sabato 15 agosto 2026

In morte di mia madre Jean, un'ossessione senza uscita

 TOMMASO GIARTOSIO

 

JAMES ELLROY

In morte di mia madre Jean, un'ossessione senza uscita

- TOMMASO GIARTOSIO A partire dalla prima frase - "La trovarono dei ragazzini" - diventa impossibile staccarsi da "I miei luoghi oscuri" (Bompiani, pp. 430, L. . 29.000), romanzesco resoconto autobiografico di James Ellroy (la traduzione e le ottime note sono di Claudio Sergio Perroni). La madre dell'autore venne assassinata in circostanze misteriose nel 1958. James aveva 10 anni. Non amava Jean Ellroy, bella, indipendente, inflessibile; ne era innamorato. Ficcava la faccia nella sua biancheria intima e respirava forte. Fu contento di andare a vivere a Los Angeles con il padre, un affettuoso pallonaro che viveva nella precarietà. Anche James visse nella precarietà - nell'ombra della madre dalla pelle alpina. Diventò uno sbandato: un solitario dedito al risentimento razzista, al piccolo furto, alle droghette reperibili in farmacia, all'effrazione feticista nella villa dell'amica dell'amico ricco. Dormiva nei parchi o nelle case abbandonate, per rimettersi in sesto si faceva sbattere in carcere. Leggeva montagne di gialli. Si masturbava. E sempre sempre c'era con lui lo spettro assolutamente erotico di quella donna bellissima. Delle Voci gli dicevano: hai scopato tua madre e l'hai uccisa. Poco dopo un episodio di delirium tremens (a 25 anni) decise di ripulirsi. Alcoolisti Anonimi e primo libro. Poi la fama, e la decisione di tornare a investigare la morte di Jean, di trovare l'assassino. Non per vendetta: ma per una sorta di feroce gratitudine verso di lei, che gli aveva regalato il prezioso taglione di una vita ossessiva. "I miei luoghi oscuri" è un libro sfacciatamente egotista. Ellroy sa di star vendendo sua madre. Di più, sa che con ogni suo gesto non può che possederla e ucciderla a sua volta. Solamente la scrittura - "la mia lingua etica" - può motivare questo spudorato incubo maschile, quest'asta dell'amore. La scrittura di Ellroy è sincopata, martellante, marmo liquido. Le anafore ritmano i paragrafi come un rosario. Godard disse una volta che l'unico modo per fare un film sui campi di concentramento sarebbe stato mostrare gli uffici amministrativi del lager, con una schiera di segretarie che battono a macchina all'infinito. "I miei luoghi oscuri" è quel verbale. Il caso Ellroy si intreccia con altri casi, il caso Sharon Tate, il caso O.J. Simpson, mille altri casi anonimi; fa corpo con l'immenso labirinto di violenze che punzona ogni linea di sutura razziale, sociale, sessuale. Nessun caso accade per puro caso. Si delinea un ritratto in piedi del sistema poliziesco-criminal-carcerario americano; poi il ritratto si muove, ha una storicità che ci raggiunge; entriamo nel ritratto. A Ellroy non interessano i serial killer, "unità maligne autonome", "aristocratici... alla moda, fascinosi, intriganti. Blaterano concetti nicciani. Sono enormemente più sexy di un coglione pervertito che fa fuori due donne per libidine e strizza, e per la perfetta pressione su un grilletto da due soli colpi". Non gli interesserebbero, credo, neanche i recenti pulp italiani. Vuole il rigore. Vuole capire: "imparai", "imparò", recita il racconto, come il bildungsroman di un samurai. Vuole capire perché si uccide, e sa che il più delle volte la risposta non ha nulla a che fare con il movente giuridico. La risposta è spesso: misoginia. Questo libro che fa della letteratura un'arte marziale, questo libro che declina il machismo fino a un controllatissimo delirio, è un testo femminista. L'omicidio di Jean va visto in un contesto assoluto: la donna è polo di proiezione fantastica e punto di sfogo reale; gli uomini uccidono donne e poi vanno a farsi consolare da altre donne.

Ma quando Ellroy pubblicizza la sua storia per ottenere nuove informazioni, donne maltrattate dai padri tempestano di telefonate il suo numero verde. Gli analisti hanno insegnato loro a vedere il mondo "in termini vittima/carnefice"; vogliono "creare famiglie vittima/carnefice". Questo gli ripugna. E' una pacificazione inaccettabile. Nessuno è solo vittima, solo carnefice. Non esistono due mondi separati; c'è uno spartiacque friabile lungo cui ognuno cerca di fuggire per non venire inchiodato alla sua sessualità, al ceto, alla pelle. Una highway losangelina dalle mille uscite senza uscita. Così si cerca di passare da un mondo all'altro, come la brava casalinga Jean che una sera va a farsi fottere - in tutti i sensi - da un uomo identificato come "il Bianco Scuro". Ma se nulla accade a caso, si può cogliere il proprio destino sul fatto. Recuperare il senso della propria vita in un'altra vita significa perseguire quell'alchimia che è la legge fondamentale dell'omicidio. Incontrare la propria madre e la propria vittima. Questo è il punto geografico in cui si comincia, e si ricomincia all'infinito, perché il punto è un punto di fuga, a scrivere. "Il caso Ellroy aveva due ore", ricorda Ellroy datando il suo d.C. sulla propria origine nella morte; "aveva una settimana"; "aveva quarant'anni". Ma comunque, sempre, "la trovarono dei ragazzini".

Aggiornamenti

10/09/2025, 20:22 articolo aggiornato

https://ilmanifesto.it/archivio/1997001968 

 

Nessun commento:

Posta un commento