giovedì 28 febbraio 2013

La teoria degli stereogrammi


 
Teoria
 

La normale percezione visiva dell'uomo avviene in modo binoculare, cioè attraverso i suoi due 
occhi. Ciascuno dei due occhi che possediamo è già un perfetto meccanismo visivo a sè stante, 
pertanto ogni volta  che osserviamo un oggetto che ricade nel nostro campo visivo,  in realtà 
noi lo vediamo due volte: una volta con l'occhio destro  ed  una volta con l'occhio sinistro. 
Poiché gli occhi  sono posizionati sulla faccia ad una distanza di circa 6,5 centimetri l'uno 
dall'altro,  ogni occhio vede  il medesimo oggetto da una angolazione prospettica leggermente 
diversa dall'altro. A questo punto poi interviene il cervello che sovrappone le due immagini, 
risultanti dalla visione dell'occhio destro e dell'occhio sinistro, e le elabora in una sola, 
fondendo le parti identiche  ed  inserendo  in un modo intellegibile le differenze risultanti 
fra di loro.  Tale processo viene chiamato scientificamente "Stereopsi",  cioè fusione di due 
immagini. In tale modo il nostro cervello costruisce una visione tridimensionale dell'oggetto 
stesso,  partendo dalle due visioni bidimensionali  che  gli occhi producono mentre osservano 
l'oggetto da differenti prospettive. Avere la visione tridimensionale di un oggetto vuol dire 
considerare non solo la sua larghezza e la sua altezza,  ma anche la sua profondità,  cioè la 
distanza  alla quale  è situato  l'oggetto  nello spazio  in relazione alla nostra posizione. 
Il termine "Stereoscopia" infatti significa esattamente proprio "Visione Spaziale", in quanto 
etimologicamente tale termine è composto dalle parole greche "Stereo", che significa "Spazio" 
e "Skopein",  che vuol dire "Vedere".  Tale fenomeno della visione binoculare fu scoperto per 
la prima volta nel 1838 dal fisico inglese Charles Wheatstone,  che inventò  lo stereoscopio: 
un apparecchio che ricomponeva,  grazie ad un sistema di specchi,  due immagini poste a pochi 
centimetri  l'una dall'altra  e  raffiguranti lo stesso oggetto,  ma con un angolo di visuale 
leggermente diverso,  riuscendo  così  ad ottenere in questo modo la sensazione di profondità 
spaziale. Nel 1839 venne inventata la fotografia  e  ci si rese ben presto conto che l'occhio 
umano è molto simile ad una fotocamera. Si riuscì poi ad ottenere delle immagini virtualmente 
identiche  a quelle  prodotte  da ognuno  dei nostri occhi,  tramite una particolare macchina 
fotografica stereografica,  dotata  di due obiettivi,  posti a circa 6,5 cm l'uno dall'altro, 
ognuno dei quali scattava una foto dello stesso oggetto da angolazioni diverse,  proprio come 
per gli occhi umani. Successivamente con speciali apparecchi visori od anche solamente grazie 
ad una particolare tecnica,  fu possibile  ricostruire,  partendo  dalle due fotografie,  una 
visione tridimensionale dell'oggetto fotografato.  Il fenomeno della stereoscopia fotografica 
divenne una moda e restò a lungo al centro dell'attenzione popolare, poi pian piano cadde nel 
dimenticatoio.  Oggi è possibile  tramite il computer  generare delle immagini  di uno stesso 
oggetto con prospettive paragonabili  a quelle visualizzate  dai nostri occhi,  così da poter 
realizzare immagini stereoscopiche,  proprio come quelle prodotte  da quelle antiche macchine 
fotografiche con 2 obiettivi che tanto successo ebbero nel secolo passato.  Chi è interessato 
a produrre simili immagini con il computer, può consultare l'apposito tutorial, da me scritto 
a tal proposito.  Un particolare aspetto  della stereografia  è quello  della visualizzazione 
delle immagini stereografiche,  così da ottenere una unica immagine tridimensionale, partendo 
da due immagini bidimensionali.  Nel secolo scorso  esistevano appositi visori  che rendevano 
estremamente facile tale visione,  oggi purtroppo non è possibile utilizzarli,  in quanto non 
vengono più prodotti, ne commercializzati. Tuttavia è ugualmente possibile visualizzare in un 
modo corretto un'immagine stereografica,  utilizzando particolari tecniche,  senza l'aiuto di 
strumenti  esterni,   ma  utilizzando  esclusivamente  i  nostri  occhi.
Le tecniche sono diverse,  ma le principali  sono due:  La prima,  detta 
"Metodo della Visione Parallela",  consiste  nel porre il viso vicino al 
monitor,  tenendo gli occhi chiusi  e  sfiorando con il naso lo schermo. 
Bisogna poi riaprire gli occhi, guardando le due immagini apparentemente 
simili che si hanno  di fronte,  senza focalizzare  lo sguardo al centro 
dello schermo,  ma allontanandosi  lentamente  dallo stesso, tenendo gli 
occhi rilassati  e  nella posizione iniziale,  cercando  di  guardare un 
punto che si trovi oltre lo schermo che si ha di fronte.  Ben presto gli 
oggetti  sullo schermo  appariranno come sdoppiati  ed  il loro contorno 
sarà confuso, poi si formerà  una terza immagine al centro delle due che 
ci stanno di fronte. Questa terza immagine apparirà a mezz'aria, come ad 
una distanza media fra noi e lo schermo, e sarà tridimensionale, come un 
ologramma, con un accentuato carattere di profondità in alcune delle sue 
parti.  Pertanto questo primo metodo  consiste  nel guardare le immagini 
come se volessimo mettere a fuoco un punto che sta oltre le stesse. Così 
facendo le linee di visione  dei due occhi  arrivano sull'immagine quasi 
parallele.  L'immagine  qui  a destra vi aiuterà a capire tale concetto:
Metodo01
Metodo02
La seconda tecnica, detta "Metodo dello Sguardo Incrociato", consiste nel 
cercare di focalizzare  il nostro sguardo  in un punto medio fra i nostri 
occhi e la coppia di immagini  che si trovano  sullo schermo.  Con questa 
tecnica è però necessario  porre l'immagine  relativa all'occhio sinistro 
sulla destra e viceversa.  Per aiutarsi a focalizzare  il punto medio, si 
può  utilizzare  il proprio dito indice,  fissandovi  lo sguardo  sopra e 
spostandolo verso e lontano  dalle immagini sullo schermo,  finchè non ci 
apparirà   l'immagine  stereografica  tridimensionale.   Pertanto  questo 
secondo metodo consiste nel guardare le immagini,  incrociando lo sguardo 
su un punto più vicino a noi rispetto alle immagini stesse.  Facendo così 
le linee  di  visione  dei due occhi  arrivano  sulle immaginini  in modo 
incrociato.  L'immagine qui a sinistra  vi aiuterà  a capire questo altro 
concetto. Quello che abbiamo esaminato finora e che verrà visualizzato su 
queste pagine è lo Stereogramma Basilare,  detto  anche Autostereogramma, 
composto da una coppia di immagini affiancate,  ciascuna larga circa cm.7 
ed apparentemente uguali,  ma leggermente differenti  dal punto  di vista 
prospettico.  Tale  stereogramma  rappresenta  la  simulazione fedele del 
particolare,  ma  efficiente  meccanismo  visivo  tridimensionale  umano. 
Ricordiamo brevemente però  che successivamente vennero scoperti  altri tipi di stereogrammi:
- RDS, o Random Dot Stereograms,  presentati  per la prima volta nel 1972 dal Dr. Bela Julesz 
  del M.I.T.  e  che  consistono  in  un  apparente  coppia  di disegni puntiformi casuali ed 
  irrazionali che invece mostrano,  se vengono osservati in un modo particolare,  una singola 
  immagine tridimensionale razionale e definita.
- Shutter Stereograms, in cui viene utilizzata una tecnica chiamata "Tachistoscopica", con la 
  quale viene generata  una immagine per l'occhio destro  ed  una per l'occhio sinistro ed un 
  otturatore chiude alternativamente la vista di un occhio,  mentre l'altro occhio visualizza 
  l'immagine  a lui  dedicata.  La velocità  di  otturazione alternata  delle immagini è così 
  veloce da non essere avvertita a livello cosciente. Tale tecnica viene comunemente usata da 
  alcuni sistemi di realtà virtuale. 
- Anaglifi e Filtri Polarizzanti:  Si tratta di metodi stereoscopico  basati sulla differente 
  colorizzazione o polarizzazione delle immagini, che ad una normale visualizzazione appaiono 
  come deformate. Particolari occhiali con lenti destre e sinistre, colorate o polarizzate in 
  modo differente fra di loro,  danno a ciascun relativo occhio informazioni differenti sulle 
  immagini, generando una visione tridimensionale delle stesse.
- SIS, o Single Image Stereogram,  presentati  per la prima volta  nel 1979 da Christopher W. 
  Tyler. Sono gli stereogrammi più conosciuti oggigiorno e sono composti da un'unica immagine 
  e non più da due immagini affiancate come quelli fin qui esaminati. Se vengono esaminati in 
  un modo particolare i Single Image Stereogram mostrano un'immagine tridimensionale,  che ad 
  una visualizzazione normale e superficiale non viene avvertita. A loro volta si suddividono 
  in ulteriori sottospecie: 
  - SIRDS, o Single Image Random Dot Stereogram,  che equivalgono agli RDS, ma partono da una 
    singola immagine casuale e puntiforme.
  - SIRTS, o Single Image Random Text Stereogram,  che è come un SIRDS,  ma che usa del testo 
    ASCII casuale invece dei punti casuali, per generare l'immagine tridimensionale definita.
  - SITS, o Single Image Texture Stereogram,  che  è  come un SIRDS,  ma  che usa una texture 
    al posto  dei soliti punti casuali,  per generare  l'immagine  tridimensionale  definita.

http://www.ffranceschi.com/midima/ffita005.html

Ecco la prima classifica mondiale

Delle cattive sorprese per le democrazie occidentali :
gli 
Stati Uniti sono classificati un gradino più in basso rispetto al Costa Rica,
mentre l' 
Italia finisce dietro il Benin

Reporters sans frontières pubblica la prima classifica mondiale della libertà di stampa, dalla quale emerge, in primo luogo, che la libertà di informare e di essere informati è minacciata in ogni angolo del pianeta. Tra i 20 paesi peggio classificati nell’indice stabilito da Reporters sans frontières, troviamo alcuni Stati asiatici, africani, americani e europei. La situazione dell’Asia è particolarmente critica poiché questo continente raggruppa i cinque paesi più liberticidi del mondo : la Corea del Nord, laCina, la Birmania, il Turkmenistan e il Bhutan.

Se si guardano invece i paesi meglio classificati, ci si può rendere conto che il rispetto della libertà di stampa non è un privilegio di quelli più ricchi. Degli Stati come il Costa Rica o il Benin ci ricordano infatti che l’emergenza di una stampa libera non dipende unicamente dalla situazione economica di un paese.

Per stabilire questo indice, Reporters sans frontières ha chiesto, a dei giornalisti, a dei ricercatori o a dei giuristi, di rispondere a 50 domande che riguardavano l’insieme delle violazioni alla libertà di stampa (uccisioni o arresti di giornalisti, censura, pressioni, monopolio dello Stato in alcuni settori, sanzioni dei reati a mezzo stampa, legislazione restrittiva per i media, etc). Nel quadro finale di questa classifica vengono presi in considerazione quindi 139 paesi in totale : gli altri sono assenti a causa della mancanza di informazioni affidabili e verificate.


