Sul ciglio del Palatino, prima che il marmo sostituisse l'argilla e il travertino coprisse la cenere dei fuochi primitivi, si ergevano strutture di legno e paglia che il vento del Tevere poteva sfidare senza timore. Non palazzi, non templi, non portici: capanne. Eppure, da quelle fragili dimore piantate sulla sommità di un colle vulcanico a strapiombo sulla valle paludosa del futuro Foro, prese avvio il processo più straordinario della storia del Mediterraneo antico.
Le prime tracce di frequentazione stabile del colle risalgono al Periodo Laziale I e II, collocato tra il X e il IX secolo avanti Cristo. Piccoli gruppi di pastori e agricoltori latina-sabini si insediarono sulle alture che dominano l'ansa del Tevere, scegliendo i punti naturalmente difendibili per costruire abitazioni elementari. Il Palatino, con il suo profilo trapezoidale diviso tra il Germalus e la Velia, offriva isolamento naturale dagli acquitrini della valle e una posizione strategica lungo i percorsi fluviali verso il mare. Giacomo Boni, nei suoi scavi del 1907, portò alla luce le prime evidenze dirette di questi insediamenti protostorici: una serie di buche di palo scavate nel tufo e nel banco argilloso, disposte secondo schemi che tradiscono piante abitative di forma ovale e rettangolare.
Le strutture rinvenute configurano il tipo edilizio tipico del Lazio dell'età del ferro: capanne a pianta ellittica con pareti di pali verticali intrecciati con virgulti e ricoperti di impasto argilloso misto a paglia tritata, tetto a doppio spiovente di canne o frasche compresse. All'interno, un focolare centrale — la cui posizione è segnalata da strati di cenere e terra rubefatta nei fondi di scavo — assolveva contemporaneamente alla funzione riscaldante, culinaria e sacrale. Il modello insediativo era quello classico del Lazio protostorico: micro-insediamenti separati distribuiti sulle sommità dei colli, ciascuno con propria autonomia e propri riti funebri nei sepolcreti delle pendici circostanti.
Le fonti letterarie antiche trasmettono di questi luoghi una memoria potente. Dionigi di Alicarnasso, nelle Antichità Romane, descrive il Palatino come sede del primitivo insediamento e ricorda come i Romani conservassero la capanna di Romolo — la casa Romuli — con scrupolo quasi religioso attraverso i secoli. Plutarco, nella Vita di Romolo, aggiunge che i sacerdoti riparavano il tetto di paglia ogni volta che il vento ne danneggiava la copertura, rifiutandosi di sostituirla con materiali più durevoli: la fragilità era il sigillo autentico della grandezza delle origini. Tito Livio colloca Romolo sul Palatino come fondatore di una città nata non da edifici ma da un solco rituale, il pomerio, tracciato dal vomere sacro. Virgilio, nell'ottavo libro dell'Eneide, aveva già affidato ad Evandro il compito di mostrare ad Enea quei luoghi selvaggi dove un giorno sarebbero sorti i Fori: capanne, boschi, ninfe e pastori, lì dove il futuro eterno stava ancora dormendo sotto la terra.
Le buche di palo del Palatino sono il primo fotogramma di una sequenza lunghissima: il seme minuscolo da cui germoglierà, in poco meno di tre secoli, la prima grande città del Mediterraneo occidentale.
Scripta Manent
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