Molto prima che Roma imprimesse la sua immagine sul mondo antico, sulle pianure comprese tra le Alpi e l'Adriatico fioriva una civiltà che aveva stretto un patto quasi mistico con il cavallo: gli Antichi Veneti. Queste genti di stirpe indoeuropea, giunte in quella terra fertile nei secoli più oscuri della preistoria italica, erano destinate a diventare i più rinomati allevatori di destrieri del Mediterraneo.
Il legame che univa i Veneti al cavallo non era limitato a una mera transazione economica, né si esauriva nel contesto militare. La sua essenza più profonda era, in realtà, sacra. I Veneti celebravano il culto della dea Reitia, protettrice della scrittura e della guarigione, ma la loro venerazione si estendeva anche a Diomede, l'eroe troiano che la tradizione voleva come fondatore di diverse città venete e, soprattutto, come colui che aveva portato in Italia le più nobili razze equine d'Oriente. Nei loro santuari più importanti — come lo straordinario complesso di Làgole di Calalzo, nel Cadore, e il celeberrimo centro votivo di Este — i fedeli deponevano ex voto in bronzo a forma di cavallo. Questi piccoli capolavori di metallurgia, muti per millenni, risuonano ancora oggi, testimoniando una devozione inesausta e profondamente toccante.
Ma i cavalli veneti non erano soltanto oggetto di culto: erano i bolidi dell'antichità. Agili, resistenti e dal temperamento ardente, i destrieri allevati nelle fertili pianure del Venetorum Agrum erano tra i più ambiti in tutto il mondo greco e romano. Strabone, geografo e instancabile testimone del suo tempo, li descrisse con esplicita ammirazione; i Giochi olimpici e le grandi competizioni panelleniche li videro trionfare nelle corse dei carri; i circhi di Roma — quell'immenso teatro di adrenalina e polvere che era il Circus Maximus — li desideravano con un'avidità che oggi definiremmo "mercato del lusso".
Immaginate questi uomini avvolti in mantelli di lana grezza, padroni assoluti di vasti territori che si estendevano tra il Po e le maestose Alpi, muoversi con la naturalezza dei grandi cavalieri della steppa in mezzo alle loro mandrie. Non erano solo guerrieri a cavallo, ma anche allevatori pazienti, conoscitori profondi dei cicli della natura. Erano capaci di trasmettere di generazione in generazione un sapere raffinato, un patrimonio che nessun testo scritto avrebbe mai potuto contenere nella sua interezza. La loro competenza era orale, viscerale, tramandata con lo stesso rigore con cui, ancora oggi, si preservano le grandi tradizioni artigiane.
Quando Roma li attrasse nella sua orbita, dapprima in qualità di alleati e poi come cives a pieno titolo — grazie alla lex del 49 a.C. che estese la cittadinanza romana alla Gallia Cisalpina — i Veneti non svanirono, ma intrapresero una profonda metamorfosi. Essi infusero nel vasto corpo della civiltà latina il loro fiero spirito equestre, la loro sentita religiosità e la loro straordinaria affinità con la terra e con il mondo animale.
Il cavallo veneto si rivelò, in sostanza, il primo ambasciatore di un popolo che aveva forgiato il suo carattere sulle rive dell'Adriatico: fiero e libero, rapido e indomabile.
Scripta Manent

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