Nei paesi peggio classificati, la libertà di stampa è una parola priva di significato, poiché non esistono giornali indipendenti. L’unica voce è quella dei media strettamente controllati e sorvegliati dal governo. I rari giornalisti indipendenti sono costantemente tenuti sotto pressione, messi in carcere o costretti all’esilio. La stampa internazionale è vietata o autorizzata con il contagocce, e in tutti i casi, sorvegliata a vista.

In testa alla classifica, troviamo quattro paesi ex-equo : La Finlandia, l’Islanda, la Norvegia e i Paesi Bassi. Gli Stati scandinavi non solo rispettano scrupolosamente la libertà di stampa nel loro paese, ma testimoniano anche, attraverso le loro prese di posizione, il loro profondo attaccamento alla libertà di informazione anche all’estero, come hanno fatto peraltro recentemente per l’Eritrea o lo Zimbabwe. Il primo paese non europeo in testa alla classifica è il Canada, che occupa così il quinto posto nello speciale indice stabilito da Reporters sans frontières.

Paradossalmente, alcuni regimi democraticamente eletti sono classificati negativamente. E’ il caso della Colombia (al 114° posto), o del Bangladesh, (al 118° posto). In questi paesi, i movimenti armati, le milizie o alcuni partiti politici mettono costantemente in pericolo la sicurezza dei giornalisti. Da parte sua, lo Stato non utilizza tutti i mezzi di cui dispone per proteggere i giornalisti e combattere l’impunità di cui beneficiano troppo spesso i responsabili di queste violenze.

Il Costa Rica classificato in posizione migliore rispetto agli Stati Uniti
La relativamente cattiva postazione occupata dagli Stati Uniti (al 17° posto dell’indice), è essenzialmente legata al numero di giornalisti messi sotto inchiesta o incarcerati. Gli arresti a danno dei professionisti dell’informazione, sono spesso motivati con il rifiuto del giornalista a rivelare le sue fonti informative davanti ai tribunali. Inoltre, è accaduto che dall’11 settembre 2001, diversi professionisti dell’informazione sono stati arrestati anche solo per aver violato il perimetro di sicurezza di alcuni edifici pubblici.

Il paese sudamericano meglio classificato è invece il Costa Rica, che occupa la 15ma posizione nell’indice stabilito da Reporters sans frontières. Questo Stato si distingue quindi per essere tradizionalmente l’allievo-modello del continente americano in materia di rispetto della libertà di stampa. Nel febbraio 2002, Il Costa Rica ha quindi abbandonato il "club" dei 17 paesi americani che continuano a punire con pene carcerarie il reato di “oltraggio” ai funzionari statali. L'assassinio del giornalista, Parmenio Medina, consumato nel luglio 2001, si può definire quindi un fatto eccezionale nella storia della stampa del Costa Rica.

Cuba, l’ultima dittatura del continente americano, classificata al 134° posto dell’indice, è l’unico paese della regione dove non esiste di fatto il pluralismo dell’informazione e che continua a incarcerare i giornalisti. Ad Haïti (che occupa il 106mo posto), i giornalisti sono vittime delle violenze compiute dalle milizie regolarmente spalleggiate dal governo.

Una cattiva sorpresa in Europa: l'Italia
Gli Stati europei sono piuttosto ben classificati, ad eccezione dell’Italia che occupa il 40° posto nell’Unione dei 15. In questo paese, il pluralismo dell’informazione è seriamente minacciato. Il presidente del Consiglio, 
Silvio Berlusconi, moltiplica le pressioni sulla televisione pubblica, mettendo i suoi uomini di fiducia nei posti-chiave dei media di Stato. Inoltre, il presidente del Consiglio, oltre ad esercitare le sue funzioni di capo dell’esecutivo, continua di fatto a essere il gran patron di un potentissimo gruppo multimediale privato. Inoltre, la detenzione a cui è stato sottoposto, per esempio, il giornalista Stefano Surace, condannato per dei reati a mezzo stampa che risalgono a oltre 30 anni fa, oppure la messa sotto sorveglianza di alcuni giornalisti diventati oggetto di numerose perquisizioni, convocazioni giudiziarie e sequestro di materiale a causa delle inchieste che stavano seguendo, spiegano la cattiva posizione occupata dall’Italia.

La Francia (all’11° posto dell’indice), è solo all’ottava posizione tra i paesi dell’Unione europea a causa di alcune inquietanti disposizioni in materia di protezione del segreto professionale e della messa sotto inchiesta di diversi giornalisti nel corso degli ultimi mesi.

Tra i paesi candidati a integrare l’Unione europea, la Turchia (al 99mo posto), occupa decisamente una pessima postazione nell’indice stabilito da Reporters sans frontières. Malgrado gli sforzi compiuti dal governo turco nella prospettiva dell’adesione di questo paese all’Unione europea, sono stati comunque condannati numerosi giornalisti a pene carcerarie e i media sono regolarmente sottoposti a operazioni di censura. Le violazioni alla libertà di stampa sono particolarmente gravi nel sud-est del paese.

In altri paesi europei, come la Bielorussia (al 124mo posto), la Russia (al 121mo posto) o altre ex-repubbliche sovietiche, è ancora molto difficile esercitare la professione di giornalista. Diversi professionisti dell’informazione sono stati uccisi o messi in stato di detenzione in questa parte del mondo. Il giornalista 
GrigoryPasko, in carcere dal dicembre 2001 nella regione di Vladivostok (Russia), è stato condannato a quattro anni di carcere per aver reso pubbliche delle immagini di “smaltimento” di rifiuti radioattivi liquidi, liberamente riversati nel mare del Giappone dalla flotta militare russa.

La situazione in Medio Oriente e l’ambivalenza di Israele
Non figura nessun paese del mondo arabo tra i primi 50 presi in considerazione in questo indice che misura lo stato della libertà di stampa nel mondo. Il Libano arriva solo in 56ma posizione e lo stato della libertà di informazione in questa regione non è affatto incoraggiante. In Irak (al 130mo posto) e in Siria (al 126mo), lo Stato utilizza tutti i mezzi a sua disposizione per controllare la stampa e mettere a tacere le voci dissidenti. 
Saddam Hussein, in particolare, ha un unico obiettivo per i media del suo paese : farli funzionare come cassa di risonanza della propaganda di regime. In Libia, (al 129 posto) e in Tunisia (in 128ma posizione), non è tollerata nessuna critica nei confronti del colonnello Mouammar Kadhafi o del presidente Zine Ben Ali.

In seguito all’indebolimento politico subito dall’Autorità palestinese, (82ma in classifica), gli attentati alla libertà di informazione si sono ridotti. Tuttavia, alcuni media dell’opposizione islamica sono stati chiusi e sono stati compiuti diversi tentativi di intimidazione e di aggressione nei confronti di giornalisti palestinesi e stranieri e tutta una serie di temi continuano a rimanere un argomento-tabù. L'obiettivo è chiaro : presentare al mondo un’immagine unitaria del popolo palestinese e celare le manifestazioni di sostegno agli attentati anti-israeliani.

L'attitudine di Israele (92mo in classifica), nei confronti della libertà di stampa è decisamente ambivalente. Malgrado le forti pressioni esercitate sulla televisione e la radio pubblica, il governo israeliano rispetta formalmente la libertà di espressione dei media del paese. Per contro, in 
Cisjordania e a Gaza, Reporters sans frontières ha registrato una serie di violazioni del Patto internazionale, ratificato dallo Stato ebraico, relativo ai diritti civili e politici che garantiscono la libertà di stampa. Dal marzo 2002, data di inizio dell’incursione dell’esercito israeliano nelle città palestinesi, a molti giornalisti è stata vietata la libera circolazione, oppure hanno subito percosse, minacce, arresti o sono diventati a loro volta obiettivi, hanno riportato ferite o sono stati privati del loro accredito stampa, oppure sono stati sbrigativamente espulsi dal paese.

I buoni e i cattivi esempi africani
L'Eritrea (al 132mo posto) e lo Zimbabwe (al 122mo), sono gli Stati più repressivi dell’Africa subsahariana. Nel settembre 2001 in Eritrea tutta la stampa privata è stata vietata dal governo e 18 giornalisti sono a tutt’oggi in prigione. Da parte sua, il presidente dello Zimbabwe, 
Robert Mugabe, si distingue regolarmente per le sue prese di posizione particolarmente virulente nei confronti della stampa estera o d’opposizione.

All'opposto, il paese africano meglio classificato è il 
Benin (in 21ma posizione), che peraltro figura tra i 15 stati più poveri del mondo, secondo l’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (PNUD). Infine, in altri Stati africani, come il Sud-Africa (al 26mo posto), il Mali (al 43mo), la Namibia (al 31mo) o il Senegal (al 47mo), esiste una reale libertà di stampa.

Reporters sans frontières –Segretariato internazionale
5, rue Geoffroy-Marie 75009 Paris France
Tel : (33) 1 44 83 84 84 / Fax : (33) 1 45 23 11 51 
E-mail : rsf@rsf.org / Web : http://www.rsf.org/

Per altre informazioni, contattare
Reporters sans frontières-Italia
Flora Cappelluti (corrispondente)
c/o Circolo della Stampa
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Tel : (39) 02 76 02 27 12-26 71 - Fax : (39) 02 76 00 90 34
cell : 328/41 89 510



La classifica
Posto occupato nella classifica
Paese
Nota
1 Finlandia 0,50
 - Islanda 0,50
 - Norvegia 0,50
 - Paesi-Bassi 0,50
5 Canada 0,756 Irlanda 1,007 Germania 1,50
   - Portogallo 1,50
   - Svezia 1,50
10 Danimarca 3,0011 Francia 3,2512 Australia 3,50
   - Belgio 3,50
14 Slovenia 4,0015 Costa Rica 4,25
   - Svizzera 4,25
17 Stati-Uniti 4,7518 Hong-Kong 4,8319 Grecia 5,0020 Equador 5,5021 Benin 6,00
   - Regno-Unito 6,00
   - Uruguay 6,00
24 Cile 6,50
   - Ungheria 6,50
26 Sud Africa 7,50
   - Austria 7,50
   - Giappone 7,50
29 Spagna 7,75
   - Polonia 7,75
31 Namibia 8,0032 Paraguay 8,5033 Croazia 8,75
   - Salvador 8,75
35 Taïwan 9,0036 Mauritius 9,50
   - Perù 9,50
38 Bulgaria 9,7539 Corea del Sud 10,5040 Italia 11,0041 Repubblica ceca 11,2542 Argentina 12,0043 Bosnia-Herzegovina 12,50
   - Mali 12,50
45 Romania 13,2546 Capo-Verde 13,7547 Senegal 14,0048 Bolivia 14,5049 Nigeria 15,50
   - Panama 15,50
51 Sri Lanka 15,7552 Uganda 17,0053 Niger 18,5054 Brasile 18,7555 Costa d’Avorio 19,0056 Libano 19,6757 Indonesia 20,0058 Comorres 20,50
   - Gabon 20,50
60 Repubblica federale di Yugoslavia 20,75
   - Seychelles 20,75
62 Tanzania 21,2563 Repubblica centrafricana 21,5064 Gambia 22,5065 Madagascar 22,75
   - Tailandia 22,75
67 Bahreïn 23,00
  - Ghana 23,00
69 Congo 23,1770 Mozambico 23,5071 Cambogia 24,2572 Burundi 24,50
   - Mongolia 24,50
   - Sierra Leone 24,50
75 Kenya 24,75
   - Messico 24,75
77 Venezuela 25,0078 Kowait 25,5079 Guinea 26,0080 India 26,5081 Zambia 26,7582 Autorità palestinese 27,0083 Guatemala 27,2584 Malawi 27,6785 Burkina Faso 27,7586 Tadjikistan 28,2587 Chad 28,7588 Camerun 28,8389 Marocco 29,00
   - Filippine 29,00
   - Swaziland 29,00
92 Israele 30,0093 Angola 30,1794 Ghinea-Bissau 30,2595 Algeria 31,0096 Djibouti 31,2597 Togo 31,5098 Kirghizistan 31,7599 Giordania 33,50
   - Turchia 33,50
101 Azerbaïdjan 34,50
     - Egitto 34,50
103 Yemen 34,75104 Afghanistan 35,50105 Sudan 36,00106 Haïti 36,50107 Etiopia 37,50
     - Rwanda 37,50
109 Liberia 37,75110 Malaisia 37,83111 Brunéi 38,00112 Ukraina 40,00113 Repubblica democratica del Congo 40,75114 Colombia 40,83115 Mauritania 41,33116 Kazakhstan 42,00117 Guinea equatoriale 42,75118 Bangladesh 43,75119 Pakistan 44,67120 Uzbekistan 45,00121 Russia 48,00122 Iran 48,25
      - Zimbabwe 48,25
124 Bielorussia 52,17125 Arabia Saudita 62,50126 Siria 62,83127 Nepal 63,00128 Tunisia 67,75129 Libia 72,50130 Irak 79,00131 Viet-nam 81,25132 Eritrea 83,67133 Laos 89,00134 Cuba 90,25135 Bhutan 90,75136 Turkmenistan 91,50137 Birmania 96,83138 Cina 97,00139 Corea del Nord 97,50


