propria vita è “fare ciò che ama”, e, se lo farà, in qualche modo guadagnerà un bel po’’ di soldi e godrà anche di un appagamento creativo e sociale. Che sciocchezza!
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Ho sempre ritenuto che chiunque possa vedere attraverso quella visione rosea e ideologicamente strumentalizzata del lavoro moderno, ma, a dir la verità, la sento in continuazione. “Fa’’ ciò che ami!” è la formula magica che suscita pensierosi cenni del capo e dei “caspita!” di automatica approvazione tra persone con grande disparità di entrate e status. Ma è un’’ideologia che fa anche del male. Dice Tokumitsu:
Non ci sono molti dubbi sul fatto che “fa’’ ciò che ami” (do what you love –DWYL) sia il mantra non ufficiale dei nostri tempi. Il problema è che non porta alla salvezza, bensì alla svalutazione del lavoro reale, compreso il lavoro che finge di elevare – e, ancora più importante, alla disumanizzazione della vasta maggioranza dei lavoratori.
A livello superficiale, il DWYL è un consiglio che dà sollievo, che spinge a soppesare cosa sia ciò che ci piace fare di più e poi a trasformare quell’’attività in un’’impresa che generi un guadagno. Ma perché il nostro piacere dovrebbe essere pagato? Qual è il pubblico a cui si rivolge questo detto? Quale non lo è?
Tenendoci concentrati su noi stessi e sulla nostra felicità individuale, il DWYL ci distrae dalle condizioni di lavoro degli altri, mentre conferma le nostre scelte e ci solleva dai nostri obblighi verso tutti coloro che lavorano, sia che amino il loro lavoro, sia che non lo amino. E’ la stretta di mano segreta dei privilegiati e una visione del mondo che maschera il suo elitarismo da nobile auto-miglioramento. Secondo questo modo di pensare, il lavoro non è qualcosa che si fa per un compenso, bensì un atto di amore verso se stessi. Se non ne consegue un profitto, è perché la passione e la determinazione sono state insufficienti. Il suo vero obiettivo è far credere ai lavoratori che il loro lavoro sia al servizio del loro sé e non del mercato.
…Se crediamo che lavorare come imprenditore nella Silicon Valley o come pubblicista in un museo, o come accolito di un think tank sia essenziale per essere onesti con noi stessi, di fatto, per amare noi stessi, – cosa crediamo delle vite interiori e delle speranze di quelli che puliscono le stanze d’’albergo e immagazzinano scaffali in grandi centri commerciali? La risposta è: niente. Eppure il lavoro pesante e a basso livello di remunerazione è quello che sempre più americani fanno e faranno. Secondo le proiezioni fino al 2020 del Bureau of Labor Statistics statunitense, le due occupazioni che crescono più rapidamentesono l’’Assistenza alle persone e la collaborazione domestica, con salari medi rispettivamente di 19,640 e 20.560 dollari l’’anno nel 2010. Elevare certi tipi di professione a qualcosa degno di essere amato,  significa necessariamente denigrare il lavoro di quelli che fanno professioni prive di glamour che garantiscono che la società continui a funzionare, soprattutto il lavoro cruciale di assistenza.… Invece di costruire un paese di lavoratori appagati e felici, la nostra epoca DWYL ha assistito all’’aumento di professori aggiunti e interni non pagati,– gente persuasa a lavorare per poco o niente o, addirittura, in cambio di una perdita netta nel suo benessere.
Costringere al lavoro gratuito
Prosegue aggredendo l’’ideologia DWYL come elemento chiave nel costringere al lavoro gratuito soprattutto le donne che fanno la parte del leone nell’’ambito dell’’assistenza, inclusa la maggioranza assoluta di professori aggiunti e interni non pagati, e si trovano sconfitte rispetto agli sforzi dei decenni passati riducendo tutti i benefici materiali guadagnati dal femminismo. Abbiamo tutti vissuto sulla nostra pelle l’’emergenza di una economia della cultura fondata sul presupposto che dai produttori di cultura, siano essi musicisti, scrittori o performer, ci si aspetta che creino le loro opere gratuitamente. In questa assurda “economia dell’’attenzione,” il compenso è il “riconoscimento” e la speranza che se si accumulino abbastanza riconoscimenti, un giorno potrebbero venire offerti soldi veri per scrivere o cantare o recitare.
