C’è chi lo considera semplicemente un generale entrato in politica.
Chi non condivide quasi nulla di quello che dice.
Chi lo critica duramente.
E poi c’è chi vede in lui qualcosa di completamente diverso.
Una possibile salvezza per l’Italia.
Io quando sento parlare così mi faccio delle domande.
Perché quando un popolo arriva a vedere in una singola persona la speranza di un intero Paese, significa che dietro quella speranza c’è molto di più.
C’è sfiducia.
C’è rabbia.
C’è il bisogno di sentirsi nuovamente rappresentati.
C’è la sensazione che la politica, per troppo tempo, non abbia ascoltato abbastanza.
Ed è proprio dentro questo malcontento che il nome di Vannacci continua a far discutere.
Per alcuni rappresenta una voce fuori dal coro.
Uno che dice quello che pensa.
Uno che non ha paura di dividere.
Uno che potrebbe cambiare le cose.
Per altri rappresenta esattamente il contrario.
Ed è qui che, secondo me, bisogna fermarsi a riflettere.
Perché nessun uomo dovrebbe essere considerato automaticamente la salvezza di una nazione.
La politica non dovrebbe essere fede.
Dovrebbe essere responsabilità.
Risultati.
Scelte.
Si può essere d’accordo con Vannacci.
Si può essere completamente contrari.
Si può votarlo.
Si può sperare che non governi mai.
Ma non si può ignorare quello che il consenso intorno al suo nome racconta di una parte dell’Italia.
Perché forse la vera domanda non è se Vannacci sarà davvero la salvezza del Paese.
La vera domanda è perché alcuni italiani abbiano iniziato a pensare che possa esserlo.
E la risposta, probabilmente, dice molto più dell’Italia di oggi di qualsiasi slogan elettorale.
Siamo Italiani
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