"Appena arrivato in Europa mi hanno messo una grande pressione addosso e non riuscivo a gestirla.
La mia famiglia era povera e in certe situazioni vi è una grande solidarietà fra i membri che la compongono. Prenderebbero una pallottola per te, ma quando uno ce la fa è come se fosse in debito con tutti.
Al Metz mi davano forse 3mila sterline al mese, la mia famiglia chiese per una casa da 500mila.
Il club era stanco del mio comportamento, ricordo che una notte mi sono seduto sul mio letto e ho pensato "Ma cosa ci faccio qui? Nessuno è felice con me, quindi qual è il mio senso della vita?".
Avevo una farmacia sotto il mio appartamento, comprai pacchetti e pacchetti di pasticche.
Non volevano vendermele, ma io dissi che mi servivano per fare beneficenza in Togo.
Ho fatto i preparativi, avevo bevuto tutta l’acqua. Poi ho chiamato il mio migliore amico a mezzanotte.
Mi disse che dovevo calmarmi, che c’erano delle cose importanti per cui valeva la pena vivere.
Mi disse anche che avevo il potenziale per cambiare l’Africa. Gli dissi che era un venditore di sogni e io al momento non avevo bisogno di comprarne.
Però mi ha allontanato da quel gesto.
Ho pensato che Dio stesse tenendo qualcosa in serbo per me".
EMMANUEL ADEBAYOR
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