giovedì 26 giugno 2014

Doña Imelda e la condivisione dei doni


La lunga, interminabile fila di camion carichi del legname dei loro boschi  attraversava Cherán ogni giorno, scortata da criminali armati e incappucciati. Quattro quinti delle foreste della zona erano state saccheggiate, le sorgenti da tempo inaridite. Poi, il 15 aprile del 2011, le donne di Cherán hanno smesso di guardare, la comunità si è ribellata ed è nata una delle esperienze più straordinarie di questi anni nel segno dell’emancipazione e dell’autonomia. Adesso Doña Imelda, una di quelle temerarie comuneras, racconta com’è stato possibile alzare le barricate e accendere i fuochi della ribellione: tenendo la lotta ancorata alla vita di ogni giorno. Di imparare non si finisce mai, spiega, ma la conoscenza è fatta per essere condivisa, altrimenti a che serve? Dobbiamo condividere i doni 
558327_302744366490247_389329540_n
di Argelia Arriaga Garcia 
Mercoledì Doña Imelda, comunera del Municipio di Cherán K’eri [1], ha partecipato alla cena che avevamo organizzato. Eravamo un gruppo di compagne provenienti da diverse esperienze organizzative e desideravamo conoscerla, sentire dalla sua voce il racconto delle esperienze di lotta.  Ben presto è stata posta la domanda: com’è stato il processo organizzativo a Cherán? Seduta in mezzo a noi, con l’abito ricamato e uno scialle bianco, Doña Imelda ha cominciato un racconto fatto di storie intessute di passato e presente. 
Ci ha parlato dei lavori che, per piacere e per necessità, aveva fatto. Realizzava prodotti artigianali che per la loro qualità e bellezza riusciva a vendere subito. Poi, però, è stata costretta a interrompere per problemi di salute. Quando ha cominciato a star meglio ed era intenzionata a riprendere l’attività, c’erano già altre due donne che vendevano gli stessi prodotti. Così ha iniziato a ricamare tessuti e centrotavola ma, ancora una volta, ha dovuto assentarsi. Quando ha fatto ritorno, c’erano già molte altre donne che vendevano le stesse cose e pertanto ha deciso di darsi da fare preparando prima dolci e poi anche altri cibi.
“Bisogna metterci impegno e sacrificio affinché le cose riescano bene, in questo noi donne siamo brave”, ha detto. Doña Imelda non si preoccupava per la necessità di dover cambiare lavoro in quanto era consapevole e riconoscente del fatto di essere una donna benedetta da molti doni. Desiderava inoltre il benessere anche per le altre donne che ogni giorno lottavano per tirare avanti.
Dopo un po’, senza interrompere il filo del discorso, Doña Imelda ha risposto alla domanda che le avevamo posto qualche minuto prima. Ci ha detto che prima che la popolazione di Cherán si ribellasse, in un solo giorno passavano anche ottanta camion carichi del legname della montagna. Stavano distruggendo la foresta. Il paesaggio e l’ecosistema cominciavano a cambiare e anche le sorgenti d’acqua iniziavano a prosciugarsi. 
Dopo gli alberi, è stata la volta delle donne”, ha detto Doña Imelda usando una parafrasi per spiegare le minacce subite. Hanno preso a molestarle, a toccarle… E’stato allora che abbiamo deciso che tutto questo non poteva più essere tollerato e ci siamo organizzati. La natura ora ci sta ricompensando per aver difeso il bosco e anche le sorgenti d’acqua si stanno riformando.
La narrazione continuava in un’alternanza di vicende. Noi ascoltavamo con piacere e molta ammirazione. Mi stupivano soprattutto la capacità di cambiare, il coraggio, l’audacia, però desideravo sapere di più, volevo sapere com’era stata la sollevazione delle donne di Cherán K’eri, perché erano state le donne a dare inizio all’organizzazione della comunità, no?
Doña Imelda adesso ci raccontava dell’importanza che il Vangelo aveva avuto nella sua vita; di come il dolore che provava venisse mitigato dal ricevere la parola di dio; di come quell’incontro spirituale l’aveva trasformata facendola diventare un’altra donna. Poco dopo aveva iniziato a far visita ai suoi vicini, portando loro la “parola di dio”. A seguito di queste visite, aveva avuto modo di condividere parole, di raccogliere esperienze. Ci ha parlato di come lei e gli altri fedeli si organizzavano e di come la stessa comunità migliorava le proprie condizioni di vita. Aveva potuto imparare dagli altri e dalle altre, da persone di diversa età e con diverse esperienze di vita.
Ammiravo profondamente questa donna. Tuttavia non trovavo soddisfacente il suo racconto, sia per il fatto che lei non entrava nei dettagli che avrei voluto ascoltare sia per il mio vizio di voler schematizzare e rendere sistematica anche l’esperienza raccontata da Doña Imelda. Non ero interessata alla parola di dio e tanto meno agli evangelisti. Volevo saperne di più sul processo organizzativo. Mi chiedevo: “E le barricate, i fuochi, la resistenza? Come li avrà vissuti lei?“. 

