
di Maria Elena Caruso*
“Non dite che siamo pochi. E che l’impegno è troppo grande per noi.Dite forse che due o tre ciuffi di nubi sono pochi in un angolo di cielo d’estate?In un momento si stendono ovunque, guizzano i lampi, scoppiano i tuoni.E piove su tutto.Non dite che siamo pochi. Dite solamente che siamo”
(Lee Kwang
Su)
A volte ti chiedi chi te la fa fare. Fuori tutto è ancora immobile e
silenzioso, dopo il diluvio della sera prima. La città sonnecchia in un letargo
post partita della nazionale degli – aihmè? – intramontabili mondiali finita a
tarda notte. Ti alzi e inforchi la bici,
ancora assonnato, le gambe ti portano quasi per inerzia al punto
d’incontro. Iniziano a spuntare alla spicciolata lungo l’argine
puntini colorati, facce amiche.“Ne vale la pena?” continui a chiederti.

Una pedalata tra argini, bellezze rurali e momenti di lettura collettiva che ha come meta i beni confiscati alle mafie e restituiti alla collettività, con l’obiettivo di coinvolgere la popolazione nella lotta contro tutte le forme di criminalità organizzata e a difesa dei beni comuni. Coinvolgere la gente attraverso mezzi fluidi, giocosi, festosi: stare insieme per una biciclettata collettiva, lenta e conviviale, che sia un momento per riflettere sul senso di legalità, e sul senso di comunità. Un’occasione per mettersi insieme e dire “io ci sono”; un momento per vivere e riempire di voci, suoni e senso i beni confiscati, affinchè possano tornare ad essere di tutti.
Mentre pedali assapori la monotonia tranquillizzante del
ritmo della pedalata, hai finalmente modo di vivere un momento in cui
concentrarti solo sulla strada davanti a te e sulla tua fatica fisica,
nient’altro. Ti ritagli uno spazio, finalmente, per stare in silenzio,
semplicemente per guardare il paesaggio e pensare che a volte è davvero bello –
come Cassano insegna – esser felici di avere in tasca soltanto le mani.Il lungo serpentone di bici arriva alla volta di Stra: qui ci aspetta la prima tappa del percorso di oggi, la visita ad uno dei beni confiscati alla criminalità organizzata in questo paese della Riviera del Brenta. Ad accoglierci la nuova amministrazione, che ci spiega come il bene confiscato venga riutilizzato come casa delle varie associazioni del territorio e come centro di aggregazione giovanile. Come è stato bello restituirlo ai cittadini, come sarebbe bello se fosse vissuto ancora di più e diventasse centro propulsivo di nuove energie.
Poi, lentamente, viriamo verso Campolongo Maggiore, altro paesino della Riviera del Brenta tristemente noto – ahimè – per aver dato i natali a Felice Maniero e alla mala del Brenta, riconosciuta nientepocodimenochè come quinta mafia in Italia dopo le più conosciute mafie meridionali. E’ sempre un po’ un’emozione entrare in paese e rivivere con la mente i giorni del campo estivo di volontariato dell’anno scorso, ripensare ai ragazzi che giornalmente hanno percorso e colorato con le loro magliette rosse quella strada, contribuito a smuovere un po’ le coscienze su temi che troppo spesso si vuol lasciare nell’ombra. Ti emozioni pensando alla bellezza degli incontri dello scorso anno e già non vedi l’ora che arrivi la nuova edizione del campo, impaziente di conoscere i nuovi volontari e le loro storie.
A volte ti chiedi chi te la fa fare. Poi subito realizzi che non potresti non farlo. Che ne vale, sempre, la pena. Che sei chiamato come cittadino, come singolo individuo, a essere tu stesso prima di tutti protagonista di quel cambiamento che cerchiamo e della costruzione di una società più giusta, rispettosa dei diritti, improntata alla giustizia sociale e al rispetto dei beni collettivi.

A Campolongo passiamo dalla villa appartenuta a Maniero e la invadiamo pacificamente di biciclette colorate. Seduti sul prato, parliamo ancora una volta di quello che quella villa ha rappresentato negli anni – soprusi, omicidi, illegalità – troppo spesso fatta passare solo per furbizia. Ogni volta dà una certa soddisfazione vedere giovani e meno giovani riempire quello spazio e pensare a quello che era e a quello che è ora, sperare che davvero sia possibile insieme cambiare le cose.
Infine approdiamo tutti, lenti e sinuosi, nella villa confiscata ad un affiliato della Mala del Brenta che attualmente ospita una comunità di accoglienza per persone con disabilità psichiche. Ad attenderci un ombreggiato patio ristoratore, una lunga tavolata che riempiamo subito di pance affamate, bicchieri che brindano, orecchie che ascoltano, bocche che ciacolano. E il biliardino per sfide all’ultimo sangue, il ping pong per tornei interminabili, l’ombra degli alberi dove appisolarsi sereni. Allegria. Gioia. Vita. Stiamo ridando senso a quel posto, a quei beni confiscati, vivendoli, riempiendoli di energie, convivialità, festa, impegno, riappropriandocene a facendoli nostri, quindi di tutti.
Ecco perché si, ne vale davvero la pena.
* associazione Principi Attivi
http://comune-info.net/2014/06/volte-ti-chiedi-chi-te-la-fa-fare/
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