domenica 11 agosto 2013


Il mito dell’età dell’oro e il millenarismo

581766_10201122888185899_960022596_nDi fronte al mito l’uomo ha avuto sempre un atteggiamento emotivo e ne ha sempre visto o un atto fondante sacro della propria cultura oppure, nell’età moderna e contemporanea, un fatto pericoloso da superare razionalmente.
Già in Platone vi erano i presupposti di questo valore negativo del mito, tanto che il filosofo greco lo bandiva dalla suaRepubblica ideale perché lo riteneva pericoloso all’armonia che in essa doveva regnare, pur se soggiogato dal potere del mito di evocare potenti immagini archetipiche, ne ha creati di celebri lui stesso.
Nell’età moderna la mentalità scientifica ha visto nel mito un goffo e puerile tentativo di risolvere i misteri della natura e della propria esistenza, tanto che ha cercato in tutti i modi un suo superamento attraverso un più maturo sapere.
Di contro una cultura romantica, idealista e irrazionale, ha visto nel mito addirittura l’ethos del mondo e in esso concretizzarsi il mistero.
Questo alternarsi di giudizi contrastanti era inevitabile vista la funzione che il mito ha assolto, e inconsciamente a livello collettivo ancora assolve, nella cultura umana: dar forma ai primari bisogni psico-collettivi.
Il mito da questo punto di vista non va valutato eticamente ma scientificamente perché in esso si condensa un’esigenza dell’animo umano.
Certo, il mito ha anche un carattere morale, e anche letterario, ma il nucleo fondamentale per cui nasce è quello di assolvere una funzione equilibratrice dell’inconscio personale e collettivo: dar luce e forma al magma incandescente che alberga dentro di noi.
Una volta alla luce, il mito agisce potentemente in modo attivo, non già passivamente come mero materiale espulso dall’inconscio, ma come alimento, carburante di dinamiche altamente emotive.
L’apparente contraddizione è nella forma che riveste il mito che è già un elemento razionale, mentre il contenuto è significativamente simbolico, inteso non già come mera espressione letteraria, ma come vivo ed attivo humus dal quale non di rado gli uomini di tutte le epoche hanno attinto i loro stessi pensieri, formato le loro convinzioni, dato linfa e corpo alle loro azioni.
Tale contraddizione, però, è appunto solo apparente, in quanto la forma stessa è un modo per mantenere costante e duraturo gli elementi che organizza, semmai è questo il segreto del mito: non disperdere il suo contenuto, ma dargli valore e carattere di assolutezza.
Fin dai tempi antichi, e in tutte le culture, vi è stato un mito che ha catalizzato i sogni umani: il mito dell’età dell’oro.
In questa età mitica, gli uomini condensarono tutte le perfezioni di cui erano capaci con un sentimento prevalente di nostalgia.
Non esisteva il mio e il tuo, ogni prepotenza e violenza bandita, tutti i desideri erano appagati, si viveva in gioia e nessuno aveva di che soffrire per la sua sorte.
Come il sole donava a tutti gratuitamente, così gli uomini conducevano la loro vita in perfetta armonia con la natura e le loro inclinazioni personali si affratellavano reciprocamente in una universale solidarietà.
Il mito non ci dice nei dettagli cosa avvenne, ma ad un certo punto gli uomini fecero prevalere i loro egoismi, limitando ciò che era mio da ciò che era tuo, ognuno volle impossessarsi di quello che era dell’altro usando la violenza, il furto diventò frequente, il caos si propagò in un baleno e fu necessario intervenire con forza proclamando re, comandanti capaci di portare l’ordine con il timore delle punizioni, e coloro che dovevano ubbidire lo dovevano fare anche crudelmente subendo così il giogo del potere.
Pian piano gli uomini si allontanarono sempre di più dall’iniziale stato di perfezione e all’età dell’oro succedettero altre età contraddistinte da metalli meno nobili come argento, bronzo, ferro.
La nostalgia, il dolore per il passato che non c’è, è continuamente presente nella cultura antica, ma a nessuno venne mai in mente di pensare ad un possibile ritorno dell’età dell’oro, anzi, si era consapevoli che solo immaginarne il ripristino avrebbe potuto causare sciagure inimmaginabili dal momento che gli uomini erano ormai impreparati a vivere l’antica armonia e solo frenando le passioni attraverso l’autorità poteva rendere possibile la convivenza tra gli uomini.
Solo che quella nostalgia per lo stato di perfezione agiva sulla produzione letteraria, culturale e filosofica in modo potente ponendo un modello, un archetipo su cui misurare tutti i tentativi dell’agire umano.
Esiodo nel suo poema “Le opere e i giorni”, scritto circa intorno alla metà del VII secolo a.C., dice che una stirpe di uomini mortali creò agli inizi dei tempi gli dei che hanno dimora sull’Olimpo.
Parallelamente al regno di Crono (il dio ultimogenito di Urano e Gea, che aveva reciso i genitali del padre per liberare i fratelli e le sorelle dalla crudeltà del padre, e che a sua volta divorava i suoi figli e poi imprigionato dall’ultimogenito Zeus), gli uomini primordiali vivevano con animo sgombro dall’angoscia e liberi dalla miseria e dagli affanni della vecchiaia.
Gli stoici basarono la loro concezione della morale proprio sul ripristino di una fase antecedente alla schiavitù delle passioni, tanto da affermare che il saggio stoico più propriamente è colui che, affrancato dalle passioni, ritrova l’armonia della natura e l’accordo interiore con la ragione universale, comune, perciò, a tutti gli uomini.