Note metodologiche
Questo indice stabilito da Reporters sans frontières permette di misurare lo stato della libertà di stampa nel mondo e riflette il grado di libertà di cui beneficiano i giornalisti e i media di ogni paese e i mezzi messi in opera dagli Stati per far rispettare questa libertà.
Il questionario
• Per stabilire questa classifica, Reporters sans frontières ha realizzato un questionario che prende in considerazione i principali criteri che permettono di valutare la situazione della libertà di stampa in ogni paese. Questo questionario prende quindi in considerazione la totalità degli attentati diretti contro i giornalisti (uccisioni, incarcerazioni, aggressioni, minacce, etc), o contro i media (operazioni di censura, sequestri di materiale, perquisizioni, pressioni, etc) e segnala anche il grado di impunità di cui beneficiano gli autori di queste violazioni alla libertà di stampa.
Internet compreso
• Questo questionario tiene conto anche del quadro giuridico nel quale opera il settore dei media (sanzioni dei reati a mezzo stampa, monopolio dello stato in alcuni settori, presenza di organi di vigilanza, etc.) e il comportamento dello Stato nei confronti dei media pubblici e della stampa internazionale. Inoltre, rileva i principali attentati alla libertà di circolazione delle informazioni in Internet.
Quali soprusi?
• Reporters sans frontières non ha solamente tenuto conto dei soprusi provocati dagli Stati, ma anche di quelli compiuti dalle milizie armate, dalle organizzazioni clandestine o dei gruppi di pressione che possono rappresentare una reale minaccia per la libertà di stampa. Da parte loro, alcuni Stati non utilizzano sempre tutti i mezzi di cui dispongono per combattere l’impunità di cui troppo spesso beneficiano i responsabili di queste violenze.
Chi ?
• Questo questionario è stato inviato a delle persone che hanno una reale conoscenza della situazione della libertà di stampa in uno o diversi paesi : quindi, a dei giornalisti locali o che risiedono nel paese, a dei ricercatori, giuristi, o specialisti di una regione e ai ricercatori che fanno capo al segretariato internazionale di Reporters sans frontières.
Quali paesi ?
• I paesi classificati sono quelli dai quali Reporters sans frontières ha ricevuto i questionari compilati dalle diverse fonti indipendenti. Altri paesi non figurano nella classifica a causa della mancanza di informazioni affidabili e sicure. In caso di parità di posizione tra diversi paesi nella classifica, questi ultimi sono elencati per ordine alfabetico.
La libertà di stampa
• Questo indice della libertà di stampa è un’istantanea della situazione fotografata in un certo momento e prende quindi in esame solo gli avvenimenti accaduti tra il settembre 2001 e l’ottobre 2002, senza tener conto dell’insieme delle violazioni dei diritti dell’uomo : quindi questo indice vuole riflettere unicamente lo stato della libertà di stampa.

• Infine, in ogni caso, questo lavoro non deve essere interpretato come un indicatore della qualità della stampa nei paesi presi in considerazione. Reporters sans frontières difende la libertà di stampa, senza mettere in discussione la qualità dei contenuti editoriali dei media. Per stabilire questa classifica quindi non sono state prese in considerazione le eventuali derive etiche o deontologiche.

La famiglia dello scudo rosso: i Rothschild



di Marcello Pamio
Ho letto con molto interesse libri, fascicoli e siti internet su cosiddette teorie cospirative secondo le quali dietro alle vicende politiche ed economiche ci sarebbero potenti logge massoniche. Fin qui nulla di strano. Non si può negare infatti che la maggior parte di queste società segrete fin dalle loro origini erano composte da influenti personaggi della vita pubblica, politica e militare.
La cosa però che ha destato la mia curiosità è l’onnipresenza di un nome ben preciso. Un comun denominatore rappresentato dai Rothschild. Questa famiglia, perché di famiglia si tratta, appartiene secondo molti all’organizzazione elitaria chiamata gli Illuminati di Baviera [1] e governerebbe l’intero sistema bancario mondiale con tutto quello che ne consegue.
Se è vero che questo gruppo di burattinai muove le fila della finanza, dell’economia e della politica mondiale perché allora il nome non figura mai da nessuna parte? Avete mai letto su giornali o sentito alla televisione dei Rothschild e delle loro vicissitudini? Sarebbero dietro le quinte di tutti i più importanti affari e nessuno ne parla, non è un po’ strano?
Per la verità vedremo alla fine che qualcosa è trapelato dai media.
Chi ha ragione? Gli autori di svariati libri che puntano il dito contro un sistema occulto, in cui la famiglia Rothschild riveste un ruolo di primaria importanza, in grado di controllare l’intero sistema o invece chi al contrario afferma che tali ipotesi sono semplicemente frutto di menti malate in preda ad allucinazioni e manie di persecuzioni?
L’esperienza mi suggerisce che la verità sta sempre nel mezzo!
Quindi prima di avanzare qualsiasi ipotesi in merito andiamo a vedere chi sono e soprattutto cosa fanno oggi i Rothschild.
Per ripercorrere le origini torniamo indietro nel tempo di circa duecento anni spostandosi in Germania, precisamente a Francoforte. L’anno è il 1743.
L’Adamo non proprio biblico della nostra storia è Amschel Moses Bauer, un semplice orafo tedesco con la passione, che oggi possiamo chiamarla predisposizione, per prestiti e finanziamenti. Semplice orafo per modo di dire naturalmente, visto che è il capostipite che ha dato origine a un impero economico da mille e una notte. 
Un impero nato sotto le ali protettive dell’aquila romana contornata da uno scudo rosso.
Tale infatti è il sigillo che Amschel aveva collocato sull’entrata della propria azienda.


Un logo che divenne presto la rappresentazione figurata dell’attività di Bauer. "La ditta dello Scudo Rosso" veniva infatti chiamata.
D’altronde abbiamo tantissimi esempi anche nostrani di queste associazioni: uno per tutti il Cavallino Rampante per indicare la Ferrari. Quello che non tutti sanno invece è che lo Scudo Rosso in lingua tedesca è Rothschild. Per essere più precisi: Scudo Rosso à Red Schield à Rothen Schild à Rothschild. Questo particolare è molto importante perché quando il figlio di Moses, Mayer Amschel ereditò da suo padre la società cambiò nome in Rothschild, e tale è rimasto immutato fino ai giorni nostri.
Mayer Rothschild da Gertrude Schnapper ebbe cinque figli: Amschel (1773-1855), Salomon (1774-1855), Nathan (1777-1836), Karl (1788-1855) e Jacob (1792-1868).
Non appena i ragazzi furono istruiti a dovere sull’attività economica e finanziaria partirono alla volta di altrettante capitali europee per aprire filiali ed espandere l’impero esclusivamente patriarcale. Le donne avevano un ruolo secondario nella gestione.
Il primogenito Amschel essendo il più anziano rimase a Francoforte per controllare la società base, Salomon invece andò a Vienna, Nathan a Londra, Karl a Napoli e Jakob a Parigi.
La famiglia cresce, e cresce anche la necessità di un nuovo emblema che li rappresenti al meglio. Cinque frecce che s’incrociano intersecandosi in un unico punto è il nuovo stemma. Le frecce rappresentano i cinque fratelli e il punto d’intersezione è lo scopo che unisce tutta la famiglia. Avrete già capito qual è questo scopo.
 