L’’intero numero di Jacobin è grande, mi ricorda molto Processed World. Apre con un articolo su C&S Wholesale Grocers, una vasta operazione a Keene, nel New Hampshire, scritto da una persona che prima faceva il rappresentante alle vendite. Abbiamo pubblicato dozzine di pezzi come questo sotto la categoria “Tales of Toil”, ed è un grosso contributo a questo genere di articoli. L’’articolo centrale da cui il numero prende il nome, “Alive in the Sunshine” (Vivi alla luce del sole) di Alyssa Battistoni, sostiene l’’idea di un’entrata base annuale garantita come misura per sciogliere il nodo che lega il lavoro alla crescita infinita, al consumo in continua espansione e alla conseguente devastazione ecologica (su questi temi, nell’archivio di Comune è consultabile la tag reddito,ndr). Alyssa Battistoni offre un utile pezzo di storia per ricordarci che la ripetitività della crescita continua non è sempre stata la sola maniera di pensare al benessere economico.
La mitologia che circonda il New Deal spesso trascura il fatto che la risposta del lavoro alla Depressione non era di lavorare di più, ma di condividere il lavoro già esistente in modo più ampio, passando a una settimana lavorativa di trenta ore; notoriamente, lo stesso Keynes predisse che entro la fine del secolo avremmo ridotto la settimana lavorativa a quindici ore. La decisione di usare la politica fiscale per stimolare i consumi, invece, era un mezzo per evitare cambiamenti strutturali più profondi, di far crescere la torta piuttosto che chiedere chi ne stava mangiando di più. Da allora, invece di aumentare il tempo libero, gli utili della produttività hanno largamente aumentato il consumo privato per un numero sempre più piccolo di persone. In questi tempi, naturalmente, il tempo libero è una costrizione imposta –sono i datori di lavoro che stanno tagliando gli orari e i lavoratori che ne chiedono disperatamente di più. E’ chiaro che possiamo soddisfare le necessità con molto meno lavoro di quello che sostiene una popolazione che dipende da salari stagnanti. Mentre gli economisti classici ponevano il tradeoff tra consumo e tempo libero come una scelta compiuta dagli individui, il fatto che le persone lavorino o non lavorino è palesemente determinato da decisioni prese a livello sociale. Si comincia ad avere l’’impressione che avremmo dovuto scegliere l’’altro New Deal. Abbiamo bisogno di virare verso il lavorare meno –per orientare il trade-off consumo-tempo libero verso il secondo a livello sociale –e condividere più equamente il lavoro che resta…. Trovare modalità per vivere agiatamente ma anche con leggerezza, adeguatamente ma non asceticamente non sarà sempre facile. Ma, forse, nella società della post-post scarsezza, da qualche parte, tra paure di una povertà generalizzata e sogni di generalizzata decadenza, possiamo ottenere le cose che non siamo mai riusciti ad avere nel tempo della supposta abbondanza: abbastanza per ognuno e tempo per ciò che vogliamo.
Architetti del proprio sfruttamento
Abbiamo trattato tematiche analoghe in moltissimi articoli di Processed World. Ci ho pensato così a lungo da arrivare a sentirmi piuttosto isolato nel mio interesse sull’’argomento. Chiamavamo Processed World “la rivista con una brutta piega” (fu Adam Cornford a coniare quel grande slogan), e si è rivelato molto più pertinente di quanto avessimo mai pensato all’’epoca. La piega, l’’atteggiamento sono diventati più importanti delle capacità nella maggior parte delle professioni. Ciò è in parte dovuto al fatto che molti lavori sono così facili che chiunque può imparare a svolgerli in un’’ora o anche meno. Ma anche al fatto che l’’atteggiamento è un indicatore di quanto si sia desiderosi di lavorare più ore di quelle per le quali si è pagati, di dedicare energie mentali e sociali agli obiettivi aziendali sia durante l’’orario di lavoro, sia ben oltre. L’’allegria falsa, “l’’entusiasmo di squadra”, tutto quell’’apparato coercitivo di controllo sociale era esattamente il nostro obiettivo e pare che sia di nuovo posto sotto scrutinio in questo numero di Jacobin, ma anche nel recente libro di Kathi Weeks “The Problem With Work”:
…laddove sono le attitudini stesse ad essere produttive, una forte etica del lavoro garantisce il livello necessario di impegno della volontà e di investimento soggettivo. In particolare nel settore dei servizi e nelle professioni con componenti di efficacia o di comunicazione, l’atteggiamento e lo stato emotivo dell’’individuo sono considerati competenze fondamentali, insieme all’’empatia e alla socievolezza. In effetti, la distinzione stessa tra competenze e attitudini in un lavoratore diventa difficile da sostenere poiché, come nota Robin Leidner, “la volontà e le capacità dei lavoratori di manipolare e progettare le loro attitudini nell’’interesse dell’’organizzazione sono centrali per la loro competenza professionale”. Doug Henwood afferma: “le verifiche dei datori di lavoro rivelano che i capi sono meno interessati all’’energia dei loro dipendenti che al loro ‘carattere’ – con il quale intendono autodisciplina, entusiasmo e responsabilità”. Come osserva Arlie Hochschild nel suo innovativo studio del settore dei servizi interattivi, “far sembrare che ‘si ama il proprio lavoro’ diventa parte del lavoro stesso, e provare ad amarlo veramente e ad apprezzare i clienti aiuta il lavoratore in questo sforzo”. Davvero, ora più che mai, “dai lavoratori ci si aspetta che siano gli architetti del loro miglior sfruttamento”. (Henwood)
