domenica 17 maggio 2026

Cicinho: «Più guadagnavo e più bevevo, a Roma il record in un giorno: 70 birre, 15 caipirinha e due pacchetti di sigarette»

 


Tutto è cominciato a una festa tra amici: «Ho assaggiato la birra e me ne sono innamorato come fosse una donna»

Cicinho
Cicinho


Il calcio come mezzo, non come fine. Per Cicinho, terzino destro che ha vestito le maglie di Real Madrid e Roma tra i primi anni Duemila, il pallone serviva a una cosa sola: guadagnare abbastanza da potersi permettere di bere. Lo racconta senza filtri in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport, con il sorriso di chi ha già fatto i conti col passato — e li ha chiusi. Oggi ha 45 anni, vive a San Paolo, fa l'opinionista televisivo, non tocca alcol da 14 anni e da dieci mesi percorre una strada nuova come pastore evangelico.

Dalla prima birra a 13 anni al record di Roma

Tutto è cominciato a una festa tra amici. «Ho assaggiato la birra e me ne sono innamorato come fosse una donna», racconta alla Gazzetta. Aveva 13 anni. Da lì non si è più fermato, seguendo una traiettoria precisa: «Più crescevo, più bevevo. Tornavo a casa alle cinque del mattino senza che i miei genitori scoprissero nulla. E il giorno dopo stavo bene, riuscivo perfino ad allenarmi».

Al Botafogo, nel 2001, la dipendenza ha già una sua routine consolidata: venti birre e dieci caipirinha al giorno, più le sigarette iniziate a 17 anni. Ma è al Real Madrid, nel 2005, che il meccanismo si fa più perverso. «Pensai: perfetto, ora posso fare festa per sempre». A Madrid i paparazzi lo costringevano a stare in casa — e lui beveva nella sua villa con gli amici, andava a letto alle quattro, si presentava all'allenamento delle otto ancora ubriaco. «Prima di uscire bevevo tre o quattro caffè e mangiavo un pacchetto di cicche per coprire l'odore dell'alcol. E in campo andavo pure forte. Nemmeno Capello sospettava qualcosa».

È a Roma, però, che arriva il record. Dopo il secondo infortunio al ginocchio nel 2009 e una depressione che all'epoca non voleva ancora ammettere, Cicinho tocca il fondo: «70 birre e 15 caipirinhe in un solo giorno. Più due pacchetti di sigarette. Odiavo dormire, volevo solo fare festa a casa mia con gli amici». I tatuaggi sono la cartina di tornasole di quegli anni: ne ha 33 in tutto, ma solo otto fatti da sobrio. Gli altri — 15 a Madrid, 10 a Roma — li ha voluti da ubriaco perché aveva paura degli aghi e non voleva sentire dolore.

La svolta arriva grazie alla moglie Marry, che lo porta per la prima volta in chiesa a Roma e poi, dopo il ritorno in Brasile nel 2012, lo accompagna in un percorso di terapia. «Ho riscoperto il senso della vita e ora sono felice», dice. 

Oggi la fede evangelica è diventata parte centrale della sua esistenza: «Credo molto in Dio: ti aiuta a purificarti dal male». 

Roma, la Roma e i compagni

A Roma Cicinho ci arriva nel 2007, convinto da una telefonata Skype. A fare il palo c'è il portiere Doni; dall'altra parte dello schermo c'è Francesco Totti: «Guarda che i Galacticos siamo noi, vieni qui». Bastò quello. L'inizio è positivo: con Spalletti gioca molto, si trova bene, tiene i ritmi sotto controllo. Poi il ginocchio si rompe di nuovo e tutto ricomincia.

Dalla Capitale porta via aneddoti che valgono più di qualsiasi statistica. Come quella volta che Rosella Sensi irruppe nello spogliatoio furiosa dopo una sconfitta, accusando la squadra di non avere carattere. Gabriel Heinze spinse Totti a reagire. La risposta del capitano fu disarmante: «Aò, stai sereno, lo stipendio arriva lo stesso». Heinze replicò che così non si poteva fare il capitano. «Da quel momento», racconta Cicinho, «l'argentino non vide più il campo».

Fuori dal campo, la città se la gode tutta. A Ostia e Infernetto frequenta un amico con un ristorante sulla spiaggia: finiscono a giocare a calcetto fino alle tre di notte, a volte contro i tifosi della Roma diventati amici. Qualcuno fa la spia, la notizia arriva in società. «Si arrabbiarono con me, ma ormai ero a fine contratto». Bruno Conti cercava di riportarlo sulla retta via con affetto: «Cicinho, meno feste e più allenamento». Anche il direttore sportivo Pradè gli stava addosso. Non bastò. Ma il legame con la città è rimasto intatto: «A Roma sono legatissimo. Spero che un giorno mio figlio Emanuel ci possa giocare. Ha 5 anni e vuole diventare professionista».

https://www.leggo.it/sport/calcio/16_maggio_2026_cicinho_intervista_ex_calciatore_roma_real_madrid_dipendenza_alcol-9536044.html 

 

 

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