giovedì 16 aprile 2026

Il Polesine

 


80.000 persone lasciarono il Polesine quella notte e non tornarono mai più.


Non si portarono dietro quasi niente. Non c'era niente da portare.


Era il 14 novembre 1951. In meno di mezz'ora, tra le 19:45 e le 20:15, il Po ruppe gli argini in tre punti distinti — a Paviole di Canaro, a Bosco di Occhiobello, a Malcantone. Le brecce erano larghe 220, 204 e 312 metri. L'acqua non aspettò.


Quelle aperture restarono attive per 37 giorni, fino al 20 dicembre. Trentasette giorni in cui la pianura del Polesine rimase sotto il Po.


Il conto finale: 117.000 ettari allagati. Oltre il 65% dell'intero territorio provinciale. Una superficie grande quasi quanto tutta la provincia di Rovigo — non una zona marginale, non un angolo remoto. Il cuore del Polesine, cancellato.


I morti ufficiali furono cento. Gli sfollati 180.000. Ma questi numeri, da soli, non raccontano ancora la parte più pesante.


La parte più pesante è che circa 80.000 di quelle persone non rientrarono. Non dopo una settimana, non dopo un mese, non mai. Avevano perso la casa, la terra, il bestiame — tutto ciò su cui si reggeva un'economia contadina che non lasciava margini. Si dispersero in tutta Italia. Molti emigrarono all'estero. Interi paesi del Polesine si svuotarono senza un annuncio, senza una data, senza un ritorno.


Non fu un'evacuazione temporanea. Fu la fine di una comunità.


L'alluvione del Polesine del 1951 è il più grande esodo interno dell'Italia del dopoguerra. Non per i morti — ce ne furono di catastrofi più letali. Ma nessuna altra cancellò così tante persone da un territorio in modo definitivo e silenzioso.


80.000 persone. Una provincia che perse metà di sé stessa nel giro di una notte e non si riprese più.


In breve:

14 novembre 1951: il Po rompe in 3 punti in 30 minuti, 117.000 ettari allagati per 37 giorni

100 morti, 180.000 sfollati, 80.000 persone che non tornarono mai più

Il più grande esodo interno dell'Italia del dopoguerra: interi paesi del Polesine si svuotarono per sempre

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