L’’approccio di Kathi Weeks è in certa misura parallelo a quello degli articoli sul Jacobin. Viene da un punto di vista sociologico accademico e propende fortemente verso l’’opera di Max Weber e C. Wright Mills. Ma è anche un’entusiasta del Marxismo autonomista e fa un buon lavoro nel mettere insieme questi approcci di solito discordanti per dare un feroce assalto all’’etica del lavoro. E’’ particolarmente innamorata delle femministe degli anni 70 che ruotavano intorno alla campagna “Wages for Housework”, e utilizza quello sforzo per spiegare il suo sostegno a certi tipi di richieste politiche, indipendentemente da quanto irrealistiche possano suonare (ne è un esempio notevole il salario base annuale).
Il dominio dell’immaginario
cc4Oggi, che i regimi neoliberali e post-neoliberali richiedono che quasi tutti lavorino per un salario (non importa che non ci sia abbastanza lavoro), la produzione post-industriale impiega le menti e i cuori dei lavoratori, oltre alle loro mani, e i processi lavorativi post-tayloristi richiedono in misura crescente l’’autogestione della soggettività in modo che le attitudini e gli orientamenti affettivi al lavoro producano essi stessi valore, il discorso etico predominante sul lavoro può essere più indispensabile di quanto non lo sia mai stato, e il rifiuto delle sue prescrizioni anche più puntuale. L’’analisi cerca di dare conto non solo della longevità e del potere dell’’etica, ma di indicare anche i suoi punti di instabilità e vulnerabilità…. Mi interessano le richieste che, oltre alle riforme concrete del lavoro, sollevano questioni più ampie sul posto del lavoro nelle nostre vite e suscitano l’’immaginazione di una vita non più subordinata ad esso – richieste che fungono da vettori piuttosto che da punti di arrivo…. Se il motivo per cui lavoriamo, il luogo dove lavoriamo, le persone con cui lavoriamo, cosa facciamo al lavoro e quanto lavoriamo sono accordi sociali da cui derivano decisioni politiche appropriate, come potrebbe una porzione più vasta di questo terreno essere reclamata come praticabile per il dibattito e la lotta? Il problema del lavoro non è solo che monopolizza così tanto tempo ed energie, bensì che domina anche gli immaginari politici e sociali.
L’’etica del lavoro è molto antecedente alla recente espressione menzionata, “fa’’ ciò che ami”, ma in pochi mettono in discussione la sua centralità. Che si tratti della lotta individuale per la sopravvivenza alla ricerca di un lavoro, della dignità e dell’’autostima nel lavoro remunerato, o di un’’insistenza accondiscendente dei proprietari di società affinché tutti debbano lavorare per elevarsi, per guadagnare la loro strada con il sudore della fronte, e tutto l’’assortimento di slogan ridicoli che promuovono la sottomissione planetaria al lavoro, siamo circondati da un coro senza fine a favore del lavoro.
L’etica protestante
La Weeks offre anche una buona analisi su come l’’etica del lavoro sia cambiata nell’’ultima parte del XX secolo, assumendo la forma del ritornello “fa’’ ciò che ami” dei promotori della tecnologia e del non profit.
Dopo la metà del XX secolo, è sopraggiunto sul fronte della nuova etica post-industriale un altro elemento, presente ma non così accentuato nel discordo industriale – un elemento che ha caratterizzato il lavoro come percorso verso l’’auto-espressione dell’individuo, il suo auto-sviluppo e la sua creatività…. In effetti, la storia dell’’etica del lavoro negli Stati Uniti dimostra l’’adattabilità di tale ideale ascetico, dato che attraversa il tempo e viaggia nello spazio. Come si è rivelato, i mezzi per raggiungere fini diversi – cioè i comportamenti che l’’etica prescrive – restano coerenti: l’’identificazione e la sistematica dedizione al lavoro salariato, l’’elevazione del lavoro a centro della vita e l’’affermazione del lavoro come fine in sé… quando non si ha memoria o si ha poca immaginazione per un’’alternativa a una vita incentrata sul lavoro, ci sono pochi stimoli per riflettere su perché lavoriamo nel modo in cui lo facciamo e cosa potremmo invece desiderare.… Piuttosto che nel rafforzare il conformismo, l’’etica protestante è efficace nella misura in cui viene interiorizzata dall’’individuo. Inoltre, l’’effetto non è solo di plasmare le credenze e i valori dell’’individuo, bensì di promuovere la costituzione dell’’individuo in relazione e identificazione con le norme della produzione. L’’etica è un consiglio non solo su come comportarsi, ma anche su chi essere….
