lunedì 25 maggio 2026

«In fuga dai talebani sono stata arrestata in Pakistan, ho visto l'inferno e perso ciò che amavo di più. In Italia voglio diventare infermiera per onorare mia madre»

 


La storia di Fahima Nabizada, rifugiata di 28 anni, dopo essere scappata dall'Afghanistan 

Fahima Nabizada
Fahima Nabizada

di Anna Laus

Quando parla dell'Afghanistan la sua voce si spezza. Ripensa alle libertà che le sono state negate, a quella parte di vita che le è stata strappata via brutalmente e che non tornerà mai più. Come la possibilità di rivedere un'ultima volta la mamma, scomparsa dopo l'arrivo dei talebani a Kabul, il 15 agosto del 2021. Fahima Nabizada ha 28 anni e da 10 mesi è rifugiata in Italia, a Caprarica (Lecce), dove lavora in una caffetteria. Il percorso che l'ha portata qui è scandito da traumi profondi e violenze indicibili, che arrivano al culmine con la prigionia in Pakistan: «Se qualcuno mi chiedesse cos’è l’inferno, direi che l’ho vissuto prima ancora di morire. Ora non ho più paura di perdere nulla, perché ho già perso ciò che amavo di più».

I sogni infranti 

Ambiziosa e caparbia, Fahima inizia a raccontare la sua storia partendo dai traguardi raggiunti: «Ho una laurea in Giurisprudenza e Scienze Politiche conseguita alla prestigiosa Università di Kabul. Lavoravo nell'ufficio del vicepresidente e anche come assistente amministrativa e traduttrice». Ma la realtà che aveva costruito, un sacrificio dopo l'altro, si è sgretolata quando il Paese è caduto nelle mani degli estremisti: «Con l’arrivo dei talebani, non ho più potuto lavorare e neanche avere il futuro che sognavo. Non era più possibile vivere lì in pace. Così ho dovuto lasciare l'Afghanistan, la mia famiglia». Si ferma, sospira e aggiunge: «Mi hanno tolto tutto in un attimo, cose per cui avevo lottato tanto». Per ottenere l'indipendenza Fahima si era scontrata più volte con i suoi fratelli: «Sei una donna, non hai bisogno di studiare e di lavorare. Devi stare a casa», è la frase che più spesso le ripetevano. L'interpretazione talebana dei precetti della Shari’a, la legge sacra della religione islamica basata sul Corano, ha portato alla totale negazione dei diritti delle donne: «Non potevamo nemmeno uscire di casa da sole, dovevamo essere accompagnate da un uomo. I talebani mi hanno fermata diverse volte per come ero vestita o per i miei tatuaggi. Non potevo mostrare il mio volto», spiega Fahima. 

La fuga e la prigionia 

Nel 2023, dopo la morte del fratello Fahima lascia l'Afghanistan per trasferirsi in Pakistan, con la speranza di trovare pace: «Sono partita con mia mamma poi lei è dovuta tornare in Afghanistan e sono rimasta completamente sola. Io non potevo seguirla, temevo che mi avrebbero ammazzata». Due anni dopo, la madre di Fahima è morta e a lei è stata negata la possibilità di partecipare ai funerali. Un evento traumatico che riaffiora togliendole il respiro: «Mentre stavo vivendo il lutto, per motivi politici sono stata imprigionata. Quelle esperienze hanno lasciato dentro di me una ferita profonda». 

Per uscire da quella condizione ha iniziato a cercare organizzazioni e programmi umanitari che potessero aiutarla a lasciare il Pakistan. È così che è entrata in contatto con ARCI e il progetto “Circoli Rifugio – Più corridoi per la libertà”, sostenuto dall’8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. «Ho scritto a loro e fortunatamente hanno accettato il mio caso. 

https://www.leggo.it/italia/cronache/25_maggio_2026_fuga_talebani_arrestata_pakistan_rifugiata_italia-9543903.html 

 

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