mercoledì 22 aprile 2026

Moussa Diarra

 


Era il 22 novembre 2024, quando organizzavo in Senato la conferenza stampa “Alla prova della verità, un processo trasparente per Moussa Diarra”. Moussa era stato ucciso da appena un mese e sembrava che attorno al suo ultimo giorno in vita qualcuno stesse preparando una verità preconfezionata. 


Il morto, da vittima, era diventato il carnefice. 


Una storia che avevo già visto da qualche parte.  


Oggi, dopo che la Gip di Verona ha rigettato la richiesta di archiviazione della Procura sul caso, sappiamo con certezza che abbiamo fatto bene a lottare, dall’inizio, per un’altra narrazione. Le cose che non tornano sono ancora tantissime. 


Ne dico giusto un paio, che mi sembrano più curiose delle altre. 


Magari si può credere al caso, per esempio, se su 90 telecamere puntate sulla stazione di Verona, l’unica a non funzionare sia proprio quella che doveva riprendere la presunta aggressione di Moussa ai danni dell’agente. Bisogna però capire come mai nessun testimone abbia visto  il coltello che, secondo gli agenti, Moussa stava brandendo contro di loro. E, forse, sarebbe il caso di indagare un po’ più a fondo perché si possa escludere del tutto l’ipotesi che il “coltellino da cucina” impugnato da Moussa nel video che avevo diffuso, in realtà non gli sia stato messo in mano dopo lo sparo.


“Coltellino da cucina”, lo dico in particolare agli haters che avevano commentato il contenuto del video pochi mesi fa, sono sempre parole della Gip. La quale, come potete notare, anche senza la “riforma” della giustizia di Nordio riesce a sostenere una versione parecchio diversa dalla Procura. 


Ecco, ora siamo noi a dover fare la nostra parte.


Teniamo alta l’attenzione

Ilaria Cucchi

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