Chi essere, davvero? Solamente un lavoratore? Certamente abbiamo cose migliori da fare che semplicemente lavorare! Ho scritto Nowtopia sei anni fa (in Italia edito da Shake, con il titolo NowUtopia, ndr) e ho da poco goduto di un rinnovato interesse da parte degli amici in Brasile, dove è stato distribuito in portoghese. Nel libro identifico una nuova politica del lavoro, fondata su come molti di noi abbiano vite biforcate. Facciamo qualcosa per i soldi. Può essere qualcosa che amiamo fare oppure no, e anche se ci piace la maggior parte di ciò che realmente facciamo al lavoro non è la parte che “amavamo” quando abbiamo iniziato. Così, la risposta più comune in questi tempi è una sorta di esodo, o, come l’’ho descritto altrove, di “diserzione assertiva” dalla ruota di un lavoro senza fine, apparentemente privo di scopo. Per una crescente minoranza di persone, quando non siamo al lavoro a fare soldi, stiamo lavorando duramente su progetti che abbiamo sceltoIn queste attività non siamo semplici lavoratori proprio perché controlliamo completamente le nostre attività – come agenti pienamente umani, possiamo creare, dare forma e innovare a nostro piacimento. In altre parole, sfuggiamo alla dicotomia imposta dal lavoro retribuito quando lavoriamo gratuitamente, quando facciamo ciò che ci piace perché ci piace, non perché paga i nostri conti.
Il rifiuto del lavoro
La Weeks indica un processo analogo quando replica al fondamentale “The Right to Be Lazy” di Paul LaFargue (Il diritto alla pigrizia, Asterios ndr):
Il rifiuto del lavoro non è infatti il rifiuto di un’’attività e della creatività in generale o della produzione in particolare. Non è una rinuncia al lavoro tout court, piuttosto il rifiuto di un’’ideologia del lavoro come più alta vocazione e dovere morale, il rifiuto del lavoro come il centro necessario della vita sociale mezzo di accesso ai diritti e alle rivendicazioni della cittadinanza, e il rifiuto della necessità del controllo capitalistico della produzione. Infine, è il rifiuto dell’’ascetismo di coloro, –perfino quelli di sinistra,  che privilegiano il lavoro su tutte le altre attività, compresa la “libertà del consumismo”…. Ma  il rifiuto del lavoro, sia come attivismo sia come analisi, non si limita a porsi contro l’’attuale organizzazione del lavoro; dovrebbe essere inteso anche come una pratica creativa, che cerca di riappropriarsi e riconfigurare le forme esistenti di produzione e riproduzione.… In questo senso, il rifiuto – come l’’esodo o l’’uscita – è un “ritiro impegnato” (o una presa di commiato fondante), una pratica creativa opposta alla semplice posizione difensiva. Il passaggio dal momento negativo del rifiuto al momento costruttivo dell’’uscita e dell’’invenzione segna il cambiamento da un gesto di reazione o di ritirata a un’’affermazione attiva dell’’innovazione sociale.
biMa, come ho argomentato in Nowtopia, osservando esempi molto diversi come i negozi di riparazione di biciclette fai da te, gli orti comunitari, i progetti di software libero indipendente, il mercato è vorace. Quasi tutto ciò che facciamo come “fuga” viene presto riciclato nella logica della piccola impresa, degli affitti, dei conti e degli stipendi da pagare. Più a lungo resiste un progetto basato sulla libera cooperazione e al di fuori del denaro in un mondo di relazioni di mercato, più implacabile è la pressione di capitolare e diventare un’’organizzazione non profit, una piccola impresa o di chiudere la baracca semplicemente per l’’insostenibilità di un’’isola di anticapitalismo in un mare di relazioni capitalistiche.
Lavoro non alienato?