Con occhi sorridenti, malgrado la stanchezza dovuta a una giornata intensa, Doña Imelda proseguiva il suo racconto vivo. Ha condiviso con noi i suoi saperi sulle erbe che crescono nella comunità e ci ha insegnato le proprietà curative delle piante. Ci ha parlato di quel che impara dai bambini, dei loro desideri di conoscere il mondo, dalla loro capacità di continuare a giocare e a ridere; ci ha detto di come le risate allunghino la vita. Con sapienza ancestrale, ci ha parlato dei lavori da fare a seconda delle stagioni, dei tempi per la semina e per il raccolto, della giovinezza e della vecchiaia come fasi naturali nel ciclo della vita.
“Non si finisce mai di imparare ma la conoscenza è fatta per essere condivisa, altrimenti a che serve? Bisogna condividere i doni”, ha detto.
Doña Imelda ha continuato la sua “lirica”, come la chiama lei, con un racconto:  un contadino possedeva un appezzamento di terra nel quale, assicurava, si trovava un tesoro. L’uomo aveva cura di coltivare anche il più piccolo pezzo di terra con colture di diverso tipo e non si stancava di ripetere ai suoi figli che lì, in quella terra, c’era un tesoro. Loro chiedevano ripetutamente dove si trovasse ma il padre eludeva sempre la domanda dicendo che lo avrebbero saputo al momento giusto. E arrivò finalmente il giorno in cui il contadino, ormai anziano, rivelò ai figli dove si trovava il tesoro. Il tesoro era la sua terra. La terra costituiva di per sé la ricchezza della quale lui aveva parlato.
Dobbiamo chiedere perdono alla natura per tutto quello che le abbiamo fatto”, aveva sentenziato Doña Imelda.
Si stava facendo notte e presto noi tutte avremmo dovuto ripartire. Non volevo andarmene, tuttavia, senza prima aver fatto un’ultima domanda, una di quelle domande – pensavo – che avrebbero favorito una risposta “illuminante”, diretta in particolare alle donne con le quali stava parlando: “Doña Imelda, qual è il tesoro che conserva di quei momenti di organizzazione; qual è il tesoro che la lotta le ha lasciato nella memoria?”. Nella mia mente, mi ero già immaginata la risposta. Di certo, pensavo, ci parlerà delle relazioni intessute con le altre donne, dell’aiuto reciproco, della partecipazione e dell’impulso dato dalle donne alla costruzione di una politica altra, di una politica più al femminile.
“Il tesoro che conservo”, ha risposto, “è quello di aver imparato da tutte le persone con le quali ho vissuto. Ho imparato dai giovani, dai vecchi, dalle donne, dai bambini. Sempre, ogni giorno, ho imparato qualcosa di nuovo”.
557008_294955533935797_37017845_nIl giorno successivo, Doña Imelda e José, un altro compagno e comunero di CheránK’eri, hanno partecipato a un forum sull’autonomia e l’emancipazione tenuto alla Unam [2].  Lì sono tornati a condividere la loro parola, una parola ricca di significati e significanti, che non ha bisogno di accademie né di teorie perché nasce dal “fare”. Una parola ricca del riconoscimento dell’altro, di rispetto per la diversità. Una parola che nella costruzione del “comune”, continua ad imparare da ogni esperienza, con gli uomini e con le donne, con i giovani e con i vecchi, con la natura, con l’universo.
“Noi guardiamo le stelle. Non sono mai nello stesso posto e se ci sono meno stelle nel cielo è perché accadrà qualcosa di brutto”.
È stato dopo questo secondo giorno che per me tutto è diventato chiaro. Ho capito che quella quotidianità, così riccamente raccontata e condivisa, è la vera lotta. Doña Imelda, con la sua parola semplice, che nasce dall’esperienza, dall’incontro e dall’apprendimento, è riuscita a infrangere la pigrizia che mi portava a chiudere nella prigione del creare categorie un processo tanto diverso e vivo, tanto umano.
Grazie, Doña Imelda per aver condiviso i doni.

Note:
[1] Cherán K’eri è una comunità indigena purhepecha  situata nello stato del Michoacán (Messico centro-occidentale). La data che segna lo spartiacque nella sua storia è il 15 aprile 2011, giorno in cui gli abitanti di Cherán si ribellarono allo strapotere delle imprese di legname che, con i taglialegna illegali e l’appoggio di gruppi criminali, stavano devastando il monte Pacaracua: una deforestazione senza precedenti (circa l’80 per cento dell’area boschiva). Guidati dalle donne e dai giovani, i comuneros di Cherán iniziarono così a organizzare l’autodifesa comune e a intraprendere un processo di autonomia.
[2] Universidad Nacional Autónoma de México
.
Fonte: La Jornada de Oriente
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo.

http://comune-info.net/2014/06/dona-imelda-cheran/

Nessun commento:

Posta un commento