Senza nulla togliere all’operato dei fratelli, è d’obbligo “spezzare una freccia” -visto che siamo in tema- a favore di Nathan il quale si distinse immediatamente per fiuto e capacità imprenditoriali.
Ricordiamo che agli inizi dell’Ottocento l’Europa stava cambiando velocemente e questo poteva creare certamente molte occasioni per uomini intelligenti e soprattutto ricchi.
Nathan approfittò di questa situazione e aprì a Manchester una impresa tessile. Il rapido declino delle esportazioni tessili britanniche durante il blocco continentale costrinsero però Nathan a tornare a Londra per estendere le proprie attività in ambito finanziario. Le attività del figliol prodigo s’impennarono in potenza e prestigio grazie anche al matrimonio con Hannah Barent Cohen (1783-1850), la figlia di uno dei più ricchi mercanti ebrei londinesi[2].
I conti li sapeva fare molto bene!
Conti che dirottavano sempre più verso operazioni finanziarie speculative su titoli britannici ed esteri, cambi valute, metalli preziosi, ecc.
Qualche esempio? Il Duca di Wellington non avrebbe potuto pagare il suo esercito nella battaglia di Waterloo senza la mano, anzi il portafogli, dei Rothschild[3]. Dopo questa vittoria, la banca di Nathan vinse il contratto per i pagamenti dei tributi agli alleati europei[4].
Anche il governo francese dovette usufruire dei fondi privati per rimpinguare le casse nazionali svuotate dall’estenuante guerra franco-prussiana[5]. Salomon Rothschild a Vienna finanziava intanto il debito estero austriaco attraverso contratti di prestito al Principe Metternich[6].
I cinque fratelli pur lavorando a distanza portavano avanti la stessa tecnica, quella della riserva frazionale bancaria. Questo permise la loro autonomia e indipendenza in ogni paese in cui operavano.
Con queste enormi risorse economiche riuscirono a intervenire persino a favore della Banca d’Inghilterra, quando la crisi di liquidità del 1826 piegò le gambe al governo britannico. Grazie ad una immissione di un grosso quantitativo di oro fu scongiurato il peggio[7].
Ma la storia non finisce qui, perché nel settore pubblico si distinsero per i finanziamenti della rete ferroviaria in Francia, Italia, Austria, per il Canale di Suez, permisero l’acquisto dei terreni minerari in Spagna, Sud America, Sud Africa e Africa Occidentale.
L’oro era così importante e fondamentale per i Rothschild che dal 1919 fino ai nostri giorni la banca ha ospitato e presieduto per due volte al giorno il fixing mondiale del prezzo dell’oro[8]. Vi rendete conto: stabilivano anche il prezzo mondiale dell’oro!
Addirittura sembrerebbe, e il condizionale è d’obbligo, che una banca della famiglia abbia finanziato John D. Rockefeller per la sua monopolizzazione della raffinazione del petrolio che portò alla fondazione della Standard Oil.
Cosa dire delle ricostruzioni postbelliche? Nelle guerre si sa, non vi sono mai vincitori. Di per sé una guerra è sempre una sconfitta sia per chi la provoca ma soprattutto per chi la subisce. Dall’ottica di un banchiere però, una guerra è sempre una ghiotta opportunità di investimenti, di prestiti, di ricostruzioni. Infatti dopo la Prima Guerra Mondiale, precisamente nel 1922 i Rothschild misero a disposizione fondi per la ricostruzione in numerosi paesi come Francia, Germania, Cecoslovacchia, Ungheria. A questo punto ho dovuto scacciare con la forza dalla mia mente un dubbio tremendo. E’ possibile che banchieri senza scrupoli fomentino a proprio piacimento le guerre, magari finanziando entrambe le fazioni e innescando la miccia fornendo poi i soldi per la ricostruzione? In via molto ipotetica sì. Scatenare una guerra non è così difficile: si forniscono le armi a entrambe le parti e si trova una motivazione sufficiente: religione, petrolio, terrorismo, ecc.
No! La perfidia umana non può arrivare a tanto! Giusto?
A questo punto negare o far finta di non vedere che l’impero dei Rothschild fin dai primi anni del secolo XIX ha influenzato la politica, l’economia e la finanza del mondo intero è un’offesa alla comune intelligenza.
E oggi? Come sono messi, anzi, visto che interessa pure la nostra cara Italia come siamo messi? Forse la famiglia si è ritirata a vita privata e si sta godendo un meritato riposo? Sbagliato. Certamente la vita è rimasta sempre molto privata. Non riesco infatti ancora a spiegarmi come la stampa, sempre più ricca di pettegolezzi e gossip e meno di informazioni utili, non s’interessi della vita di questi personaggi affascinanti e al limite del misterosofico.
Riescono –i media- a scovare una star televisiva che si sta abbronzando nuda dentro la caldera di un vulcano in pieno inverno e nessuno fa un servizio sugli appartenenti alla famiglia più potente del pianeta. Non è un po’ strano? Lungi da me l’idea che gli editor non possano fare servizi su certi banchieri internazionali, rimane allora la spiegazione che forse a nessuno interesserebbe. Strano perché personalmente preferirei leggere qualcosa su i «veri controllori» piuttosto che leggere e/o vedere qualche personaggetto estivo che pur di apparire nei giornali venderebbe la propria anima al diavolo, in questo caso fotografi e giornalisti.
Tornando al discorso di prima, oggi la famiglia Rothschild non ha perso prestigio e potere, semmai con il passare degli anni lo ha consolidato ulteriormente. Incredibile ma vero.
Passano gli anni e i loro sistemi si adeguano. Oggi hanno sviluppato una divisione per il finanziamento d’impresa al servizio di fusioni e acquisizioni. Operazioni queste all’ordine del giorno. Basta aprire un qualsiasi giornale finanziario per leggere che la multinazionale ics si è unita, o è in procinto di farlo, con la transnazionale ipsilon. Fusioni il cui unico risultato è la creazione di megacorporazioni amministrate da pochissimi e composte da migliaia tra affiliate e holding. In fisica per innescare una fusione nucleare tra atomi serve molta energia qui le fusioni necessitano solo di soldi. Moltissimi soldi. Chi possiede tutti questi soldi se non i banchieri?
Vediamo adesso nel dettaglio dove i tentacoli economici dei Rothschild sono arrivati nel 3° Millennio. Per problemi di spazio cito solamente le società più conosciute e/o riguardanti il nostro paese, ma chiunque volesse approfondire consiglio di entrare nel sito ufficiale della famiglia e stamparsi l’elenco completo. Fate scorta di carta!
Tra le straniere spiccano: De Beers quella dei diamanti, la Enron fallita da poco, British Telecom, France Telecom, Deutch Telekom, Alcatel, Eircom, Mannesmann, AT&T, BBC, Petro China, Petro Bras, Canal +, Vivendi, Aventis, Unilever, Royal Canin, Pfaff, Deutch Post[9], e moltissime altre.
Torniamo adesso un momento in Italia poiché ce n’è per tutti i gusti: Tiscali, Seat Pagine Gialle, Eni, Rai, Banca di Roma, Banco di Napoli, BNL Banca Nazionale del Lavoro, Banca Intesa, Bipop-Carire, Banca Popolare di Lodi, Monte dei Paschi di Siena, Rolo Banca 1473, Finmeccanica[10]. Vi può bastare? Penso proprio di sì!
Mi avvio a concludere nella speranza che questa piccola e incompleta illustrazione possa almeno aver fatto nascere qualche dubbio e/o curiosità in più su questa incredibile e decisamente atipica famigliola. Non posso confermare ma neppure smentire le pesanti e inquietanti affermazioni che svariati autori pubblicano sui Rothschild. Tengo a sottolineare che la cosa più incredibile è come i media in generale evitano di trattare tali argomentazioni. Passi il discorso sulla cospirazione globalizzata alla George Orwell, ma qui i fatti parlano chiaro. Le trame e gli intrecci economici pure. Sono sotto gli occhi di tutti. Almeno di chi vuol vedere.
Non posso accontentarmi di leggere su La Stampa del 7 giugno 1996 che Lady Rothschild era l’ipotetica spia del KGB a Londra, o su Il Giorno del 29 agosto 2000 la cronaca della morte per overdose all’età di 23 anni di Raphael figlio di Nathaniel Rothschild.
Queste rientrano nel deleterio e purtroppo tanto seguito gossip.
Le cose serie e importanti sono altre.
Marcello Pamio

Note:
[1]
 Gruppo elitario fondato, dal prof. di giurisprudenza dell'Università dei Gesuiti, Adam Weishaupt (Spartacus) in Baviera il 1° maggio 1776
[2] Università di Bologna, facoltà di Scienze Politiche: http://www.spbo.unibo.it/ 
[3] Sito ufficiale della famiglia Rothschild: http://www.rothschild.com/ 
[4] Università di Bologna, facoltà di Scienze Politiche: www.spbo.unibo.it[5] Idem
[6] Idem
[7] Idem
[8] Sito ufficiale della famiglia Rothschild: www.rothschild.com[9] Sito ufficiale della famiglia Rothschild: www.rothschild.com[10] Idem

La settimana in rete




a cura di P.C. - 20 aprile 2003



Nota introduttiva: tutte le immagini di questa “settimana in rete” sono tratte da opere della Collezione Albertina di Vienna, che ha felicemente riaperto dopo dieci anni di chiusura.

rubens
  
Il Cavaliere emarginato
Claudio Rinaldi sul sito di 
Libertà e Giustizia 18 aprile

Ieri Silvio Berlusconi ha completato la sua due giorni ad Atene per la nascita dell'Europa a 25. A giudicare dalla sua faccia tesa, livida, il bilancio non è dei migliori. Le sue performance di rilievo, qui riassunte in ordine cronologico, sono state sei.
1. La proposta di eliminare la Commissione, ora guidata da Romano Prodi, dal novero delle istituzioni europee. In seguito Berlusconi ha chiarito che si trattava soltanto di "una provocazione", di "un paradosso".
2. Una dichiarazione secondo la quale ricucire lo strappo causato dalla guerra in Irak è un gioco da ragazzi, giacché Francia e Germania sarebbero smaniose di tornare all'ovile anglo-americano. Le improvvide parole sono state corrette nel giro di poche ore.
3. La protesta contro una bozza di documento sull'Irak che era stata predisposta a sua insaputa da Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna. Esploso il caso, Berlusconi ha asserito di non saperne niente. "Ho votato il documento", ha detto in sostanza, "soltanto dopo aver accertato che proveniva dalla presidenza greca di turno". Per consolare l'emarginato, i suoi tifosi nei mass media hanno rimarcato che i quattro paesi ispiratori fanno parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu: niente di strano, si sostiene, se hanno tagliato fuori l'Italia. Ma fra due mesi la presidenza di turno sarà assunta proprio da Berlusconi. La sua deliberata esclusione dai conciliaboli preparatori è stata eloquente.
4. La minaccia rivolta ai partner di opporre in futuro il veto, "indipendentemente dal merito delle questioni", a ogni decisione maturata senza consultare l'Italia.
5. Un attacco all'opposizione italiana che sarebbe indegna di qualsiasi dialogo, sulla falsariga di quelli già sferrati nei giorni 15 e 16.
6. L'ammissione che la famosa spedizione militar-umanitaria in Irak, fatta approvare dal Parlamento in gran fretta, è ancora di là da venire.
Questo è tutto. Ce n'è abbastanza per tre considerazioni provvisorie.
a. La politica estera italiana continua a essere inesistente. Il ministro degli Esteri è un fantasma di buone maniere. Nei vertici il premier non fa che esibirsi in battute fuori luogo inframmezzate da lamenti. Il paese viene snobbato.
b. L'imminente semestre europeo a presidenza italiana appare destinato al fiasco. L'unico vero obiettivo di Berlusconi, finora, era stato quello futile e pressoché realizzabile di far firmare a Roma gli accordi sulla nuova Costituzione dell'Ue. Ieri invece il Cavaliere ha citato il rilancio dell'economia e la riforma delle pensioni. Sul primo fronte, peraltro, in Italia ha fallito; del secondo tema si è occupato poco o niente, con la scusa che prima o poi ci avrebbe pensato l'Europa. Come referenze per il suo prossimo incarico, questi precedenti non sono un granché.
In tali condizioni la maggioranza del fu Ulivo insiste nell'offrire al governo italiano la propria collaborazione, in particolare per il pieno successo del semestre europeo. Il gesto va segnalato in quanto è due volte generoso, al limite dell'autolesionismo: perché a Berlusconi fa orrore la sola idea di farsi aiutare dall'Ulivo, e perché il ripristino del prestigio italiano sembra una causa già persa in partenza. In ogni caso, amici del centro-sinistra, auguri.

altdorfer
  

Il trotzkismo armato che anima la Casa Bianca Adriano Sofri su 
la Repubblica del 15 aprile

