Il ragazzo a sinistra era l’altro Paolo Borsellino. Non era giudice, poliziotto, carabiniere, giornalista. Era un piccolissimo imprenditore edile come il padre Giuseppe, a destra.
Con l’omonimo Paolo condivideva però una cosa: i no, secchi, alla mafia. La sua azienda era una mosca bianca, perché tutte le altre erano controllate dalla mafia. L’avevano costruita assieme, padre e figlio, con enormi sacrifici. Gli fecero terra bruciata, gli portarono via il lavoro, gli diedero fuoco ai capannoni. Lui non si piegò mai e denunciò tutto ai carabinieri.
Lo ammazzarono oggi, il 21 aprile del 1992, a Lucca Sicula. Lo fecero con l’intento di piegare il padre e costringerlo a vendere. Giuseppe non si diede tregua e per quasi un anno ossessionò caserme, stazioni di polizia, l’antimafia per far arrestare gli assassini di suo figlio. Uccisero anche lui il dicembre dello stesso anno.
Padre e figlio, un cognome che divenne un simbolo.
Perché chi combatte la mafia non sempre lo fa da uomo di Stato.
Lo fa da imprenditore, operaio, cittadino.
In questo giorno, anche quest'anno il ricordo va a lui. A chi non si è piegato e ha pagato con la vita quei no.
Leonardo Cecchi

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