“Lei, signor Ministro, ha fatto scarcerare tutti i fascisti, con delitti sulle loro coscienze, gente che certamente andrà a rafforzare le file dei neofascisti.
Ci domandiamo noi partigiani: è giustizia questa?
Abbiamo combattuto i fascisti perché?
I nostri sacrifici non sono certamente da Lei riconosciuti, i nostri Martiri non son vendicati! Signor Ministro! Tutti i Partigiani d’Italia vogliono i loro compagni scarcerati, anche se hanno commesso dei delitti, crediamo che abbiano più il diritto loro che i fascisti, perché dopo tanti patimenti che hanno sofferto sulle montagne, sono compatibili se hanno commesso qualche cosa. Come avete fatto scarcerare tutti i fascisti, Signor Ministro, fate scarcerare subito tutti i partigiani che ancora si trovano carcerati, per qualsiasi motivo lo siano. Questo è il vostro dovere di Comunista, di ministro e di uomo.”
Così i partigiani bellunesi scrivevano a Palmiro Togliatti all’indomani della promulgazione della nota amnistia. Il provvedimento rappresentò un colpo di spugna sulle responsabilità di numerosi esponenti, a vari livelli, del regime, che videro ridotte o addirittura cancellate le pene che gli erano state inflitte. Ben diecimila fascisti ne usufruirono, anche grazie alla Corte suprema di cassazione, che annullò o rimodulò centinaia e centinaia di sentenze emesse dalla Corte straordinarie d’Assise volut dal governo Bonomi prima della fine del conflitto.
L’uso politico dell’amnistia fece sì che criminali di guerra italiani superarono indenni la fase, così come i soldati tedeschi responsabili degli eccidi nella penisola, mentre numerosi processi ai partigiani per fatti relativi al dopoguerra vennero riesumati e tanti uomini della Resistenza dovettero espatriare per non finire in carcere o nei manicomi giudiziari. Va detto chiaramente che, sebbene porti il suo nome, l’amnistia non fu solo farina del sacco del segretario del PCI, bensì un compromesso all’interno del governo De Gasperi (che ne ampliò gli effetti rispetto al testo orginale), avallato dai vari attori internazionali che da tempo avevano stabilito il ruolo e la collocazione dell’Italia nel dopoguerra.
Resta a distanza di molti anni l’effetto di questo provvedimento che sostanzialmente adottò la politica dei due pesi e due misure verso partigiani e vecchi esponenti di regime. A fronte di dati palesi (in Italia - 42 milioni di abitanti - i fascisti condannati dopo 20 anni di regime e 20 mesi di RSI furono 5600, in Norvegia, 3 milioni di abitanti, i condannati per collaborazionismo a fine guerra furono 18000) appare ancora più imbarazzante e in malafede tutta quella pubblicistica recente che - inventando o ingigantendo vendette personali ed errori in seno alla Resistenza - cerca di riabilitare il passato regime, di cui grazie all’amnistia ben diecimila appartenenti hanno potuto evitare di pagare per i crimini commessi.

Nessun commento:
Posta un commento