Nel passaggio dallo stoicismo greco a quello romano vi è una maggiore accentuazione dell’interiorità umana e della parentela universale fra gli uomini.
Indubbiamente è in Seneca che quest’accentuazione trova riscontro ed è proprio in lui che il mito dell’età dell’oro, come iniziale e fondamentale stato di perfezione, si fa sentire potentemente.
Nemmeno Seneca però avrebbe mai potuto sostenere un ritorno della mitica età dell’oro, dal momento che, seguendo la metafisica dei primi grandi stoici greci, per lui ogni ciclo successivo ripristinava l’iniziale perfezione con una distruzione, una conflagrazione dell’intero universo esistente, capace di annientare con esso anche tutte le anime.
Perciò Seneca reputava irrimediabilmente perduto l’antico ordine di perfezione e per esso restava solo una profonda nostalgia di quando i doni della natura erano alla portata di tutti e gli uomini non erano divisi e ognuno si prendeva cura del prossimo come di se stesso.
Questa idea venne ereditata dal pensiero scolastico della dottrina Cattolica che tentò di armonizzare l’evidente contraddizione tra un’esigenza di perfezione ideale, concepita come reale e un tempo così vissuta, e un pessimismo radicale che concepiva l’esistenza come un passaggio, dove l’elemento concreto, naturale, storico, era solo l’ombra, se non proprio il negativo, che metteva in risalto maggiormente la luce di Dio, unica e vera realtà.
Il pensiero cattolico però non abbandonò mai profondamente il mito dell’età dell’oro, perché serviva a mettere in risalto la crudeltà della vita presente e la necessità di un suo superamento attraverso la pratica e la dottrina che i Padri della Chiesa andavano sistemando nella loro teologia.
Ma anche qui nessun pensatore cattolico avrebbe mai potuto sostenere la riaffermazione del mito dell’età dell’oro su questa Terra perché anche per loro l’iniziale stato di perfezione era perduto per sempre.
Un cambiamento di prospettiva si ebbe dopo le grandi rivolte contadine dell’Europa, specialmente nella parte settentrionale, dopo il 1300, ma neanche esse sarebbero state sufficienti senza l’afflato delle eresie religiose che da lì e nell’arco di tre secoli avrebbero dato l’apporto decisivo a formare l’idea che la mitica età dell’oro poteva esere istaurata di nuovo sulla Terra: nacque così quel fenomeno di grande rilievo sociale e psicologico che è il millenarismo.
L’escatologia si trasformava in scatologia ed essa riusciva ad agire con potente energia in ogni protesta, ribellione o rivendicazione sociale e politica.
Ciò che era stato perduto e derubato andava recuperato e questo era affermato con una perentorietà, un’assolutezza dogmatica che non concedeva nessun margine al compromesso.
Il ripristino dell’età dell’oro diveniva così più che una possibilità o un’aspirazione, diveniva un dover essere.
L’incontro tra il mito dell’età dell’oro e il suo ripristino sulla Terra, ha dato origine quindi al millenarismo.
In esso vi è senz’altro un’elaborazione religiosa presa a prestito dall’Apocalisse che riteneva sicuro per fede un millennio preparatore del definitivo avvento del Regno di Dio, quando il Signore giudicherà i giusti dai malvagi.
In tale millennio il diavolo sarà incatenato e con lui tutte le malvagità finalmente debellate, e gli uomini che morirono per seguire il verbo di Cristo o che non subirono la seduzione del male, rinasceranno da morte e regneranno incontrastati.
Vari furono i tentativi di realizzare queste visioni profetiche escatologiche, tutte significativamente con un limite dettato proprio dall’Apocalisse che prevedeva dopo il millennio la temporanea liberazione di Satana, altre lotte cruenti contro di lui e la sua definitiva sconfitta nelle fiamme eterne.
Dopo il Giudizio finale, sarà edificata la Gerusalemme celeste e le anime giuste troveranno finalmente Dio.
Nonostante questo limite, le concezioni millenaristiche che si affacciarono in Europa dopo l’anno Mille, saranno tutte venate di ottimismo ad iniziare da quella di Gioacchino da Fiore (1135-1205), anzi il gioachimismo diverrà il modello di tutti i successivi tentativi che, come nell’età contemporanea, con ulteriori e importanti aggiustamenti, esuleranno in alcuni casi dall’escatologia religiosa, ma avranno come scopo un millenarismo senza il Giudizio finale e la Gerusalemme celeste.
In tal senso è questo lo sfondo metafisico e mitico del comunismo di Marx e di molti suoi più o meno fedeli epigoni.
Questo sfondo riemerge ogni qualvolta vi è un periodo di crisi dovuto ad un’azione trabordante di forze naturali, spirituali, inconsce, storiche, psicosociali, economiche, di tale gravità che le difese tipiche date dalla cultura non riescono più a fronteggiare e contenere l’angoscia che ne nasce.
Anzi qui succede che, come già rilevò Freud in altro contesto, l’angoscia fa emergere la crisi ed essa aumenta in modo parossistico l’angoscia stessa in un circolo vizioso che non si riesce quasi più a fermare.
Ed ecco il mito millenaristico che riemerge e con esso la mitica età dell’oro che diventa più che una nostalgia legata al passato qualcosa da far rivivere al presente travolgendo non di rado buon senso, razionalità, legami psicologici e sociali ben consolidati.
di Sergio Rizzitello

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