Nel 1965 Roy Benavidez saltò su una mina durante una missione in Vietnam. Quando riprese conoscenza era in un ospedale militare, paralizzato dalla vita in giù. I medici gli dissero che probabilmente non avrebbe più camminato.
Per l’esercito la sua carriera era finita.
Roy Benavidez non accettò quella diagnosi. Di notte, quando il reparto si svuotava, si trascinava fuori dal letto e cercava di reggersi in piedi appoggiandosi ai muri. Cadeva, ricominciava, restava per terra dal dolore e poi riprovava ancora. Nessuno glielo aveva ordinato. Era una sfida personale contro ciò che gli avevano detto fosse impossibile.
Dopo mesi di riabilitazione tornò a camminare.
E volle tornare in Vietnam.
Il 2 maggio 1968 si trovava nella base di Loc Ninh quando ascoltò via radio una richiesta di soccorso. Una squadra delle Forze Speciali americane era rimasta intrappolata nella giungla, circondata dai soldati nordvietnamiti. C’erano feriti ovunque e tre tentativi di evacuazione in elicottero erano già falliti.
Benavidez non faceva parte di quella squadra. Avrebbe potuto restare alla base.
Invece salì volontariamente su un elicottero diretto verso la zona di combattimento.
Quando arrivò, il fuoco nemico era così intenso che l’elicottero non riuscì nemmeno ad atterrare del tutto. Roy saltò giù con una borsa medica e un coltello. Prima ancora di raggiungere i soldati feriti venne colpito.
Continuò ad avanzare.
Trovò uomini feriti, disorientati e senza più forze. Iniziò a trascinarli al riparo uno a uno, distribuì munizioni e acqua, organizzò la difesa e coordinò i soccorsi sotto il fuoco continuo della giungla. Recuperò anche documenti segreti da un ufficiale morto, evitando che cadessero nelle mani nemiche.
Poi arrivò un altro colpo.
L’elicottero inviato per il recupero venne centrato dai proiettili e precipitò. Benavidez, già gravemente ferito, tornò indietro verso il relitto per tirare fuori altri uomini.
Per ore continuò a muoversi tra spari, fumo e uomini feriti. Venne colpito più volte da proiettili, schegge e colpi di baionetta. Ma non lasciò nessuno indietro.
Quando finalmente riuscirono a evacuarlo, il suo corpo era così devastato che i medici lo credettero morto. Lo misero accanto ai caduti e iniziarono a chiudere il sacco funerario.
Roy non riusciva a parlare.
Non riusciva a muoversi.
Con le ultime forze che aveva, sputò in faccia al medico che stava per chiudere il sacco.
Era vivo.
Fu portato immediatamente in sala operatoria. Sopravvisse ancora una volta.
Per il coraggio dimostrato quel giorno ricevette inizialmente la Distinguished Service Cross. Anni dopo, grazie alle testimonianze dei soldati salvati, la decorazione venne elevata alla Medal of Honor, la più alta onorificenza militare americana.
Nel 1981 il presidente Ronald Reagan disse pubblicamente che, se la storia di Roy Benavidez fosse stata scritta per un film, nessuno l’avrebbe considerata credibile.
Roy Benavidez era figlio di una famiglia povera del Texas. Perse i genitori da bambino, crebbe tra lavori duri e difficoltà economiche, poi scelse l’esercito. Nel corso della sua vita venne dato per finito più di una volta.
Prima quando gli dissero che non avrebbe più camminato.
Poi quando lo credettero morto nella giungla del Vietnam.
In entrambe le occasioni rispose allo stesso modo: continuando ad andare avanti.

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