Nel 2026, diventare un aspirante pro wrestler è molto più semplice di quel che si creda, se ovviamente si ha capacità, tenacia e soprattutto la voglia di intraprendere un percorso non semplice, spesso infarcito da infortuni, interminabili ore ad allenarsi ed altrettante a spostarsi da un luogo ad un altro per pochi spiccioli.
Anche qui in Italia abbiamo decine di "poli istruttivi" e seminari in merito, figuriamoci negli Stati Uniti o in Giappone, dove il wrestling è una vera e propria istituzione.
Prima, però, non era così semplice: da sempre un mondo "chiuso", stretto nelle riserve della kayfabe e deciso a rimanere appannaggio di una piccola ma decisiva élite di pericolosi personaggi che hanno scritto la storia di questa disciplina, il mondo del wrestling "dietro le quinte" era davvero difficile da raggiungere.
Per questo quando il giovane canadese Larry Shreve, appartenente ad una famiglia della classe operaia ed affascinato da quel mondo così variegato, decise un giorno di tentare la sorte per vedere se riusciva a farne un vero e proprio lavoro, non fu affatto semplice.
Sotto la guida del suo maestro, il vecchio leone Jack Britton (che aveva visto in Tv lottare innumerevoli volte), Larry iniziò un suo personale percorso che lo vide girare le promotion indipendenti canadesi con poca fortuna.
Ma fu uno scontro con il figlio di Britton, Gino Brito, a cambiare le sorti della sua vita.
Durante l'incontro, preso dalla foga, Larry scaraventò una sedia di legno sulla schiena del povero Gino, frantumandola in mille pezzi.
Fu vedendo un pezzo rotto della stessa sedia che ebbe una illuminazione: prese l'oggetto e con quello "simulò" un feroce attacco al volto dello sfidante, che in pochi secondo iniziò a sanguinare dipingendo un quadro da film horror per gli spettatori nell'arena, inorriditi da tale azione.
Rimaneva un piccolo particolare: Larry non aveva un tono di voce intimidatorio, in netto contasto con il suo fisico decisamente enorme ed inquietante. Decise di allora di costruire su di sé un personaggio innovativo: un pericoloso folle, proveniente dalle remote regioni del Sudan (un posto che - negli anni Settanta - suonava come qualcosa di esotico e di misterioso), portato qui da folli manager in cerca di avventura ma con estrema difficoltà a contenerne la furia distruttrice: Abdullah il macellaio, The Butcher.
In breve tempo la figura di Abdullah divenne una di quelle attrazioni che attiravano il pubblico: cosa avrebbe fatto, quel matto furioso? Avrebbe usato una forchetta per aprire la testa dell'avversario? O qualcuno magari sarebbe stato così ardito da rendergli pan per focaccia?
La natura umana, da sempre affascinata dal proibito e dal misterioso, aiutò Shreve ad imporsi nel mondo del wrestling con quella sua stranissima gimmick. In Canada, sotto l'ala di Stu Hart nella Calgary Stampede, riuscì persino ad irritare un giovanissimo Bret "Hitman" Hart, seduto nelle prime fila per vedere i fratelli maggiori battersi contro quella furia e non ancora disilluso sulla realtà del wrestling, il quale sferrò un calcio nel grosso deretano del macellaio, che per tutta risposta si voltò con quegli occhi minacciosi, quasi come se fosse pronto a divorarlo.
Certo, il suo personaggio particolare non era privo di difficoltà nella vita di tutti i giorni: quando andava a mangiarsi un boccone fuori, doveva sempre essere accompagnato dal manager o guida di turno che gli faceva da "traduttore", mentre lui parlava un linguaggio incomprensibile (e totalmente inventato!) e spesso mangiava le pietanze con il solo uso delle mani (anche perché, diciamocelo, se foste stati dei camerieri avreste porto una forchetta o un coltello ad Abdullah?).
Non solo, una personalità come quella di Shreve era perfetta per federazioni come la WWC (World Wrestling Council) di Porto Rico, dove usare filo spinato e lame affilate era più comune di un braccio teso o un doppio calcio volante, oppure nella terra del Sol Levante (infatti noi in Italia lo abbiamo visto confrontarsi persino contro Hulk Hogan nelle telecronache di Tony Fusaro"il fantastico mondo del catch" ).
Ma quando, invece, si trattava di far parte di promotion più per famiglie, come la WWF o la JCP, allora le cose andavano ben diversamente. Basti pensare che una sua vignetta, dove addentava gustandolo un fegato crudo di un animale godendosi il pasto, fu ampiamente criticato dalla rete TBS, rischiando di far perdere il contratto televisivo alla Mid-Atlantic.
Nonostante ciò, negli anni, Shreve ha continuato a portare il suo folle Abdullah the Butcher in tutto il mondo, modellando nel tempo una forte nicchia di appassionati che non ha mai smesso di sostenerlo.
Il suo continuo dedicarsi a questa forma di wrestling estremo (oggi diremmo "hardcore") ha nel tempo minato il suo fisico, a partire da quella fronte piena di lunghi solchi e cicatrici, dove era solito infilarsi fiches da casinò per la gioia dei commensali venuti a mangiare nei suoi locali a base di cibo cinese e barbecue (e dove però, per uno strano caso, le forchette ed il coltello erano sempre di plastica!).
Oggi, Larry si trova ad affrontare il suo più temibile avversario: l'età. Alla veneranda età di 85 anni ha dovuto combattere con due ictus che ne hanno compromesso la mobilità, oltre che con alcuni grossi problemi di tipo finanziario che l'hanno praticamente ridotto al lastrico.
Ma dentro Larry Shreve, anche ora che riflessi, forza e resistenza non sono più quelli di un tempo, vive sempre lui: Abdullah the Butcher, il macellaio dal Sudan.
È lui infatti che lo tiene ancora in vita, rispondendo alla sua legione di fan e riuscendo persino miracolosamente a metterlo in piedi, grazie anche all'aiuto del sempre eccezionale Diamond Dallas Page con il suo DDP YOGA.
I suoi occhi, se visti da vicino, tradiscono ancora quell'uomo che un tempo infestava i ring di tutto il mondo: un lampo di genio e sregolatezza, che ha regalato ai fan di wrestling incontri al cardiopalma per tantissimi anni.
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