A Mario Pirani è venuto in mente un paragone fra l´interventismo planetario dei neoconservatori americani di oggi e il trotzkismo della rivoluzione permanente di ottant´anni fa: reso inquietante dal ricordo che a fermare - con le brutte - l´internazionalismo trotzkista fu "l´accorta spietatezza" di Stalin e del "socialismo in un paese solo". Paragone acuto, che rianima le categorie un po´ esauste di isolazionismo e interventismo, e che mi ha incuriosito di più perché mi ero accorto da poco che qualche teorico dell´interventismo neorepubblicano ebbe una gioventù trotzkista. Oltre un´ardita analogia storica, c´è forse qualche tortuosa discesa per li rami?
Mi ha colpito ancora di più un´altra scoperta (divento così ignorante che i miei giorni sono pieni di scoperte) imbarazzante, perché avevo alla leggera applicato all´interventismo dell´America di Bush la categoria del napoleonismo: per l´idea della democrazia esportata a mano armata, che più che giacobina fu napoleonica. La scoperta è che l´interessante ministro degli esteri francese, Villepin, improvviso oratore principe del non interventismo legittimista, e addirittura del pacifismo, è un recente biografo di Napoleone, e fervido ammiratore. E (almeno a stare alla severa recensione di David A.Bell per The New Republic, tradotta dal Foglio) ammiratore, oltre che della grandeur francese, dei granduomini, di cui Napoleone è stato la quintessenza. Al giorno d´oggi io inclino meno al Napoleone di Stendhal e assai più al Napoleone di Tolstoj, e peggio. Comunque, non ammetterei interpretazioni del napoleonismo che non dessero un posto centrale al carrierismo di un provinciale intenzionato a guadagnarsi un´arciduchessa, magari a costo di fabbricarsi un impero. È questo connotato che fa di Napoleone un modello per i grandi dittatori europei del Novecento, e sembra invece estraneo alla democrazia americana, nella quale il formidabile personalismo presidenziale è arginato rigidamente dalla scadenza del mandato. Anzi, le stesse circostanze che fanno dire all´estremismo antiamericano che gli Stati Uniti, con una così alta astensione elettorale, non sono una democrazia, e che in particolare l´elezione di Bush, col pasticcio delle poche schede di Florida, è stata un "colpo di Stato", appaiono al contrario come una conferma dell´antinapoleonismo. (Caso mai minacciato dai ricorsi dinastici, come nei due Bush e le due guerre del Golfo. Guardarsi dai dinastismi, sia pure elettivi: è ormai provato su vasta scala che l´ereditarietà dinastica è stata un connotato decisivo dei comunismi reali, in Corea del nord e in Romania, in Serbia e in Iraq e in Vietnam e a Cuba, e oltretutto che i figli dei tiranni sono per lo più imbecilli e abietti).
Dunque rinuncerò al napoleonismo e mi lascerò tentare dal trotzkismo: unica nemesi di quell´eterodossia anche lei spietata e autoritaria, ma vocata al minoritarismo, e però a distanza di tre quarti di secolo capace di decidere delle elezioni francesi, di ispirare Hollywood, e ora di rivelare l´intenzione "rivoluzionaria" della politica americana dopo l´11 settembre. Dopo l´11 settembre: è importante da ripetere, perché la vasta divulgazione dei piani di guerra all´Iraq preparati fin da qualche anno prima ha indotto molti a cancellare quella svolta fatale, o a farne tutt´al più il pretesto conveniente a far uscire le strategie dai cassetti accademici. Tanto più che avrebbero deplorato prima dell´11 settembre la vittoria di Bush e la sua amministrazione come irresistibilmente "isolazionisti".

L´Iran può - niente paura: mutatis mutandis - essere il nostro Vietnam. È soprattutto sciita, ma non è arabo (se non per una piccola minoranza). Nella quasi infinita guerra con l´Iraq la rivalità nazionale contò più dell´affinità religiosa con la maggioranza sciita irachena, ed è ancora così. (Per fortuna, direi). Era stato il gran paese dello scià, dell´Impero di Persia, della violenza poliziesca, dell´americanismo spinto e del petrolio infeudato. La rivoluzione khomeinista "fece da sé", e consegnò il potere al fanatismo clericale sciita. Quel barbarico potere tiene da un quarto di secolo, ma dentro i suoi ceppi è cresciuta una società civile e femminile che si prende delle libertà e aspira alla libertà. Una resa dei conti verrà - e l´evento iracheno non potrà che affrettarla. È possibile che prenda la strada della guerra civile, e noi sapremo da che parte stare. Ci staremo, da quella parte, e come? Col Vietnam, pensammo sul serio ad arruolarci in Brigate internazionali, come nelle canzoni della Spagna repubblicana: poi decidemmo che l´Indocina ce l´avevamo qui, nell´officina. Oggi non ci arruoleremmo per l´Iran, siamo più appesantiti dal senso del ridicolo e più alleggeriti dalla nostra nonviolenza. Ma la nonviolenza chiede una forza legittima. Ammetteremo che una forza internazionale sostenga la rivendicazione dei diritti umani e civili della gente libera e inerme dell´Iran? Lascio qui la domanda, un titolo in più della casistica da riaprire.
Il movimento prima no e poi neoglobal ha prediletto nella sua fase originaria impeto e assalto: l´assalto ai fortilizi dei potenti a convegno e l´assalto alla povertà e all´ingiustizia del mondo. All´ingiustizia della povertà, magari a scapito dell´ingiustizia dei diritti e della libertà negati che si tengono a vicenda, però. Se separiamo la povertà dai diritti e dalla democrazia, il nemico è inevitabilmente l´America e l´Occidente (e Israele): siamo noi, il nostro nemico. Dobbiamo rinnegarci, e passare le linee. Non faremo abbastanza attenzione né alla Cecenia, né al Tibet, né ai cristiani ammazzati in Africa e in Asia. Neanche al regime di Saddam, o della Cambogia: del primo vedremo lo strozzamento per fame, del secondo non vedremo che è mantenuto per intero, senza contropartite, dai fondi europei. Mondo complicato. Poi arrivano i rivoluzionari della destra americana, col loro trotzkismo armato (Trotzky aveva una gran passione per la forza armata), e lo spirito di assaltatori dei no e poi neoglobali e pacifisti ripiega su una specie di autismo, di devozione allo status quo, di ritorno più o meno inconsapevole al programma del disarmo unilaterale. E, magari, a uno "stare per sé": tenere l´Italia fuori dalla guerra, tenere la guerra fuori dall´Italia. Chiamarsi fuori. Non è questo il nostro stemma. Noi siamo di quelli che si mettono in mezzo, quelli del mondo intero.

bosch
  

Il nemico dell'OccidenteUn concetto ambiguo e dinamicoFranco Cardini su 
Golem l'Indispensabile 

Credo che abbia ragione Massimo Fini ne Il vizio oscuro dell'Occidente (Marsilio), quando osserva che all'Occidente moderno (o, se si preferisce, alla Modernità: giacché i due termini sono in realtà sinonimi) ben si attaglia l'autodefinizione, rovesciata, che Mefistofele dà di se stesso nel Faust di Goethe: "Io sono lo spirito che vuole sempre il Male ed opera eternamente il Bene". Il che equivarrebbe a sostenere, se si volesse essere un tantino pesanti, che l'Occidente ha il tocco di Mida al contrario, e quel ch'esso tocca non è proprio in oro che si trasforma. E intendiamoci: a giudicare da taluni devastanti effetti della globalizzazione, si direbbe che le cose stiano proprio così.
L'eroe fondatore dell'Occidente moderno - ben l'ha capito un grande storico, David S. Landes - è Prometeo. In una splendida tela di Gustave Moreau, che si conserva nel suo museo parigino, l'eroe che si sacrifica per l'umanità ha gli inequivocabili tratti del Cristo: e il suo supplizio, incatenato su un picco caucasico, richiama con una forza trascinante la crocifissione. È l'eroismo umano divinizzato, il Cristo immanentizzato nell'umanità (Immanentizzazione, ch'è cosa ben diversa dall'Incarnazione), perfetta rappresentazione del mito romantico e progressista dell'Occidente che infrange ogni vincolo e ogni ostacolo, che disobbedisce agli dèi e si fa dio di se stesso, che pretende di fare soltanto il Bene per il semplice, tautologico fatto che ritiene sempre bene quel che fa: al pari del vecchio ottimismo storicistico, secondo il quale tutto quel che accadeva era bene perché accadeva ed accadeva perché era bene.
Ritenendosi realizzatore del migliore dei mondi possibili e scopritore-inventore della formula costitutiva di un inscindibile insieme di libertà, verità, giustizia, ragione, tolleranza e ricerca della felicità, l'Occidente moderno non è praticamente disposto a tollerare in alcun modo "l'Altro da Sé"; esso non può accettare alcuna forma di civiltà che sia diversa dalla sua ma di pari dignità né ritenere possibile che possano esistere alternative (e, meno ancora, ch'esso possa essere in torto). Gli apologeti dell'Occidente, confondendo tra relativismo etico e relativismo antropologico, mostrano d'ignorare la grande lezione lévistraussiana secondo la quale ciascuna civiltà va giudicata nel suo complesso e non c'è nulla di più improponibile di isolarne i singoli componenti per esaminarli alla luce di principî che non sono i suoi.
Ne consegue che l'Occidente moderno è affetto dall'infezione totalitaria espressa dal suo "pensiero unico" che lo conduce a concepire un unico modello di sviluppo per tutta l'umanità. Esso è, inoltre, vittima d'una schizofrenia irremissibile tra la tolleranza e i diritti dell'uomo, valori che ritiene fondanti della sua identità, venera a parole e sostiene di difendere, e il nucleo duro e profondo della sua realtà fondata sull'avere e sul fare anziché sull'essere: la Volontà di Potenza. La folle neoideologia dell'"esportazione della democrazia" proposta dal gruppo dei neoconservative ispiratori della politica del presidente Gorge W. Bush jr., il gruppo dei Wolfowitz, dei Perle, del Kagan, dei Rumsfeld, si fonda sulla vertigine di questa persuasione di eccellenza e di superiorità, sulla convinzione di un "destino manifesto" in grado e in diritto di estendere a tutto il mondo quel "cortile di casa" che, nella tesi isolazionista di Monroe formulata nel 1823, si estendeva all'intero continente americano. Che poi questa sconfinata volontà di potenza, questa ineusaribile ricerca del benessere, della sicurezza della felicità, finisca in realtà col rendere chi cade in questo vortice eternamente insicuro, infelice e inappagato, è un altro discorso: ma nasce proprio da qui il rischio della "guerra infinita" nella quale i cantori del nuovo Occidente rischiano di trascinarci.
Ma, sul piano delle definizioni, siamo nel campo d'un infinito equivoco. L'Occidente sembra oggi una "cosa" reale, un termine chiaro che indica un soggetto preciso: quella "civiltà occidentale" che, secondo Samuel P. Huntington, corre il rischio di venire assalita da altre civiltà, compatte e ben delineate come la sua ma ad essa ostili. Peccato che si tratti soltanto, al contrario, di nomina nuda. "Occidente" non è una cosa, una realtà geostorica o geoculturale: è una parola equivoca, che ha subito nel tempo una serie di slittamenti semantici e il cui attuale significato è tanto recente quanto equivocamente e perversamente diverso da come lo intendono molti europei convinti che esso ed Europa siano quasi sinonimi.
Il che, intendiamoci, è peraltro etimologicamente vero. Giovanni Semerano ha dimostrato che la parola "Europa" nasce da una radice accadica passata poi nel grecoerebos e indicante, appunto, il luogo dell'orizzonte nel quale il sole tramonta, laddove la parola "Asia", al contrario, deriva da un altro termine accadico indicante l'alba. Se ci si potesse limitare ai semplici valori etimologici, l'identità tra Europa e Occidente (e tra Asia e Oriente) sarebbe perfetta. Ma questo non è, purtroppo, un lusso che ci si possa permettere quando si vuol evitare di cadere in trappole grossolane.
Al di là dell'antica contrapposizione tra Asia ed Europa, celebrata in un passo immortale de I Persiani di Eschilo, l'attrazione e la fusione dei valori "orientali" (asiatici) e di quelli "occidentali" (ellenici e poi romani) è passata attraverso le grande sintesi ellenistica, avviata da Alessandro Magno e perfezionata da Cesare - erede del grande pensiero maturato attraverso il "circolo degli Scipioni" - e dalla cristianizzazione dell'impero. I termini "Oriente" e "Occidente", nel mondo tardoantico e medievale, sono stati certo utilizzati: ma nella prospettiva del rapporto tra la pars Orientis e la pars Occidentis dell'impero romano uscito dalla spartizione imposta dal testamento di Teodosio, alla fine del IV secolo. Ai primi del XII secolo un cronista della prima crociata, Fulcherio di Chartres, celebrando il fatto che "franchi" e "italici" dopo la conquista della Terrasanta si fossero impiantati in Palestina, sosteneva che di "occidentali" essi si erano fatti "orientali". Ma non si andava neppure con ciò al di là della distinzione d'origine teodosiana.
Nonostante quanto oggi si crede, l'uso corrente d'identificare la "nostra" con la "civiltà occidentale" è recente. Ancora ai primi del XX secolo, si parlava piuttosto d'Europa, per quanto io tenda a vedere "l'invenzione dell'Occidente" in quel proiettarsi dell'Europa oltre i suoi confini che si è verificato a partire dalla fine del XV secolo e ha coinciso con l'inizio dell'età delle grandi scoperte e delle conquiste geografiche. Il nascere dell'orientalismo come corrente estetico-letteraria, certo, prospettava una qualche distinzione Oriente-Occidente; ma il secondo termine restava sinonimo di Europa. Oswald Spengler, parlando di un Tramonto dell'Occidente, pensava soprattutto all'Europa. Anche gli storici che hanno ustato con sicurezza i termini di "Occidente" e di "civiltà occidentale", come Christopher Dawson e Elijahu Ashtor, non sono andati al di là d'una distinzione che implica diversità ma non appare come contrapposizione. Si potrebbe comunque, tra Cinque e Novecento, seguire l'itinerario di un costante collegamento tra l'idea di sviluppo, di dominio tecnologico, di razionalità-ragione, di progresso, e l'Occidente inteso, come appunto l'Europa, in crescente contrasto con un "Oriente" (o con più "Orienti") luogo (luoghi) della tradizione, dell'immobilità, del sogno, della magia, del favoloso-irrazionale. La civiltà europea sentita da Hegel come "la grande sera" del giorno della civiltà umana è forse il punto d'arrivo del maturare di questa concezione.
Il mutamento importante che riguarda i nostri giorni ha radice però nella pubblicistica statunitense. Come dimostra molto bene Romolo Gobbi nel suo America contro Europa (MB Publishing) è nel XIX secolo che scrittori e politici statunitensi guardano al loro continente e agli States come a quell'Occidente di libertà contrapposto al quale c'è un "Oriente" che gli europei non si aspetterebbero: l'Europa, appunto (del resto ineccepibilmente e obiettivamente a est dell'America), terra dell'autoritarismo, della tradizione, degli infiniti ceppi teologici e giuridici che imbrigliano la libertà.
Quest'identità statunitense di Occidente e libertà è tornata, dopo Yalta, a sostanziare di sé la nuova dicotomia del potere sull'ecumene, distinta ormai fra un "Mondo libero" e un "Mondo socialista": due mondi che appunto s'incontravano e confinavano nella Cortina di Ferro che tagliava in due l'Europa; e che convergevano nel far sparire il concetto stesso di Europa. La fine del tempo dell'equilibrio tra le due superpotenze (guerra fredda sì, ma anche spartizione e sotto molti aspetti complicità) ha condotto con chiarezza a una nuova situazione, definita appunto da Samuel P. Huntington: l'Occidente come cultura unitaria e compatta, ma caratterizzata dalla leadership della volontà politica e dei valori elaborati dagli Stati Uniti, cui la "vecchia Europa" è chiamata in molti modi a uniformarsi e rimproverata di non uniformarsi abbastanza. Dinanzi a questo nuovo "Occidente", l'Europa - conforme del resto anche alla realtà geografica del globo - dovrebbe forse rintracciare la sua vocazione di civiltà nata e cresciuta in stretto contatto con il mediterraneo, l'Asia e l'Africa, e alla luce di ciò rivendicare un ruolo di cerniera con gli "Orienti". Essere occidentali ed essere europei non è più sinonimo.

