L'indragheta lo tenne cinque mesi in una grotta sull'Aspromonte. Legato ad una catena, al buio, nella sporcizia, indossando sempre gli stessi vestiti.
Marco Padovani aveva 25 anni quando venne rapito. Era figlio di un imprenditore veronese; un bravo ragazzo, timido, introverso, appassionato di giardinaggio. Lo fermarono a Verona mentre andava a lavoro, lo picchiarono e lo caricarono in macchina. Da lì un inferno durato mesi. I mafiosi non ebbero pietà alcuna e fino a quando il riscatto non venne pagato fu tenuto in condizioni miserevoli, senza un contatto, senza niente.
Tornato a casa, non riuscì più a riprendersi del tutto.
Era il 15 maggio 1985 quando scrisse l’ultima lettera alla famiglia.
“Vado a cercare la pace in un altro mondo, vado a Bardolino: un posto che come nessun altro mi ha dato pace". Si tolse la vita in quella data, nel giardino che aveva sempre amato e curato.
Nel ricordare anche quest'anno Marco Padovani, un ragazzo vittima innocente di mafia, ricordiamo anche che cosa significa la mafia stessa. Che cos'è, di cosa è capace e cosa fa alle persone. La lotta è infatti anche questa: tenere viva una memoria spesso dolorosa, ma indispensabile, per contrastare un fenomeno strisciante che - più spesso forse colposamente, ma a volte anche dolosamente - ci restituisce un'immagine diversa, edulcorata, addirittura fatta di "onore".
La mafia non ha alcun onore né dignità: è solo malvagità, cinismo, avidità, spietatezza e mancanza di pietà e compassione. E la storia di Marco, come tantissime altre, lo dimostra.
Leonardo Cecchi

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