Tutto cominciò il 17 aprile del 1988. Carlo Rellini all’epoca aveva appena 19 anni e nei giorni precedenti aveva passato un pomeriggio con gli amici su una spiaggia di Torvaianica. Secondo quello che raccontò nei giorni successivi, ad un certo punto avvertì una puntura, forse un insetto. Poi arrivarono le allucinazioni, il senso di intossicazione, i dolori agli occhi, alcune farneticazioni. Spaventati, i familiari si rivolsero al medico di base che li indirizzò verso un primo psichiatra. La diagnosi fu “psicosi”, la cura un neurolettico e gli ansiolitici. Ma la situazione peggiorò ancora. Aumentarono le allucinazioni, iniziò il tremore e una fortissima paranoia. A quel punto il padre Luigi decise di rivolgersi ad uno dei “principi del foro” romani, il dottor Reda, già direttore dell’Istituto di Psichiatria all’Università La Sapienza. Tramite lui Carlo viene seguito dal dottor Anselmi, suo assistente, che invita la famiglia a farlo ricoverare alla clinica Samadi, specializzata in cure del sistema nervoso. Il 9 maggio, dopo molte resistenze, Luigi riesce a convincere il figlio a varcare i cancelli dell’istituto. Qui il direttore, Gherardini, gli sottopone un documento da firmare attraverso cui il signor Rellini avrebbe autorizzato l’elettroshock sul figlio. Non gli parla delle controindicazioni della “terapia”, non prende atto della condizione clinica del ragazzo a seguito dell’uso dei neurolettici e degli ansiolitici, ovviamente non parla di tutti quegli psichiatri che si oppongono a certi metodi. Sostiene che il ragazzo può guarire, anzi che guarirà in pochi giorni. Luigi acconsente.l 12 maggio viene effettuata la prima seduta. Il dottor Orlando, il terapista anestesista che la esegue, rassicura il padre sugli effetti della “terapia”. Sostiene che Carlo è in grado di resistere senza problemi, che seguiranno altre sedute in rapida successione e che presto la situazione migliorerà.
Invece il giovane è colpito da febbre, probabilmente causata dagli antipsicotici assunti, ma nonostante questo la procedura non viene fermata. Dopo altre due sedute di elettroshock Carlo inizia ad avere rapide e continue convulsioni. Da un elettroencefalogramma, realizzato con notevole ritardo, si scoprono danni permanenti al cervello; in breve tempo entra in coma, ma passano giorni prima che venga trasferito in un’altra struttura. Andrà al San Filippo Neri e qui resterà per 4 mesi. Quando finalmente la famiglia riuscirà a trasportarlo al Gemelli, Carlo ha ormai perso più della metà del suo peso corporeo ed è pieno di piaghe da decubito. Il 27 gennaio 1989 muore per collasso cardiocircolatorio.
La famiglia inizierà un procedimento legale contro la clinica Samadi. Nel 1997, il dottor Gherardini e il dottor Orlando verranno condannati per la sua morte, ma in appello il secondo sarà poi assolto.

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