“Siamo in Italia”: UOVA contro Moussa e il segnale di un clima che preoccupa
All’alba, su via Portuense, Moussa, 29 anni, originario del Mali, stava semplicemente andando al lavoro in monopattino quando è stato affiancato da tre auto con a bordo ragazzi poco più che ventenni. Prima gli insulti: «Siamo in Italia». Poi una pioggia di uova contro casco e felpa. Un gesto umiliante e deliberato che ha trasformato un normale tragitto verso il lavoro in un episodio di aggressione razzista.
Moussa lavora come pasticciere al Bar Guadagnino alla Garbatella. Raggiunte le auto al semaforo di Piazzale della Radio, ha chiesto perché lo avessero colpito. La risposta è stata la stessa frase, ripetuta con disprezzo, seguita da un nuovo lancio di uova. Poi il verde: lui verso Ponte di Ferro, loro verso Trastevere. Pochi minuti bastati a lasciare una ferita profonda.
Moussa è anche volontario di Mama Termini, dove la domenica sera distribuisce cene a chi non ha nulla. Non ha ancora sporto denuncia, ma ha raccontato quanto l’episodio lo abbia colpito: non tanto per le uova, quanto per le parole. Perché quella frase non era uno scherzo, ma una dichiarazione di esclusione.
Questo episodio non può essere liquidato come una bravata. È il segnale di un clima in cui sempre più persone si sentono autorizzate a umiliare chi ha la pelle diversa, come se il colore definisse il diritto di appartenere e il rispetto non fosse più la base della convivenza civile. Moussa ha risposto con semplicità e dignità: «Gli italiani veri non si comportano come voi».
Il vero pericolo è l’abitudine a episodi come questo. Quando smettiamo di indignarci, il confine si sposta sempre più in là. E la domanda resta aperta: che Paese vogliamo essere quando qualcuno grida “Siamo in Italia”?
Soumalia Diawara

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