Nonostante la "Hulkamania" si sia formata nella AWA (American Wrestling Association) di Verne Gagne e che la nWo nella WCW abbia rivoluzionato grazie a lui il mondo del wrestling negli anni 90, il cuore e la "casa" del leggendario Hulk Hogan è sempre stata la WWF/WWE.
Lo dimostra molto bene il documentario a lui dedicato "Real American" in 4 parti, disponibile su Netflix, che non ha problemi a mostrare il lungo percorso dell'Hulkster, anche al di fuori della casa madre. Addirittura si parla persino del suo approdo nella TNA che avrebbe "salvato" la carriera di Hulk da un baratro personale che l'avrebbe portato a suo dire a propositi davvero brutti.
Eppure, in quasi 4 ore di filmato, non si fa mai cenno della lunga esperienza di Hogan alla corte di Antonio Inoki, la New Japan Pro Wrestling. Non è un fattore legato a "diritti" o limiti contrattuali: spesso, anche nella telecronache della WWE in diretta, si accenna e si da importanza a titoli e conquiste fatte in Giappone da lottatori sotto contratto WWE, dando alla NJPW la giusta dimensione nel territorio del puroresu.
Credo fermamente che la scelta sia dovuta al fatto che, per quanto per decenni sia Hogan che la WWE abbiano fatto di tutto per pubblicizzare questo fantomatico "legame stretto" tra i due, la NJPW sia sempre stato il posto prediletto del gigante biondo.
Là, infatti, Hogan ha potuto mostrare per la prima volta di che pasta era fatto, soprattutto grazie alla lungimiranza del suo boss, Antonio Inoki, che a differenza di altri wrestler attivi che svolgono anche la qualità di booker della federazione (mi vengono in mente, ad esempio, Jerry "The King" Lawler e Giant Baba), ha sempre dato importanza prima di tutto al volere del pubblico ed al "business", cercando di "percepire" l'onda di gradimento dei fans del momento, invece dei suoi desideri personali.
Con la vittoria su Antonio Inoki e la conquista del primo, prestigioso titolo IWGP della storia della promotion, Hogan fu davvero catapultato in un universo di privilegi che né la WWF di Vince McMahon Sr. né la AWA di Gagne gli avevano mai prospettato: ogni sera Hogan andava al ristorante e veniva omaggiato da tutti, quasi come un semidio, senza mai pagare il becco di un quattrino.
Alloggiava nei migliori hotel della nazione e fu ingaggiato persino per fare da testimonal a pubblicità, oltre ad avere anche il distinto privilegio di poter incidere un EP in vinile con alcune canzoni dedicate al wrestling (tra le quali spicca "Ichiban", ovvero "Numero Uno", come lo chiamavano in Giappone e "Axe Bomber", la sua mossa finale in terra nipponica prima della sua americana "legdrop").
Non solo, il successo in Giappone aprì ulteriori porte al suo ritorno in terra patria e sappiamo tutti l'impatto che la sua figura ebbe alla metà degli anni 80 nel mondo del wrestling e dello spettacolo in generale.
Hogan ha sempre voluto tornare ad omaggiare il Sol Levante: mentre nel resto del mondo il "Real American" stentava ad apparire nonostante fosse la stella più fulgida della WWF, in Giappone ha sempre voluto dare il meglio di sé e non ha mai perso un tour.
Addirittura, nel suo ultimo periodo in WWF prima dell'approdo in WCW, si schierò apertamente dalla parte di Inoki e della sua promotion, al termine di un match da sogno tra lui, campione WWF, e Keiji Mutoh, campione IWGP, a "Wrestling Dontaku".
In quella occasione, infatti, al termine del match, una intervista fatta per la Tv giapponese rivelò la vera passionalità di Hogan nei confronti della promotion: la cintura WWF venne infatti da lui definita "un giocattolo per bambini", un "gingillo" per divertirsi, mentre la corona IWGP era il vero, unico titolo importante nel mondo del wrestling.
Fu Dave Meltzer ha portare alla luce in terra statunitense quella incredibile intervista (quando ancora vedere filmati giapponesi era estremamente difficile, a meno che non si facesse del "tape trading" di vhs), creando non pochi problemi all'Hulkster, che prima dichiarò Meltzer un mero bugiardo ma poi, prove filmate alla mano, non potè che ammettere la verità.
Del resto, di lì a pochi mesi, la lunga partnership tra lui e McMahon si sarebbe interrotta nel peggiore dei modi, con una accesa discussione in cui Hulk, accusato ormai di essere sul viale del tramonto, profetizzò a McMahon che un giorno avrebbe dimostrato la sua importanza nel wrestling, più della World Wrestling Federation stessa... e sappiamo tutti come andò quell'estate del 1996 a Bash at the Beach.
Solo noi in Italia, per uno scherzo del destino e soprattutto grazie alla lungimiranza del nostro Tony Fusaro"il fantastico mondo del catch" abbiamo potuto vedere un Hulk Hogan diverso: più tecnico, più tosto, più duro, meno incline ad abbracciare i fan ma più focalizzato nella conquista di ogni incontro.
Un cammino, quello nel puroresu, di Hulk Hogan, che meriterebbe un documentario a parte.
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