Luglio ' 43

Ma la crisi viene più da lontano. Nel novembre scorso l'irruzione degli Alleati in Algeria ha offerto l'immagine plastica dello strapotere americano. Nel giro di pochi mesi, tre armate italiane sono state distrutte. Ad El Alamein. Sul fronte russo. In Tunisia. Intanto Mussolini tace o parla di rado. "Mutolini" così Tullio Kezich, giornalista e cronista, ribattezzerà "quel" Duce, che gli appare un dittatore esangue. Più vitale e meno decorativo del consueto appare invece, ai meglio informati, Vittorio Emanuele III. La sua esigua corte sa che, fin dal 15 maggio, egli confida ai propri diari il proposito di separare l'avvenire dell'Italia da quelli della Germania che "nel suo quinto anno di guerra è stanca e sfiancata"
E loro, i tedeschi, che cosa pensano di noi? Lo rivela un dossier proveniente dalla segreteria particolare del Capo del governo. Si può leggerlo al centro d' un saggio sulle "carte segrete di Mussolini" a firma di Fabio Andriola, pubblicata nella rivista "Nuova storia contemporanea", giugno 2003. La caduta della Sicilia - vi si osserva - ha scosso nel profondo l'asse Roma-Berlino. Mussolini e Hitler si scambiano lettere astiose. In una di queste, il Führer offre della situazione italiana un quadro molto aspro. Che cosa, si domanda, "rappresenta la perdita della Sicilia" se non "una base per l'ulteriore attacco contro il continente italiano"? Segue un secco rilievo sul deficiente impegno delle nostre truppe: "Le forze della difesa costiera non hanno nemmeno accettato il combattimento". Non resta che provvedere, "con la massima energia", al "potenziamento delle forze germaniche in Italia", Di fatto, uno "scarso aiuto" da parte delle autorità di Roma ha impedito "di sfruttare integralmente il potenziale dell'aviazione di Berlino".
In conclusione, Hitler prega il Duce di adoperarsi affinché "anche le vostre forze dislocate in Sicilia diano tutto, fino all'ultimo, per la difesa dell'isola". Quell'"anche" sottintende che gli effettivi tedeschi hanno fatto il proprio dovere. Gli italiani, no. Rispondendogli il 18 luglio, Mussolini ha puntato su un concetto che gli è abituale: la "preponderanza" delle forze nemiche. Ad essa va attribuito "il rapido successo degli sbarchi in taluni settori della Sicilia". Gli aiuti offerti dalla Germania, "anche se generosi, sono stati insufficienti". Le autorità italiane, invece, "hanno fatto tutto quanto era possibile per i camerati germanici" Ormai, per gli anglo-americani, la guerra si avvia a un obiettivo preciso. "Il sacrificio del mio paese", chiarisce Mussolini, "non può avere per scopo principale che quello di ritardare l'attacco diretto alla Germania".
L'Italia, "entrata in guerra tre anni prima del previsto", ha bruciato "le sue risorse in Africa, in Russia e Balcania". In definitiva, un contrattacco puntiglioso ma inconsistente, com' è lo stato d' animo del despota in questa fase di declino. Sempre in relazione alla Sicilia spicca - accuratamente registrato - un colloquio fra Mussolini e il generale Alfredo Guzzoni, comandante delle forze di stanza nell'isola. Il generale osserva che la mancanza di rifornimenti, di cui soffre quel fronte, è dovuta anche al fattore-uomo. "I marinai che conducevano i traghetti" hanno abbandonato i posti di lavoro. Se si individuasse il colpevole, andrebbe "fucilato sul posto. La questione è che non sempre si trova. Se la svigna subito". Spesso il soldato italiano "si veste in borghesee va a casa". Ma la notizia principale è che i siciliani accolgono con calore gli invasori. A Licata - sintetizza Guzzoni - "fiori e applausi". A Canicattì, "prima ancora che le nostre truppe sgombrassero, vi erano già delle lenzuola bianche alle finestre". Molte lenzuola, pochi cannoni.
Il 12 luglio, il Feldmaresciallo von Richthofen ha informato l'autorevolissimo Hermann Goering che, nella zona di Augusta, "i militari italiani si sono ritirati dopo aver fatto saltare i loro pezzi". Un'altra registrazione telefonica. Si parlano due alti ufficiali: il tenente colonnello Klintsh e il colonnello Engelhorn, quest' ultimo al comando di reparti tedeschi nella nostra penisola. Klintsch: "Qual è lo stato d' animo degli italiani?" Engelhorn: "Assai basso". Klintsch: "Ma questi italiani fanno almeno qualche cosa...?". Engelhorn: "Cose da far vomitare". Brutale ma espressivo. Altra scena. Al telefono sono ancora una volta due nostri connazionali, il capomanipolo Buratti della milizia portuale di Livorno e il suo superiore al ministero della Marina, il maggiore Conforti. "Quando c' è l'allarme - racconta Buratti - parte dei militi se ne va in campagna".
Dopo il 20 luglio, una richiesta arriva da Napoli (difesa costiera) a "Supermarina", Roma: "Qui abbiamo bisogno di filo spinato. Le nostre opere di difesa non sono circondate da niente. Abbiamo messo i cani da guardia, ma i cani che possono fare?". Nella capitale, piazza Venezia appare insolitamente deserta, come in attesa. C' è perfino chi arrischia qualche sorriso. Leo Longanesi ascolta una conversazione fra due personaggi. Il primo: domanda: "Credete che a Roma verranno a bombardarci"? Ecco la risposta: "A Roma no, a Roma c' è il Papa e poi Roma è troppo bella. Meglio che bombardino Milano". Conclusione: "L'unità del Paese poggia su questui ideali". Alla vigilia d' una prova cruciale, l'Italia del tardo fascismo è anche questo.
http://www.repubblica.it/politica/2013/07/23/news/luglio_43-64612757/?ref=HRER2-1
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