La Weeks rivolge la sua critica più agli umanizzatori del lavoro, quelli che cercano di riaffermare e riorganizzare il lavoro nell’’economia capitalista per recuperare dall’’alienazione l’’esperienza autentica del lavoro:
L’’affermazione del lavoro non alienato non è una strategia adeguata con cui contestare le modalità capitalistiche di controllo contemporanee, viene troppo rapidamente cooptata in un contesto in cui le metafisiche del lavoro e la sua moralizzazione conducono a una enorme autorità culturale in tanti ambiti. Ciò non per suggerire che dovremmo abbandonare le lotte per un lavoro migliore, per la liberazione da compiti privi di contenuto mentale e ripetitivi, ambienti pericolosi, isolamento che istupidisce e gerarchie meschine. E’ importante comunque riconoscere che il linguaggio e, in certa misura, le pratiche dell’’umanizzazione del lavoro sono state cooptate.
Sia Weeks che Battistoni abbracciano l’’idea di un’’entrata base annuale per tutti, indipendentemente dalla condizione in cui si trovano, come passo nella direzione di una rottura dell’’assoluta egemonia del lavoro sulla vita. Ho ascoltato questo canto delle sirene per decenni e non direi di no a uno sviluppo di questo tipo, tuttavia ho davvero difficoltà ad accettare a scatola chiusa le cosiddette riforme radicali, come questa. L’’economia capitalista sta già soffrendo una crisi di redditività profonda e persistente (aggregando i dati su scala mondiale).L’’impossibilità di tirare fuori grossi aumenti di salari sociali (anche solo in uno stato-nazione, che è palesemente inadeguato in un’’economia globalizzata) da un sistema in crisi sembra auto-evidente, e mette in evidenza la necessità di rompere del tutto con quella logica. Ma la maggior parte delle persone non sono aperte a questo tipo di confronto, sperano che possiamo in qualche modo compiere piccoli passi verso un mondo più umano, più sano, meno barbaro. Alcuni tra coloro che propongono riforme radicali sanno perfettamente che le loro richieste non possono essere soddisfatte in un sistema capitalista, ma sentono che metterle sul tavolo aiuterà a svegliare la consapevolezza delle evidenti inadeguatezze di questa organizzazione della vita. Di nuovo, non sono contrario, semplicemente non ci credo.
Collettività orizzontali autogestite
Cosa propongo invece? Una trasformazione a livello mondiale della vita quotidiana basata su collettività orizzontali autogestite nei luoghi di lavoro, nel vicinato, nelle scuole, città, regioni, etc., confederate alla base in reti di comunità a democrazia diretta. Qualsiasi cosa questo significhi. Come interagirebbero i processi decisionali “locali” con quelli regionali, nazionali, continentali e globali? Esistono meccanismi di costrizione per una maggioranza globale su aree recalcitranti che, per esempio, rifiutano di smettere di bruciare il carbone, o di gestire bene le loro riserve di acqua potabile? Come diavolo faccio a saperlo? La rivoluzione è molto complicata e non possiamo più sventolare la bandiera rossa, o quella nera, e avere un ampio consenso o perfino una visione vagamente condivisa di ciò per cui stiamo combattendo.
Ma sono sicuro che non andremo mai da nessuna parte se non facciamo del lavoro una preoccupazione centrale dei nostri pensieri e della nostra azione. Quindi sono veramente felice di vedere altre pubblicazioni e libri in cui queste idee cominciano ad avere più attenzione e aderenza. Dopo i miei giorni in Brasile, la scorsa settimana, penso che forse ho contribuito a promuovere il dibattito anche lì, e sembra molto probabile che verranno fuori altre brecce in luoghi a cui non stiamo affatto guardando. Le sollevazioni che continuano a esplodere nel mondo sono tutte parte di una rivoluzione globale che sta fiorendo. Il suo risultato è inconoscibile. Ma è possibile – e sicuramente desiderabile –che troveremo la strada per una vita radicalmente migliore di quella del mondo in cui viviamo ora. Una questione chiave sarà come compierla con i nostri sforzi condivisi e il nostro lavoro collettivo. Il fatto che ne stiamo di nuovo parlando è’ molto promettente.

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1976894_789402377745676_379278703_n* Chris Carlsson, scrittore e artista (foto) da sempre nei movimenti sociali statunitensi, è stato tra i promotori della prima storica Critical mass a San Francisco. Autore, tra le altre cose, di «Nowutopia» (Shake edizioni) e, più recentemente, di «Critical mass. Noi siamo il traffico» (Memori), invia periodicamente i suoi articoli, molti dei quali raccolti sunowtopians.com, a Comune-info: il saggio qui pubblicato (titolo originale Public Secrets and Private Agony: Talking About Work!) è stato tradotto per Comune da Elisabetta Mincato.

http://comune-info.net/2014/03/contro-il-lavoro-carlsson/