La storia di Fahima Nabizada, rifugiata di 28 anni, dopo essere scappata dall'Afghanistan
Quando parla dell'Afghanistan la sua voce si spezza. Ripensa alle libertà che le sono state negate, a quella parte di vita che le è stata strappata via brutalmente e che non tornerà mai più. Come la possibilità di rivedere un'ultima volta la mamma, scomparsa dopo l'arrivo dei talebani a Kabul, il 15 agosto del 2021. Fahima Nabizada ha 28 anni e da 10 mesi è rifugiata in Italia, a Caprarica (Lecce), dove lavora in una caffetteria. Il percorso che l'ha portata qui è scandito da traumi profondi e violenze indicibili, che arrivano al culmine con la prigionia in Pakistan: «Se qualcuno mi chiedesse cos’è l’inferno, direi che l’ho vissuto prima ancora di morire. Ora non ho più paura di perdere nulla, perché ho già perso ciò che amavo di più».
I sogni infranti
Ambiziosa e caparbia, Fahima inizia a raccontare la sua storia partendo dai traguardi raggiunti: «Ho una laurea in Giurisprudenza e Scienze Politiche conseguita alla prestigiosa Università di Kabul. Lavoravo nell'ufficio del vicepresidente e anche come assistente amministrativa e traduttrice». Ma la realtà che aveva costruito, un sacrificio dopo l'altro, si è sgretolata quando il Paese è caduto nelle mani degli estremisti: «Con l’arrivo dei talebani, non ho più potuto lavorare e neanche avere il futuro che sognavo. Non era più possibile vivere lì in pace. Così ho dovuto lasciare l'Afghanistan, la mia famiglia». Si ferma, sospira e aggiunge: «Mi hanno tolto tutto in un attimo, cose per cui avevo lottato tanto». Per ottenere l'indipendenza Fahima si era scontrata più volte con i suoi fratelli: «Sei una donna, non hai bisogno di studiare e di lavorare. Devi stare a casa», è la frase che più spesso le ripetevano. L'interpretazione talebana dei precetti della Shari’a, la legge sacra della religione islamica basata sul Corano, ha portato alla totale negazione dei diritti delle donne: «Non potevamo nemmeno uscire di casa da sole, dovevamo essere accompagnate da un uomo. I talebani mi hanno fermata diverse volte per come ero vestita o per i miei tatuaggi. Non potevo mostrare il mio volto», spiega Fahima.
La fuga e la prigionia
Nel 2023, dopo la morte del fratello Fahima lascia l'Afghanistan per trasferirsi in Pakistan, con la speranza di trovare pace: «Sono partita con mia mamma poi lei è dovuta tornare in Afghanistan e sono rimasta completamente sola. Io non potevo seguirla, temevo che mi avrebbero ammazzata». Due anni dopo, la madre di Fahima è morta e a lei è stata negata la possibilità di partecipare ai funerali. Un evento traumatico che riaffiora togliendole il respiro: «Mentre stavo vivendo il lutto, per motivi politici sono stata imprigionata. Quelle esperienze hanno lasciato dentro di me una ferita profonda».
Per uscire da quella condizione ha iniziato a cercare organizzazioni e programmi umanitari che potessero aiutarla a lasciare il Pakistan. È così che è entrata in contatto con ARCI e il progetto “Circoli Rifugio – Più corridoi per la libertà”, sostenuto dall’8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. «Ho scritto a loro e fortunatamente hanno accettato il mio caso.
https://www.leggo.it/italia/cronache/25_maggio_2026_fuga_talebani_arrestata_pakistan_rifugiata_italia-9543903.html

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