lunedì 3 agosto 2026

NON ERA “UN 19ENNE STRANIERO”. ERA UN RAGAZZO.

 



Aveva 19 anni. Un’età in cui dovresti pensare al futuro, costruire progetti, vivere. Invece è morto mentre raccoglieva pomodori sotto il sole, nelle campagne del Cremonese.


Si è sentito male durante il lavoro. Sono arrivati i soccorsi, l’elisoccorso lo ha portato in ospedale, ma non c’è stato nulla da fare.


Poi, sui giornali, è diventato “un 19enne straniero”.


Una definizione fredda, anonima, che sembra cancellare la persona. Nessun nome. Nessuna storia. Nessun volto. Come se essere straniero fosse tutto ciò che c’era da sapere su di lui.


Le indagini dovranno stabilire se lavorasse regolarmente e cosa abbia provocato il malore. È giusto aspettare gli accertamenti e le risposte della magistratura.


Ma non possiamo fingere di non conoscere il contesto.


Da anni, nelle campagne italiane, migliaia di persone lavorano in condizioni di sfruttamento, con paghe misere e sotto il controllo di un sistema che ha un nome preciso: caporalato.


Un sistema che prospera sulla vulnerabilità di chi ha meno possibilità di difendersi. E che troppo spesso trasforma uomini e donne in braccia da utilizzare finché servono e da dimenticare quando non servono più.


La cosa più inquietante è che, quando muore un lavoratore nei campi, spesso tutto si riduce a poche righe di cronaca.


Si legge, si scorre, si passa oltre.


E così la morte diventa invisibile insieme alla persona.


Perché chiamarlo semplicemente “straniero” rende più facile dimenticarlo. Non dobbiamo sapere chi fosse, da dove venisse, chi lo aspettasse a casa, quali sogni avesse.


Ma dietro quella parola c’era un ragazzo di 19 anni.


Aveva un nome. Aveva una famiglia. Aveva una vita davanti.


E quella vita non doveva finire raccogliendo pomodori sotto il sole.


Nessuno dovrebbe morire per guadagnarsi da vivere.


E nessuno dovrebbe essere sfruttato quando è vivo e dimenticato quando muore.

Soumalia Diawara

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