brueghel
  

L'anello mancante tra società civile e politica
Ilvo Diamanti sul sito di 
Libertà e Giustizia 18 aprile

Se ci voltiamo e guardiamo indietro, scopriamo che nell'ultimo anno e mezzo il rapporto fra società e politica, in Italia, è cambiato moltissimo. In particolare, per quel che riguarda la partecipazione. Si pensava e si diceva che nella società si fosse spenta la voglia di mobilitarsi a fini pubblici. Per protestare, esprimere sdegno oppure condivisione rispetto a obiettivi comuni. E, infatti, gli anni novanta sono stati pervasi di rabbia, dapprima, poi di speranza e di delusione. Ma senza partecipazione. Per protestare si usavano altri mezzi, altri strumenti. I referendum, ad esempio. Occasioni di esprimere risentimento ma al contempo strumenti per modificare le regole, le istituzioni. Perché la partecipazione rispondeva a una domanda di cambiamento diretto. Secondo lo spirito del tempo. Democrazia diretta. Immediata. Senza mediazioni. Appunto. Altro strumento di protesta: la sfiducia. Una sfiducia spessa e grigia, che si poteva vedere, respirare. Un clima torpido, greve, difficile da sopportare, per tutti. Chi stava al governo, per anni, ha dovuto fare i conti con questo modello di partecipazione “non convenzionale”: la sfiducia. Il distacco. Il rifiuto. Perché oscurava l'orizzonte. Affumicava le lenti con cui si guarda il mondo. E tutto appariva in ombra. Opaco. Le cose fatte, le riforme avviate, le politiche realizzate. Non si vedevano. O, comunque, non se ne coglievano gli effetti. E se qualche immagine trapelava, era macchiata di grigio.
Peraltro, nello scorso decennio, i canali della partecipazione risultano perlopiù “invisibili”. Non si “faceva” politica. Si “parlava” di politica. Con parenti e conoscenti. Parlavano di politica, i politici. In tivù. Attraverso i media. Più televisione meno partecipazione (diretta). La regola imposta da Berlusconi, nel 1994, molto presto viene condivisa anche dagli altri. Tutti. Centrosinistra e sinistra compresi. In televisione. Nei telesalotti. Basta con le piazze, con le strade. Basta con la partecipazione visibile. Tutti a casa. Senza rischio. Noi, singolarmente, al di qua dello schermo. Loro, i politici, al di là. A parlare fra loro, a rivolgersi a noi. Spettatori. Opinione pubblica. Nell'ultimo anno, però, la scena è cambiata. Si è assistito a una partecipazione crescente, a molteplici occasioni di mobilitazione. Ha cominciato Nanni Moretti, in una manifestazione semideserta organizzata dall'Ulivo. E' salito sul palco dei leader è a fatto megafono al disagio generale della sinistra. Ha funzionato come una scintilla. Le polveri c'erano già. Pronte ad essere incendiate. Da allora è partita una lunga composita e ramificata sequenza di manifestazioni: piccolissime, piccole, medie e grandi. Girotondi, marce, adunate. Alcune mobilitazioni di massa. Con diversi argomenti, diversi motivi, diversi temi: la libertà di comunicazione rai, la giustizia, il lavoro, l'articolo 18; e poi i decreti governativi sui procedimenti giudiziari. Infine, dall'autunno scorso, la pace e la guerra. L'opposizione all'intervento militare in Iraq, il rifiuto della politica internazionale degli USA. Un processo ampio, esteso, che ha coinvolto milioni di persone. Con alcuni protagonisti sociali, da tempo defilati: i giovani, i giovanissimi. E altri nuovi: le donne, le madri, le casalinghe. Considerati fino a ieri anelli deboli della partecipazione politica.
Non mi interessa, qui, tessere l'elogio dei movimenti e dell'effervescenza della società. L'elogio del vitalismo. (Io, per natura e temperamento, non marcio e non manifesto; sono riservato e “mediano”. Anche nel calcio. Mi piacciono Tacchinardi, Emerson, e Albertini). Né mi interessa ragionare sul merito dei contenuti. Mi interessa, invece, sottolineare questa svolta, questo viraggio. La protesta, il malessere senza mobilitazione, senza partecipazione, senza visibilità, dello scorso decennio, hanno cambiato segno e direzione: oggi si traducono in partecipazione attiva, esplicita e visibile, appariscente. Mantengono e accentuano le forme del passato recente: l'opinione pubblica, i media. Ma tornano a “usare” le piazze e le strade; a occupare luoghi pubblici ed evidenti. Inoltre, intraprendono vie e strumenti differenti: come le bandiere esposte alle finestre e ai terrazzi. Un modo di partecipare e condividere in modo visibile senza allontanarsi di casa. Perché non tutti possono, con facilità, (oppure vogliono) recarsi Roma o nelle città maggiori, per sfilare con gli altri. Quindi: si osserva una diffusa, ampia disponibilità a partecipare, che nello scorso decennio si era eclissata. E al contempo, rispetto agli anni novanta, si assiste a un cambiamento di argomenti e di parole. Restano sullo sfondo i temi acquisitivi, utilitaristi: il fisco, l'interesse locale, la paura personale. Si affermano i temi centrati sull'identità, sulla libertà, sui diritti: l'informazione e la comunicazione, la pace, la democrazia e la sicurezza “globale”.
Un cambio d'epoca. Che riflette l'intento delle persone di “contare” e di contarsi. Ma riflette anche l'esigenza di colmare il vuoto lasciato dalla politica, che oggi agisce sui media e dentro alle istituzioni, ma lontano dalla società.
Peccato che questi cambiamenti, nuova domanda, questa nuova pratica di partecipazione non trovino risposta adeguata. Peccato. Le forze politiche di maggioranza, d'altronde, sono eredi della fase precedente, di rivendicazione senza mobilitazione. Espressa attraverso i media e il brontolio di sfondo. Mentre l'opposizione, quella è figlia di una fase ancor più vecchia. Immagina la partecipazione come militanza, ideologia. Così, questa stagione di cambiamento, di partecipazione, rischia di sfinirsi, defluire in delta, tracimare in frustrazione e nuova delusione.
Invece, i movimenti, i cambiamenti del clima d'opinione, per durare e contare, devono istituzionalizzarsi. Influenzare le istituzioni, cambiare l'agenda e il linguaggio della politica, innovare le forme di rappresentanza e i modelli organizzativi, formare nuova classe dirigente. Ma ci vogliono risposte adeguate, perchè questo avvenga. Dal sistema politico, dalle istituzioni. Dall'interno del movimento e della società.
Invece assistiamo a due opposte linee, due opposti indirizzi, entrambi riduttivi.
Da un lato, c'è chi rivendica il primato della politica, dell'autonomia della politica dalla società e dai suoi movimenti. La politica si fa nei luoghi della politica, in Parlamento. Si fa progettando, programmando, realisticamente. C'è chi, per questo, guarda i movimenti con sospetto: li considera antipolitica, perché non sono “ragionevoli”, non delineano obiettivi chiari.
Dall'altro lato, c'è chi i movimenti li insegue, li blandisce, ne sancisce lo statuto politico, di attori che entrano nell'agone della rappresentanza in modo diretto. C'è chi contrappone movimenti e classe politica, opinione pubblica e governo-sistema politico. Chi medita di fare dei movimenti un soggetto politico rappresentativo, chi pensa di legittimarsi marciando con i movimenti e nei movimenti, mutuandone il linguaggio, senza rielaborarlo.
Politica lontana dalla società. E società lontana dalla politica. Politica fondata sull'autonomia dalla società e società che si propone di fare politica contro la politica.
Resta un anello mancante, a scindere queste due prospettive. Fra chi pensa di cambiare la politica e le istituzioni potere senza misurarsi con i movimenti che agitano la società, considerandoli un disturbo. E chi ritiene di dare rappresentanza politica ai movimenti sociali senza tradurne il linguaggio, i valori, i messaggi in termini politici, solo riproducendone forme e contenuti, senza mediazione.
Ci vuole una stagione di nuove associazioni, nuove istituzioni, nuove riviste, “fondate” dalla società civile, per raccogliere, intercettarne le voci, le domande, i valori. Per favorire la circolazione di nuove élites. Ci vuole una stagione di ascolto, (auto)revisione organizzativa, comunicativa, da parte dei partiti, del sistema politico, per evitare che i cespugli cresciuti, rigogliosi, in questa stagione, rinsecchiscano oppure divengano arbusti selvatici, incapaci di arricchire il giardino della democrazia.

