domenica 29 giugno 2014

«Noi iraniani, come cipressi al vento»
Ritratti di vita, dallo Shah agli ayatollah

In “Mille farfalle nel sole” la scrittrice Kamin Mohammadi si lascia andare ai ricordi: dalla migrazione delle donne che non ce la facevamo a rispettare il divieto di non indossare il velo, ai matrimoni combinati tra ragazzine e uomini due volte più grandi. Fino all’avvento del pop britannico e dell’Onda Verde
AP

Ci sono mille storie possibili per raccontare l’Iran contemporaneo, il paese che in questo momento terrorizza e fa sperare il mondo, che ha scritto nel suo biglietto da visita l’eredità indelebile di Komehini, la demagogia fascisteggiante di Ahmadinejad e le promesse del nuovo presidente Rohani, che evoca la pesantezza di un passato glorioso e l’ambizione alla lievità di una popolazione giovanissima. Quella della giornalista e scrittrice Kamin Mohammadi è la storia dell’Iran in cui è nata nel 1969, dieci anni prima che la rivoluzione islamica la portasse dal primissimo istintivo entusiasmo delle piazze alla paura, dalla sensazione di aver perduto l’anima alla consapevolezza di dover fuggire senza la speranza di recuperarla, dall’esilio londinese fino al ritorno a casa alla ricerca di un’identità che alla lunga il cuore rifiuta di lasciare in mano ai tiranni.  

Mille farfalle nel sole” (Piemme 17,50 euro) è la storia dell’Iran di Kamin Mohammadi e delle sue immagini, fotografie nell’album di famiglia di un popolo piene di nostalgia e contraddizioni. C’è la nonna che racconta di quando lo scià Reza Shah, reduce da un visita nella Turchia di Ataturk, emana un editto per vietare alle donne d’indossare il velo in pubblico (con l’eccezione di quello di seta confezionato nello stabilimento di Chalus, di proprietà dello scià). Era il 1935 e le iraniane che non erano preparate “alla vergogna di andare scoperte agli occhi di Dio” lasciavano Abadan per trasferirsi oltreconfine nella città irachena di Bassora, assai più permissiva nei confronti dello zelo religioso. Ci sono i matrimoni combinati tra ragazzine di 16 anni e uomini con il doppio della loro età e c’è la moda occidentale degli anni ’50 e ’60 che ispira l’abito da sposa di mamma Mohammadi corto sul ginocchio. C’è la ricchissima fioritura di giornali degli anni ’40 (nel 1943 ce n’erano 46 solo a Teheran) e c’è la graduale “piovrizzazione” della polizia segreta Savak, il cui nome basta per evocare ai bambini degli anni ’70 l’idea di paura, silenzio, sospetto, conversazioni soffocate in gola. C’è il cinema Rex che passa film hindi in attesa dell’ultima pellicola di Hollywood e c’è il paradosso politico dello scià, culturalmente soggiogato dall’occidente da un lato e dall’altro fiero di un Iran considerato sotto sotto di gran lunga superiore.  

Poi di colpo, nel 1979, le contraddizioni finiscono. O meglio, esplodono fino a travolgere l’Iran con Komehini che, reduce dal ritorno trionfale a Teheran, tuona contro il voto alle donne e la riforma agraria, le due vittorie popolari della rivoluzione bianca del 1963 considerate dal nuovo establishment “anti islamiche”. Storia e memoria sono forze dialettiche. C’è il voto palese al referendum per la repubblica islamica che ottiene il 98% dei consensi “con la pistola puntata alla tempia degli elettori”. C’è l’abbaglio iniziale degli intellettuali bramosi di “disintossicarsi dell’occidente” nel nome del marxismo islamico fin quando cominciano a sparire di notte uno dopo l’altro. C’è mamma Mohammadi, l’ex fanciulla che il primo giorno di lavoro si era depilata le sopracciglia infrangendo il tabù nuziale (quello per cui andrebbero tagliate solo prima del matrimonio), che poco dopo la rivoluzione islamica smette di fare “sogni profetici” perché ritiene che Komehini abbia “seminato zizzania tra lei e Dio”. 

Il 3 giugno 1979 la famiglia Mohammadi lascia Teheran. Kamin ha 10 anni ma ricorda bene l’anno successivo quando, nel salotto di Londra, i genitori commentano depressi la svolta “educativa” dell’Iran, con le università chiuse per riscrivere i libri. Ci sono ancora tante foto nell’album dei ricordi. C’è la guerra tra Iran e Iraq con la trincea di Shalamcheh dove i bambini si lanciano sui campi minati per fare strada ai carri armati. C’è il giro di vite islamista che, complice l’impegno nel conflitto contro Baghdad, fa passare il velo obbligatorio alle bambine maggiori di 9 anni, la stessa età in cui, secondo gli ayatollah, è possibile sposarsi. L’Iran è inghiottito dal gorgo integralista a cui la popolazione reagisce annullando la sensibilità per attutire il dolore. E’ come se si materializzasse la prima frase di Komehini all’indomani della presa del potere. Cosa prova? “Niente, non provo niente”.  

L’autrice vive in antitesi a distanza. Teheran bandisce la musica e lei s’innamora del pop britannico. Le ragazze sviliscono nell’oscurantismo religioso e nella “gelosia degli uomini per la forza femminile” e lei fiorisce, adolescente vergognosa di essere iraniana al punto da dimenticare il farsi, la lingua dell’infanzia. Il libro è un dolce fluire d’immagini in contrapposizione, una speculare all’altra, fino alla sintesi, quando l’ormai donna Kamin ricorda una vecchia frase del nonno (“noi iraniani siamo come il cipresso ci pieghiamo al vento ma non ci spezzeremo mai”) e comincia a riscoprire l’Iran, contraddittorio, doppio, suo. Sono gli anni di Ahmadinejad, la perdita delle ultime residue speranze, l’omicidio dell’Onda Verde. L’elezione del presidente Rohani, con le speranze accese in tutto il mondo, è ancora inimmaginabile. Ma intanto lei è tornata in Iran, sopravvissuta, chiosa, perché “come cipressi “ non si è mai piegata. 
Kamin Mohammadi 
Mille Farfalle nel sole 

http://www.lastampa.it/2013/12/11/esteri/libri/noi-iraniani-come-cipressi-al-vento-ritratti-di-vita-dallo-shah-agli-ayatollah-EKioEdA6EzU7Ga73lsNIQN/pagina.html?ult=1

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