La Nigeria degli anni ‘90 già figurava nell’elenco dei paesi ex colonie, ma era ancora un paese occupato: occupato da una giunta militare e da industrie petrolifere (come la Shell, con cui la giunta era connivente), che ne devastavano il territorio senza dimostrare alcun riguardo a nulla che non fosse il proprio profitto. Non ai danni ambientali, non alle persone che abitavano quelle zone. Le attività della Shell si concentravano soprattutto in una zona, quella del delta del fiume Niger, abitata dall’etnia Ogoni, a cui Ken Saro Wiwa apparteneva, e che decise di organizzarsi per opporsi alla distruzione dell’ambiente a cui tanto erano legati, che tanto avevano dovuto difendere già una volta da occupanti venuti da lontano, e che proprio non volevano essere costretti a lasciare. Il poeta Ken Saro Wiwa, quindi, divenne prima portavoce e poi presidente del Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni, organizzandone la lotta nonviolenta, e riuscendo a portare a manifestare fino a 300.000 persone.
Ken Saro Wiwa non ebbe mai paura di fare chiaramente il nome della Shell nelle sue denunce, e pagò con diversi arresti, l’ultimo nel 1994. La prigione non gli impediva però di lottare, perché, come dice lui stesso nella sua poesia più nota, è la vigliaccheria travestita da obbedienza, è la paura che trasforma il nostro mondo libero in una cupa prigione.
Ma da quelle che per lui erano solo quattro mura, Ken Saro Wiwa uscirà, il 10 novembre 1995, solo per andare sulla forca, insieme ad altri otto dei suoi compagni attivisti, ripagato con la morte dalla giunta militare del suo paese per aver manifestato a favore della vita e della natura, al fianco di tutti coloro che rivendicavano il diritto a non essere costretti ad abbandonare la propria terra, chiedendo che quella terra rimanesse intatta, usando come uniche armi una penna e una voce instancabili.
Di Ken Saro-Wiwa ne abbiamo parlato nel primo Cronache Ribelli. Info nel primo commento.

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