pisanello
  

Michele Serra e Fidel CastroSu 
la Repubblica 

12 aprile
Non sappiamo un granché dei dissidenti cubani condannati pochi giorni fa a qualche decennio di galera, se non che sono dissidenti, sono cubani e sono in galera. è quanto dovrebbe bastare, direi, almeno per una mini-mobilitazione di una sinistra distratta e (anche qui) masochista, che non riesce a cogliere il nesso tra la propria autorevolezza in tema di diritti e la capacità di esercitarla senza omissioni "di parte". L' argomentazione - forte - del superiore livello di scuole e ospedali cubani, rispetto al disgustoso classismo della quasi totalità dell' America Latina, non regge più, se mai abbia retto. Perché il prezzo non può essere - mai - la libertà di espressione, di movimento e di dissenso politico. Curiosamente, il realismo un po' cinico con il quale un pezzo della (vecchia) sinistra oppone al difetto di democrazia a Cuba l' abbondanza di servizi sociali, è speculare a quello della destra di mercato quando alza le spalle di fronte all' indecente scempio di diritti sindacali e anche umani che il "progresso" economico introduce nel terzo mondo. Qui l' argomento è: d' accordo, sfruttano il lavoro dei bambini, però almeno gira qualche dollaro in più~ Ognuno è disposto a chiudere un occhio quando i "suoi" usano mezzi sporchi per un fine ritenuto lodevole. Ma mezzi sporchi, ormai è stradimostrato, sporcano anche il fine. E offuscano le coscienze.

16 aprile
MI sono arrivate diverse lettere a proposito di un' Amaca sulla libertà a Cuba. Nessuna - come temevo - di indignata difesa dell' ultima roccaforte del socialismo. Almeno una, però, mi rimprovera cortesemente di usare gli stessi argomenti della propaganda americana, che confonderebbe il dissenso politico con la delinquenza comune. Ora, a parte che la fucilazione per direttissima dei delinquenti comuni non mi pare, in via di principio, difendibile da chi si ritiene di sinistra, dubito, ahimè, che la repressione del dissenso, l' inesistenza di un' opposizione legale e le dure limitazioni alle libertà personali siano "propaganda americana". Temo che siano cattiva propaganda cubana, ispirata dall' erronea convinzione che la libertà dal bisogno (e dunque buone scuole, buoni ospedali e un minimo di sussistenza garantita a tutti) possa affievolire il bisogno di libertà. Cuba è un eccellente test per ogni mentalità di sinistra: un piccolo paese coraggioso ottusamente osteggiato da un gigante come gli Usa, fiero delle sue conquiste sociali e dignitoso nella sua povertà. Ma non libero. Ripeto: non libero. Non è questa - la non libertà delle persone - una condizione sufficiente perché ci si opponga al regime di Castro? La domanda è semplice e spero non semplicistica. Alla risposta si chiede di essere altrettanto semplice.

19 aprileAncora su Castro e la sinistra italiana. Un pezzo del dilemma è allentare il crampo affettivo che ancora lega molti maturi compagni alla loro giovinezza da barbudos. Ma l´altro pezzo è l´arroganza normalizzatrice con la quale un autonominato "pensiero occidentale" pretende di piallare dalla faccia della terra ogni differenza e asperità. Anti Castro e dunque filo Usa, questo è il passo? Ma uno come me, per esempio, che scrisse male del dittatore Castro quasi vent´anni fa, sulla prima pagina de l´Unità (senza alcuna audacia, per giunta: già allora la maggioranza dei lettori la pensava come me), ma ha in totale disgusto il classismo bieco e la povertà indecente perfettamente compatibili, in America Latina, con il glorioso libero mercato, che dovrebbe fare e dire? Che sinistra vogliono, i puntuti censori democratici, una neosinistra finalmente in regola con il rispetto dei diritti umani senza se e senza ma, o una nonsinistra che ingoia le porcherie del liberismo, applaude l´embargo e sottoscrive la "democratizzazione" dell´Iraq in punta di missile? E se domani o dopodomani la rivoluzione permanente di Bush volesse imporre a schiaffoni anche ai cubani il glorioso modello privatistico che ingrassa i ricchi e fotte i poveri, possiamo essere "né con Castro né con Bush", in quanto di sinistra, oppure saremo accusati di intelligenza col nemico? Cioè: la sinistra può ancora essere di sinistra, o non è dato?

klimt
  

Prodi: "La Russia non entra nella Ue""Atene è una svolta, ora serve la difesa comune"
Andrea Bonanni su 
la Repubblica del 19 aprile

BRUXELLES 
- La Russia nell'Unione europea, come continua a chiedere Berlusconi? Per il presidente della Commissione, Romano Prodi, la questione non si pone proprio. Il vertice di Atene che ha coronato il suo obiettivo di un'Europa finalmente riunita, spiega, "ha anche consacrato la nostra politica di vicinato che dà al continente un assetto definitivo, almeno per la prossima generazione"
E quale sarebbe, questo assetto?
"Ad Atene abbiamo aperto l'Unione non a sei, come era previsto inizialmente, ma a dieci nuovi membri come avevo proposto. I referendum popolari di adesione vanno a gonfie vele dimostrando che l'unificazione non è solo una scelta dei governi, ma anche e soprattutto dei popoli. Poi ci sono Bulgaria e Romania che stanno marciando forte per tenere l'appuntamento dell'ingresso nel 2007. Le porte dell'Unione potranno ancora aprirsi per la Turchia, per le repubbliche dell'ex Jugoslavia, per l'Albania. Poi, almeno nel futuro prevedibile, basta. Come scriviamo nel documento della Commissione che ha trovato un largo consenso al vertice di Atene, attorno alle frontiere dell'Unione si creerà un "anello degli amici": paesi che, dalla Russia al Marocco, avranno rapporti strettissimi con l'Europa. Con loro potremo condividere tutto, tranne le istituzioni".
E la Russia?
"Alla Russia va bene così. Ad Atene ho parlato con il ministro degli esteri russo, Ivanov, e mi ha confermato quello che già aveva detto Putin, cioè che non è nelle loro intenzioni chiedere di entrare nell'Unione europea".
Ma Berlusconi insiste...
"Posso solo dire che ad Atene non ho sentito altre voci in questo senso. Neppure quella di Ivanov. Un allargamento senza un disegno politico va bene solo a chi vuole ridurre l'Unione europea ad una zona doganale".
Soddisfatto, allora, di aver portato a termine il principale obiettivo della sua Commissione?
"Sì. Anche perché in questi giorni nella sala del Consiglio, agli incontri, alle cene, ho veramente respirato uno spirito di identità europea tra tutti e venticinque i membri. E' questo che dobbiamo chiedere all'Europa: non solo accordi commerciali ma l'essere parte dello stesso destino".
Un destino mica tanto chiaro, però. E che l'allargamento rende più problematico. I nuovi arrivati sembrano portare valori più atlantici che europei, poco compatibili con il progetto di una vera Unione politica...
"Ho affrontato chiaramente la questione con tutti i nuovi governi. Ho parlato della lettera degli Otto e anche di quella del Gruppo di Vilnius che hanno spaccato l'Europa sulla questione irachena. E il messaggio che ho spiegato e ripetuto è questo: è vero che la nostra politica estera è ancora in formazione, è vero che su certi punti manca l'accordo anche tra i vecchi membri dell'Ue. Ma sia chiaro che se entri nell'Unione entri in una famiglia. Non si può pensare di affidare il portafoglio all'Europa e la sicurezza all'America".
E loro cosa rispondono?
"Giustamente fanno osservare che occorre prima crearla, questa politica estera e di difesa dell'Europa. Ma credo che abbiano capito il senso del mio discorso".
Anche i polacchi?
"Anche loro. Ne ho parlato con il presidente Kwasniewski. Certo non fa piacere che il giorno dopo la cerimonia di adesione la Polonia firmi un megacontratto per l'acquisto di caccia americani. Ma anche altri paesi membri hanno fatto lo stesso...".
Insomma lei è ottimista?
"Sì. Anche sui temi della Convenzione i nuovi si sono schierati massicciamente per difendere le istituzioni comunitarie, contro un eccessivo del Consiglio. Hanno il senso dell'Europa. Ma certo hanno anche il senso di una storia che dobbiamo cercare di capire e rispettare. Sentono di dovere la loro liberazione agli Stati Uniti. E su questo hanno ragione. Ciò comunque non impedisce ai nuovi entrati di volere con forza una politica estera comune".
Già, ma quale? Quella dell'Europa o quella degli Usa? Non crede che questa frattura diventi sempre più grave?
"Vedremo se davvero queste posizioni sono inconciliabili come qualcuno dice. Io non lo credo. Anche dalla Convenzione viene una forte spinta perché l'Europa si doti di una vera personalità politica. L'idea di un ministro degli esteri europeo, che segue le direttive del Consiglio ma che fa parte della Commissione, mi sembra un grande passo avanti. E i dati dell'ultimo Eurobarometro, la nostra indagine demoscopica, dimostrano che una larghissima maggioranza di europei vuole una politica estera e di difesa".
In un'Europa così disorientata qual è il margine di mediazione della Commissione?
"Credo che possa essere fondamentale. Ad Atene ho avvertito un forte desiderio di preservare unì istituzione che tuteli gli interessi generali, che componga la rottura tra i "grandi" e i "piccoli", tra i filoatlantici e i filoeuropei. Non è retorica se tutti cominciano i loro interventi chiedendo più poteri per la Commissione".
Berlusconi per la verità vorrebbe abolirla...
"Ha detto lui stesso che si trattava di uno scherzo".
Va bene, ma quale potrebbe essere allora la strada di un possibile compromesso tra "partito americano" e "partito europeo" in politica estera?
"Il problema è di metodo decisionale. La politica estera europea ha sofferto delle sue divisioni e soprattutto dell'abilità con cui gli Stati Uniti le hanno sfruttate. Occorre trovare un metodo che ci consenta di coagulare consenso su strategie comuni. Credo che l'idea di un ministro degli esteri ancorato alla Commissione e al Consiglio vada nella direzione giusta. In fondo gli unici che la contestano integralmente sono i britannici".
Però lei ha difeso l'iniziativa autonoma del vertice franco-belga-tedesco sulla difesa: un passo non molto comunitario...
"L'ho difesa come avevo difeso l'accordo franco-britannico di Saint Malo, che ha portato alla creazione della Forza di reazione rapida europea. E ho insistito con francesi, belgi e tedeschi perché l'iniziativa resti aperta a tutti".
Ma se si arrivasse alla creazione di un quartier generale autonomo, come i belgi propongono, non diventerebbe un'iniziativa anti-Nato?
"E perché mai? Forse che gli Stati Uniti non hanno i loro quartier generali autonomi pur essendo nella Nato? Si andrebbe verso un'alleanza veramente fondata su due pilastri, uno europeo e uno americano".
Ma si creerebbero degli inutili doppioni...
"E quelli americani, allora, che cosa sono? Questa è la vera Nato, un arco che si appoggia su due pilastri. Non quella a cui ci siamo abituati, che è solo la Nato degli americani".
Come pensa di convincere i super-atlantisti dell'Unione?
"Anche loro dovranno rendersi conto che, guardando al futuro, si tratta di uno sviluppo inevitabile. Sto parlando di una visione. Non si può fare politica se non si ha una visione. Certo, ci vorrà molto tempo. Ma alla fine dovrebbero essere proprio gli americani a rallegrarsi. Ricordo quando ai tempi del Kosovo gli Stati Uniti rimproveravano a noi europei di spendere l'equivalente del 60% del bilancio Usa per la difesa ma di avere meno di un decimo delle loro capacità operative. E' una lezione che non ho dimenticato".
Intanto però si direbbe che siano proprio i neoconservatori americani i meno interessati a mantenere il legame atlantico...
"La politica degli Stati Uniti è così adesso. Ma non è stata così in passato e non è detto che debba esserlo domani. Paradossalmente, l'ostilità verso l'Europa cresce con la possibilità di frammentare le posizioni degli europei. Un'Europa più unita si farebbe rispettare di più e renderebbe più facile la cooperazione tra le due sponde dell'Atlantico".
Berlusconi dice che dobbiamo accettare il fatto che gli Stati Uniti sono l'unica superpotenza globale e non cercare di contestarne la supremazia...
"Che gli Usa siano una superpotenza è innegabile. Ma di fronte a questa constatazione si può reagire in due modi. Si può accettare il fatto compiuto. Oppure si può cercare di crescere abbastanza da poter offrire al mondo modelli alternativi, come l'Europa ha fatto con il protocollo di Kyoto, con il Tribunale penale internazionale, con l'euro".
Vuol dire che l'euro è stato il punto di svolta?
"Sì. Perché il problema Europa negli Stati Uniti si è posto solo adesso? Perché almeno su un punto, quello della moneta, abbiamo dimostrato di essere competitivi. Per dieci anni ci hanno ridicolizzato nei nostri sforzi verso l'Unione monetaria. Quanti premi Nobel ci hanno spiegato che la moneta unica non era materialmente possibile? Ora l'euro è una realtà che fa concorrenza al dollaro sui mercati mondiali, e gli americani scoprono la questione europea. Il mio sogno è che lo stesso percorso, per quanto accidentato e difficile, possa compiersi anche per l'identità europea di sicurezza e di difesa. E so che questo sogno si avvererà".

