sabato 8 agosto 2026

 

HIROSHIMA: IL FOTOGRAFO CHE NON RIUSCÌ A FOTOGRAFARE L'ORRORE


Il 6 agosto 1945, a Hiroshima, alle 8:15 del mattino, la bomba atomica statunitense chiamata Little Boy esplose a circa 600 metri sopra la città. 


Hiroshima era già in movimento: gli adulti stavano andando al lavoro, molti bambini e ragazzi erano stati mobilitati per contribuire alle attività legate alla guerra. 


Yoshito Matsushige aveva 32 anni ed era un fotoreporter del quotidiano Chūgoku Shimbun. Quella mattina si trovava nella propria casa, a circa 2,7 chilometri dall’ipocentro, e si stava preparando per andare al lavoro.


Vide un lampo bianco, poi arrivò l’onda d’urto. L’abitazione venne danneggiata e Matsushige fu ferito dai frammenti di vetro, ma riuscì a recuperare la macchina fotografica e due rullini. In tutto, aveva a disposizione 24 scatti.


Uscì e cercò di raggiungere la sede del giornale. Gli incendi che stavano divorando la città, però, gli impedirono di proseguire. Arrivò così nei pressi del ponte Miyuki, a poco più di due chilometri dal punto dell’esplosione.


Lì trovò uomini, donne e moltissimi studenti gravemente ustionati. Alcuni poliziotti tentavano di prestare i primi soccorsi applicando dell’olio sulle ustioni come rimedio d’emergenza.


Matsushige sollevò la macchina fotografica. Ma non scattò.


Rimase fermo per circa venti minuti, con l’obiettivo puntato e il dito sull’otturatore. 

In seguito avrebbe raccontato che le lacrime gli annebbiavano il mirino. 

Lui stesso era una vittima della bomba, ma aveva riportato soltanto ferite lievi; davanti a persone sofferenti o morenti, trasformarle nei soggetti di una fotografia gli sembrava di far loro una violenza ulteriore.


Alla fine trovò la forza di scattare. Fece una prima fotografia, poi avanzò di qualche metro e ne realizzò una seconda, più ravvicinata.


Nelle ore successive fotografò sua moglie Sumie all’interno della loro casa-bottega da barbiere, devastata dall’esplosione; la caserma dei vigili del fuoco crollata dall’altra parte della strada; un poliziotto ferito, con la testa fasciata, che continuava a compilare i certificati necessari affinché i sopravvissuti potessero ricevere cibo e beni di prima necessità.


In circa dieci ore, Matsushige premette l’otturatore soltanto sette volte. Quando, una ventina di giorni dopo, riuscì a sviluppare le pellicole, due immagini risultarono inutilizzabili. Ne rimasero cinque, quelle che vedete qua sotto.


Sono le uniche fotografie conosciute scattate a terra, all’interno di Hiroshima, nelle ore successive all’esplosione.


Il fungo atomico, fotografato da lontano, è diventato l’immagine universale della bomba. Enorme, spettacolare, quasi irreale. Le fotografie di Matsushige ci costringono invece a guardare che cosa stava accadendo *sotto* quel fungo.


🎯 IL PUDORE DAVANTI ALL'ORRORE


Oggi fotografiamo tutto. Non soltanto ciò che merita di essere ricordato, ma anche ogni dettaglio irrilevante delle nostre vite. Un piatto prima di mangiarlo, una vetrina, il cane che dorme in una posizione buffa.


Fotografare è diventato un gesto quasi automatico. Davanti a qualcosa che ci sorprende, spesso la mano va al telefono prima ancora che abbiamo capito che cosa stiamo guardando.


Oggi, davanti a un evento simile, avremmo probabilmente migliaia di fotografie e video, dirette e immagini pubblicate in tempo reale. 


👉 Ma avere più immagini non significa necessariamente comprendere meglio ciò che stiamo guardando. Siamo diventati molto veloci nel trasformare qualunque evento in un contenuto, spesso ancora prima di domandarci se sia più importante fotografare, oppure aiutare chi ci sta davanti.


La storia di Matsushige non riguarda soltanto Hiroshima, ma il pudore davanti al dolore altrui: anche quando documentare è necessario, chi soffre resta una persona, non un’immagine da mostrare.


Oggi, a 81 anni dal bombardamento atomico, voglio ricordare quella tragedia pubblicando i cinque scatti che Matsushige riuscì a consegnare alla Storia. I quali raccontano soprattutto i venti minuti durante i quali lui rimase immobile, con la macchina fotografica tra le mani, incapace di premere l’otturatore.

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