Era il 72 a.C. quando, per la prima volta dopo mesi di umiliazioni e massacri, le aquile di Roma tornarono a fendere l'aria del trionfo su un campo di battaglia. Ai piedi del Gargano, nella polvere rossa della Apulia, l'illusione di invincibilità che avvolgeva gli schiavi ribelli si infranse fragorosamente sotto la potenza dei pila e dei gladii branditi dalle legioni del console Lucio Gellio Publicola.
Immaginate un legionario della prima coorte, il sudore che cola sulle guance sotto l'elmo di bronzo, lo scudo già ammaccato dopo la prima carica. Aveva udito i racconti — tutti li conoscevano. Spartaco aveva stroncato Caio Claudio Glaber sul Vesuvio, aveva annientato Publio Varinio, trasformando ogni vallata italiana in un vergognoso palcoscenico per l'orgoglio di Roma. Ma quel mattino, sulle pendici del Gargano, qualcosa era mutato. L'aria stessa aveva il sapore ineluttabile del destino.
Di fronte alle legioni romane si schierava l'ala di Crixo, il fiero condottiero gallico. Aveva scelto di separare il suo destino da quello di Spartaco per inseguire una guerra personale, mossa più dal furore della vendetta che da una fredda strategia. Con lui marciavano circa ventimila uomini: schiavi evasi, gladiatori temprati dalle arene e disperati che avevano forgiato la propria catena in una lama. Erano feroci, indubbiamente coraggiosi, ma la disciplina non era il loro forte.
Gellio Publicola ne era consapevole. Il console aveva studiato a fondo le precedenti battaglie e aveva compreso che l'arma vincente dei ribelli era la loro furia improvvisa, una carica disordinata, sì, ma travolgente. A questa opponeva il rigore del metodo: la compattezza della testudo, il ritmo misurato dell'avanzata, la precisione geometrica dei reparti che si alternavano sul fronte senza mai aprire una falla. Un legionario, in quell'esercito, avrebbe visto i compagni al suo fianco rimanere saldi, senza un grido, senza rompere le file. Solo avanzare. Inesorabili, come una macchina forgiata nel ferro e nella volontà.
Lo scontro che ne seguì fu di una violenza inaudita. Crixo si batté con la temeraria grandezza di chi ha superato la paura della morte — o forse l'ha bramata. I suoi uomini si gettarono contro il muro di scudi romani come onde furiose che si infrangono sulla roccia. Per minuti che sembrarono un'eternità, la linea del fronte oscillò, e si può immaginare il dubbio che per un istante attraversò l'animo di quel legionario della prima coorte. Ma la disciplina, suprema virtù romana, prevalse. La formazione tenne. E, inesorabilmente, iniziò l'avanzata.
Crixo cadde in battaglia. Con lui, migliaia di suoi compagni trovarono la morte. Il disastro del Gargano, per gli schiavi ribelli, si rivelò molto più di una semplice sconfitta militare: rappresentò la prima crepa nel mito della loro imbattibilità. Lontano, Spartaco apprese della scomparsa del suo socius e comprese immediatamente che il conflitto stava per assumere una nuova, drammatica piega.
Il legionario si fermò sul campo disseminato di corpi, ripulì la lama e raddrizzò l'insegna. Roma aveva ritrovato la sua coesione. Non era ancora la conclusione definitiva — che sarebbe giunta solo due anni dopo, sulle coste del Bruzio — ma quel giorno, sotto il cielo implacabile del Gargano, la disciplina e l'ordine avevano avuto la meglio sulla rivolta.
Scripta Manent

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