boucher
  

Il refuso germogliaEmilio Gauna su 
Golem l'Indispensabile 

Una guardia è una Guardia e non ci piove: incute rispetto, fors'anche un po' di timore. Ma che cosa sarà mai una Gaurdia? Qualcosa che spaventa e mi allarma: un mostro possente, forse; una specie di enorme gorilla che sbadiglia, da sopra le nostre spalle? Può darsi...
Ieri stavo prendendo appunti sulla Katarina Ismailova di Dimitri Sciostakovic, una storia cupa di cronaca nera che somiglia a Ossessione di Visconti. Mi è uscita fuori una Katatina che invece fa tenerezza, forse una fata gentile e un po' imbranata, paffutella...
Strane scoperte spuntano dal computer. Le lettere ci sono quasi sempre tutte; se fai l'appello, di solito, le trovi, ma l'ordine in cui escono sullo schermo lascia stupefatti e a volte pare di intuire una qualche volontà nascosta, forse una Musa del computer intenta alla sua misteriosa opera.
Di certo c'è che gli errori non sono gli stessi che faremmo scrivendo con la biro (ecco che stavo scrivendo: brio!) o con la matita, e non ci sono neanche più le vecchie tristi e care macchie di quando si usava l'inchiostro. Nascono così anche molte delle mie rime; da errori fortuiti (e non solo di battitura) possono crescere equivoci e filastrocche che sono dei veri e propri cortocircuiti.
Un corto circuito albanese
confonde Tirano e Tirana
la neve del valtellinese
e i resti dell'età ottomana.
Però la tastiera del pc sembra avere una sua volontà, smonta e rimonta le parole a suo piacimento, toglie qualcosa qui e aggiunge qualcosa da un'altra parte. A volte sono lapsus, e sono miei, i vecchi e cari lapsus del dottor Freud, ma a volte escono mostri paurosi che non hanno nulla a che vedere con la parola originale, o magari gentili creature sorridenti e un po' instabili, che muovono simpatia e che dispiace cancellare, altre volte voci flebili e indifese che magari vorrebbero dire qualcosa, ma noi le eliminiamo subito e le condanniamo all'inesistenza, radicali liberi che durano un attimo, vapori sottili del calamo. (Ma che calamo d'Egitto - scusate! Il calamo ce lo avevano le penne d'oca...)
Nel chiostro sterminato
l'inchiostro è terminato
ci arride la battaglia
finita è la bottiglia
finito è ahimè l'inchiostro
scompare l'orrido mostro
solo una macchia resta -
sul foglio bianco m'incanto.
Nel menu della mensa aziendale ho trovato wurstel cruati, prosciutto curdo, spaghetti alla bolgonese: tutto un menu che sposta la geografia e che la sposa - si può anche riderne, ma se non si sta attenti può anche passare la voglia di mangiare (la voglia o la volgia?)
Cosa saranno mai i proprositi? Forse propositi un po' indecisi, di gente che si mangia le unghie, e rosica ma non risica, forse proprio il proposito di chi vuole smettere di mangiarsi le unghie ma ode in lontananza un rosicchiare lontano: proprositi...
Far flettere al direttore
le articolazioni ribelli -
lo yoga ti rende più elastico,
a lui ed anche ai suoi redattori.
Ti muovi e sei un po' meno statico:
è un metodo assai democratico,
è cosa che fa anche riflettere.
Una lunga sequenza del film Lo specchio di Andrej Tarkovskij è dedicata alla madre del regista, in ansia perché faceva la redattrice di un giornale e credeva di essersi lasciata sfuggire un refuso fortemente antistalinista: errore che, all'epoca, poteva avere conseguenze gravi. Del resto, anche da noi c'è una lunga aneddotica di episodi simili, avvenuti durante il triste ventennio. Ma qui stiamo parlando di cose molto meno drammatiche.
Per questo stupido capoverso,
che io ho saltato,
mi ha preso in giro;
Per questo stupido capoverso
ecco che invano
piango e sospiro.
Starò più attenta,
che cosa chiedo:
la comprensione, che degli errori
non si può proprio mai farne a meno.
Ecco un piccolo campionario di miei personalissimi errori, tutti autentici (io non so battere a macchina, uso solo due dita - come la maggioranza della gente, del resto):
Un piccolo incubo nucleare: sotto il portone o sotto il protone?
Priamidi, avevo scritto: edifici troiani? Di discendenti o di antenati di Priamo?
Il citrosil disinfetta; ma cosa sarà mai il ritrosil, forse un farmaco contro la timidezza o contro la frigidità?
Una bira direi che la bevono a Roma; una birrra forse su Marte...
L'atomaia non è più una parte della scarpa: è forse la serra dove si coltivano gli atomi?
E il lito, che forse è un antico strumento a pietra.
i.
Non so se dire nàrvalo o narvàlo
non so neppure dove vive lo snualo
non so se vive o non vive il nagualo
e se s'arrampica o se vive al suolo
ma quel che so è che non ve n'è d'ugualo
che il cuor m'opprime e che provoca il duolo.
ii.
Ho poi fatto una ricerca sul mio nàrvalo
ho il risultato ma non so se dirvelo;
snark is the shark as he lives in Carroll,
it was a phantom with a name of animal;
e quanto a Castaneda e al mito del nagual,
no non ve n'è no non ve n'è d'ugual.
I musicisti dicono che quando, suonando, si sbaglia bisogna andare avanti lo stesso, recuperare l'errore e magari approfittarne per cavarne qualcosa di bello o di divertente. Le cronache raccontano che nel 1996 il grande violinista Gidon Kremer, a Milano, mentre suonava Mendelssohn fu disturbato da un telefonino che squillava. Invece di interrompersi, inventò lì per lì una cadenza partendo da quel suono inopportuno, e naturalmente alla fine piovvero applausi (o appalusi? mah!). Io non c'ero, e mi dispiace; però mi sono letto il libro principe di questi inconvenienti, e di altri ancora: si tratta di La vita e le opinioni di Tristram Shandy, di Lawrence Sterne. Siamo a metà del Settecento, non ci sono ancora macchine per scrivere né tastiere del computer; ma quel libro è pieno di pagine bianche, asterischi, capitoli spostati, e tanti altri accidenti (anche il nome del protagonista è un errore: avrebbe dovuto chiamarsi Trismegistus, e invece saltò fuori Tristram) e chissà quante fatiche sarà costato al tipografo che lo stampò la prima volta...
Questo con cui concludo è un piccolo omaggio al Maestro, ripreso dal capitolo 37 del terzo volume del Tristram Shandy (1760). Mi sembra un buon modo per chiudere.
L'Ispirazione

Per cancellare l'errore
uso con cura la gomma
buco 'sto foglio
e attonito resto
di fronte alla pagina rotta.
Cos'è 'sto buco - penso -
che tutto il sottostante mi rivela? Vedo un cartòn
un cartòn grigio e spento:
ecco chi c'era dietro
alla mia opra!
( a L. Sterne )

kokoschka
  

Bentornata Albertina Massimiliano Fuksas su 
L'espresso 10 aprile        

Dopo dieci anni, l'Albertina riapre al pubblico. Il progetto completa il patrimonio museale viennese, dopo il Mac per l'avanguardia e il complesso del Museum Quartier inaugurato l'anno scorso. L'Albertina è situata al centro di Vienna e accoglie una delle più straordinarie raccolte di grafica e disegni. A luglio si aprirà la mostra intitolata "Da Raffaello a Goya", dedicata al più importante fondo del museo. L'edificio originale è stato costruito nel XVII secolo sulle antiche mura fortificate. Nel XVIII secolo l'Albertina è stata rimaneggiata per essere destinata a ufficio dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria. All'inizio dell'Ottocento il palazzo è stato ampliato con l'ala Burggarten in stile neoclassico. Hans Hollein, architetto viennese, è stato incaricato di una parte del recupero. Il suo compito era di esporre permanentemente non meno di 10 mila disegni. Il controllo della luce, per non distruggere le opere sensibili alla sovraesposizione, è stato uno dei dilemmi più difficili da risolvere. La modulazione dell'intensità luminosa è stata raggiunta utilizzando sofisticati sistemi digitali. Hollein ha realizzato la hall d'ingresso nel lato sud dell'edificio con una scala mobile obliqua che marca lo spazio. Non è chiaro quanto abbia inciso l'intervento dell'architetto viennese e quanto il lavoro di Steinmayer-Friedrich Mascher incaricato dell'ampliamento di quattro piani. Completano il progetto un centro studi, un auditorium e un'area di 800 metri quadrati per le esposizioni.


durer